martedì, 21 Marzo
HomeOpinioniReferendum inadatto

Referendum inadatto

L’Ucraina è sull’orlo di una guerra, ma su quell’orlo ci sono gli USA e la loro politica insipiente e dilettantesca, insomma alla Wyatt Erp, ma per nostra e loro fortuna il nostro Ministro degli Esteri va a risolvere tutto, preceduto da una telefonata di Mario Draghi. Ma per gli stellini la vita si riduce ai regolamenti che, distrattamente, Vito Crimi ha dimenticato di dare a Giuseppe Conte, anzi, a dire a Conte che c’erano! Il PD si arrovella nella sua pretesa di essere al Governo con tutti pur di esserci, e magari, come dice Massimo Cacciari (e, francamente, non saprei dargli torto) si prepara a fare dopo le elezioni un Governo con la Lega … povero Enrico Berlinguer, che si rivolta nella tomba: sorvolo su Antonio Gramsci, dubito che i maggiorenti del PD, da Franceschini a Letta (tutti democristiani!) sappiano chi sia stato.
Già solo questo basterebbe a rendere l’idea del distacco che ormai ha raggiunto dimensioni abissali tra la realtà e le mene e beghe dei partiti italiani. Passa anche solo la voglia di occuparsene.
Non che altrove si stia meglio, o almeno non che altrove ci sarebbe da divertirsi. Penso alla ‘soluzione’ del caso, angosciante (?), del Principe Andrea d’Inghilterra, che se la cava da un processo devastante per violenza sessuale su una minore (molti anni fa: sia la minore che la violenza) con un semplice e ovvio espediente: contrattando con la violentata un piccolo obolo di 12 milioni di sterline. Dodici milioni, grazie ai quali la fanciulla violentata si mette l’anima in pace, la stessa anima che non si era perfettamente pacificata con un accordo precedente, se ho ben capito, e rinuncia ad ogni azione legale, sempre se ben ho capito, per la seconda volta.
Sarebbero notizie da rotocalco di serie ‘b’, o anche meno, se non fossero in coincidenza con una serie di referendum contro la nostra pessima giustizia e il nostro pessimo sistema giuridico. Eppure, ecco qui, una piccola ma sostanziale differenza tra il nostro tanto disprezzato ordinamento giuridico, e quello perfettissimo, esemplare, da ammirare e copiare statunitense, anzi, anglosassone. Eh sì, perché qui ci sarebbe una piccola, ma sostanziale differenza, specie dopo la recente legislazione per la quale i reati sessuali sono perseguibili d’ufficio, cioè senza che vi sia la denuncia della persona offesa, ci sarebbe la differenza che il giudice italiano, nonostante un mega risarcimento, proseguirebbe l’azione penale e quindi il malfattore, benché ricco, pagherebbe: magari poco, molto meno di un malfattore analogo ma povero, tutto vero, ma pagherebbe. E, se sbaglio correggetemi, qualora il danneggiato (o meglio l’offeso) dichiarasse che si era sbagliato, che non era stato violentato eccetera, rischierebbe lui, o lei come ovvio, di essere incriminato.

Parlo di ciò, non perché io sia un seguace della Corona inglese, o un amico del principe, ma per un solo motivo: la Corte Costituzionale ha annunciato di avere respinto il referendum sul suicidio assistito, e di avere accolto quelli sulla giustizia, in particolare quelli sulla cancellazione della legge Severino, e quello sulla separazione delle carriere dei Magistrati.
Non sono ancora state rese note le motivazioni, ma un primo rapidissimo e superficiale commento merita di essere fatto, se non altro per mettere sull’avviso la gente, che, nel caso dei referendum approvati, potrà essere chiamata a votare, o meglio a dire un sì o un no, come se a questioni di questa dimensione si potesse rispondere così. Sorvolo sulla un po’ spocchiosa (o forse molto) lezione di diritto del Presidente della Corte Costituzionale, ancora, sembrerebbe, irritato per la mancata elezione al Quirinale. Certo, a onore del vero, se chi presenta referendum si desse un’occhiata al nostro ordinamento giuridico male non farebbe, ma si sa, nessuno è perfetto.

 

Quanto al referendum sul suicidio assistito, la Corte ha detto che non è praticabile, per un sostanziale fortissimo motivo: abolire semplicemente l’articolo del codice penale che condanna l’omicidio (appunto: omicidio) del consenziente, avrebbe per effetto di potere determinare abusi di ogni genere e comunque determinare una incertezza giuridica molto grave. Ripeto non parlo del merito, perché la motivazione non è ancora nota, ma in questo caso, e specificamente per questo caso, il problema da segnalare è un problema di metodo, che vale anche per gli altri referendum: un tema di tal complessità non può essere ridotto ad un sì o un no, senza tenere presenti tutti i molteplici e complicati aspetti del problema.
E la Corte Costituzionale è perfettamente conscia della delicatezza del tema e della sua complessità, tanto che già in precedenza aveva esplicitamente invitato il Parlamento a pronunciarsi e a farlo alla luce del sole. Parole al vento: un Parlamento come il nostro, ricco di pregiudizi e povero di competenze, su un tema del genere non sa pronunciarsi. Intervengono fatalmente i pregiudizi dell’una e dell’altra parte, e quindi si rinvia all’infinito, piuttosto che decidere, assumersi la responsabilità di dare una risposta ad un problema che è drammatico. Lo abbiamo visto e lo stiamo vedendo nel caso del povero Mario, ridotto a poter muovere solo un dito e a subire gravi sofferenze fisiche. Avere dubbi sul fatto che non assecondare il suo desiderio è solo una crudeltà senza ragione, mi pare difficile. Ma ciò non vale per tutti i casi che si possono presentare, per non parlare del rischio gravissimo che qualcuno venga ‘indotto’ a desiderare la morte, favorendo magari gli interessi di chi gli sopravvive. È una ipotesi atroce, ma possibile, purtroppo, possibilissima. Così come è difficile non regolamentare bene l’ipotesi in cui la persona che desidera la morte non sia in grado di esprimersi.
Non sono, questi, giudizi sulla opportunità della sentenza della Corte, ma sono problemi dei quali dovrebbero occuparsi notte e giorno i nostri parlamentari, per assumersi la responsabilità di decidere in coscienza e di valutare bene tutte le molte ipotesi che potrebbero presentarsi.
Un referendum non è uno strumento adatto, non si tratta di sfiducia nell’intelligenza delle persone, ma si tratta di comprendere che vi sono delle questioni per rispondere alle quali non basta un sì o un no …, diciamola così: si tratta di permettere una risposta ‘ni’, e ‘ni’ può dirlo solo un Parlamento di gente pensante e onesta.

 

L’altro tema su cui desidero dire due parole, sempre nell’ottica della inadeguatezza del referendum come strumento per risolvere le questioni, è sul fronte giustizia. E non mi riferisco solo alla possibile abolizione della legge Severino. Ecco, su questa veramente ogni cittadino può valutare e decidere, magari guardandosi prima allo specchio. Perché la domanda alla quale la legge Severino intendeva rispondere era chiara e netta: è possibile permettere ad un pregiudicato di sedere in Parlamento? La legge Severino ha tagliato la testa al toro con un bel no … beh proprio secchissimo, magari no, ma insomma quanto basta. Ora c’è chi vuole che ai pregiudicati (leggi: delinquenti) sia permesso di farsi eleggere. E su questo chiunque può decidere facilmente: se vogliamo delinquenti in Parlamento votiamo per abolire la legge, se vogliamo meno o magari nessun delinquente in Parlamento votiamo contro l’abolizione. Semplice e chiaro e bene ha fatto la Corte a dire sì al referendum, su questo si può rispondere con un sì o un no.
Molto meno semplice e chiara è l’altra domanda, quella sulla separazione delle carriere o delle funzioni. L’effetto della cancellazione delle norme che impediscono la separazione, avrebbe per effetto che un tizio fa un concorso in Magistratura e una volta che lo abbia vinto decida, per sempre, di fare il Pubblico Ministero, oppure addirittura che vi siano due concorsi separati e distinti.
Bene. No, male. La nostra Costituzione, o più precisamente le legislazione che ne deriva, ci ha per decenni abituati a pensare che un giudice è un giudice, qualunque cosa faccia: l’accusatore o il giudicante. Diversamente l’accusatore rischia di diventare una sorta di avvocato, che ha come solo compito di dimostrare, a tutti i costi, la colpevolezza dell’imputato, e quindi non avrebbe più la forma mentis, la cultura, l’abitudine a valutare di un giudice giudicante.
Il tema, come vedete, è difficile e complesso; richiede che si sappia come funziona un processo e come si fanno le indagini; ma specialmente occorre che si scelga tra l’ipotesi attualmente in essere e cioè quella per la quale il PM essendo un giudice accusa, ma al tempo stesso agisce in difesa della legge e quindi del cittadino. Tanto che, può anche cambiare ruolo, nell’uno e nell’altro senso. Non sempre, questo va detto chiaro, la specializzazione è un bene: talvolta impedisce di vedere il mondo.
Pensate davvero che un tema di questa complicazione e delicatezza si possa risolvere con un sì o un no? No, a me pare evidente, no. Ma vi sono parti dei nostri politicanti e molti gruppi di potere di vario genere che spingono da decenni sulla separazione delle carriere. Non nell’interesse della ‘giustizia’, ma, molto più concretamente, perché, separando le carriere, si può assoggettare il PM al potere esecutivo e cioè fare strutturalmente ciò che ho già ripetutamente criticato io quando si è ricevuta la ‘riforma Cartabia’ sul processo penale. Mi riferisco al fatto che in detta riforma si immagina che si decida ogni anno se e quali reati perseguire.
Una cosa del genere, facevo notare e ribadisco oggi, equivale a sottoporre la Magistratura al controllo del Governo: cosa tipica dei regimi autoritari -il caso Zaki dovrebbe fare scuola! E sorvolo sul fatto che in questo modo, molti cittadini interessati a questioni non ritenute ‘importanti’ dal Governo o dai giudici non avranno mai giustizia.
Certo, non si può negare, in Italia non sono pochi gli ambienti ‘politici’ che propendono per l’istituzione di un regime autoritario, sia così, sia, magari, imponendo un regime presidenzialista.
Non vorrei passare per leghista, ma: pensateci su!

Giancarlo Guarino
Giancarlo Guarino
Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.
RELATED ARTICLES

Croce Rossa Italiana

spot_img

Save the Children

spot_img

Seguici sui social

Fondazione Veronesi

spot_img

Fondazione G. e D. De Marchi

spot_img

Fondazione Veronesi

spot_img

Salesiani per il sociale

spot_img

Campus Biomedico

spot_img
Social Media Auto Publish Powered By : XYZScripts.com