mercoledì, Maggio 12

Regalo di Natale

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La mia preoccupazione è: ‘Dopo di me che sarà? Se ci sarà un al di là, sarà terribile vedere quel che succederà dopo“. Parla la mamma di un disabile che frequenta l’Associazione Come un Albero, dove operatori e utenti lavorano insieme, entrambi funzionali a un progetto. Entrambi produttivi. “Se mio figlio esce, io sono contenta. Se fanno i viaggi, io sono felice, perché so che mio figlio vive! Se sta a casa, è come se fosse morto. L’hanno saputo conquistare. Ma mi chiedo sempre: ‘E domani?’ Perché un domani dovrà arrivare. Io non sono eterna“.
Come un Albero non è un’associazione qualsiasi ma una ‘Casa Museo dello sguardo sulla disabilità’.
Un progetto unico, luogo di un museo che è stato arredato come una casa, in cui ai visitatori/ospiti viene offerto ogni strumento utile a orientarsi, a riconoscere cosa sia la disabilità e ad affrontare i modi in cui essa viene definita. Un museo dove non è la disabilità a essere sotto osservazione bensì lo sguardo che le viene comunemente rivolto, e prima di esso i meccanismi sociali e culturali che la definiscono. D’altronde, l’obiettivo della Casa Museo è quello di mostrare le ambiguità delle cosiddette buone pratiche, quelle che pure perpetuano i processi di esclusione nei confronti delle persone con disabilità, soprattutto quella di tipo intellettivo.

L’idea di metter su questo piccolo miracolo italiano è venuta a Stefano Onnis, un etnoantropologo che è Direttore scientifico della Onlus.

Di lui, per la prima volta, mi aveva accennato Giggio Alivernini, uno che pare tornato da Woodstock da non più di una settimana. Un musicista, poeta, operatore domiciliare, educatore, padre di Alisia e di Aurora, uno per cui Silvia stravede al punto di lasciargli degli ottimi momenti di fuga durante le kermesse scolastiche delle bimbe. Infatti, l’avevo beccato che stava fumando fuori della scuola e, da ex-tabagista astinente, ho volentieri inalato vapori tossici mentre mi raccontava del suo gruppo, dei mitici ‘Disabilié’, che da Come un Albero, qualche sera al mese, salgono sui palchi di città per suonare le loro canzoni di lotta e di impegno. Come quarant’anni fa! Che meraviglia! Mica Renga o i Volo, mica Mengoni o Morgan… I ‘Disabilié’. Dieci scatenati, cinque disabili e cinque no, a fare musica insieme.

Sicché ho chiesto a Giggio, finita la sigaretta, di passarmi un indirizzo utile.

 

All’inizio, come in un provino. Presentiamo la faccia al mondo.

Mi chiamo Stefano Onnis, ho 42 anni, mi occupo di disabilità attraverso progetti di inclusione sociale, a vario titolo. Faccio l’operatore Saish e sono anche Presidente di Come un Albero.

 

Saish, cos’è?

Il Saish sarebbe il ‘Servizio per l’Autonomia e l’Integrazione Sociale della persona Handicappata’. Lo ha attivato il Comune di Roma ed è gestito dai diversi Municipi della Capitale; prevede una serie di interventi per l’autonomia e l’integrazione sociale di portatori di handicap.

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