domenica, Agosto 7

Referendum giustizia: in ogni caso non finisce qui Non si tratta della panacea di tutti i mali; è l’inizio di un percorso

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Referendum per una giustizia piu’ giusta. Ancora qualche giorno e ognuno di noi potra’, recandosi alle urne, con un semplice SI, eliminare leggi e norme che rendono l’amministrazione della nostra giustizia meno giusta, piu’ iniqua, piu’ corporativa, non al servizio del popolo come dovrebbe essere, e ci riducono tutti, nessuno escluso, anche i fautori del NO, dei sudditi e non dei cittadini. Naturalmente non si tratta della panacea di tutti i mali; e’ l’inizio di un percorso. Se prevarranno i NO, o se i referendum verranno invalidati per mancanza di quorum e’ un’occasione persa, ma l’impegno continua. Se vinceranno i SI, dopo i primi cinque minuti di legittima soddisfazione, deve essere chiaro che ci si dovra’ di nuovo rimboccare le maniche e difendere il conquistato, e puntare su altri non meno importanti obiettivi. E’ la condanna del riformatore: conquistare ogni giorno un metro verso la giusta direzione, con la consapevolezza che la meta e’ sempre lontana e non esiste il tutto e subito. Una lunga Marcia che richiede forza, fantasia, pazienza, costanza, prudenza, intelligenza, duttilita’.

  Merita qui d’essere segnalatoe un testo del 1972 di Mario La Cava, uno scrittore che con Corrado Alvaro, Leonida Repaci, Fortunato Seminara, Saverio Strati, Francesco Perri, e’ tra i piu’ rappresentativi e originali che la Calabria ci ha regalato. Meriterebbe di essere ricordato piu’ di quanto accade. Grande amico di Leonardo Sciascia, anche La Cava era uno spirito libero, con grande automia di pensiero.

Il testo si chiama ‘Il giudice iniquo’, che assieme ad altri scritti e’ pubblicato nel volume ‘miei maffiosi’, Hacca editore. E’ un testo datato 1972. Cinquant’anni dopo non c’e’ da mutare una virgola. Mi limito a qualche stralcio:  

Il giudice iniquo non dovrebbe esistere…per la contraddittorieta’ dei suoi termini. Se e’ giudice, e se il suo simbolo e’ la bilancia, come si vede bene nella carta bollata con la quale si stendono le sentenze, non sarebbe possibile pensare in modi diversi le stesse cose. Avendo i suoi bracci eguali e i pesi costanti, la bilancia darebbe sempre lo stesso risultato…

E’ un’opinione diffusa quella dell’equilibrio dei giudici, che e’ diventato un luogo comune parlare delle “luminose tradizioni dell’ordine giudiziario”, cioe’ della loro attitudine a ben giudicare, in questo o quel paese. L’indipendenza di essi sarebbe un “costume peculiare” molto frequente, specialmente nei tempi andati. La loro apoliticita’ sarebbe un “dovere sempre assai sentito” verso lo Stato e i cittadini tanto e’ vero che, senza scomporsi, starebbero a loro agio tanto in un regime, quanto nel suo contrario…

Al di fuori di tale disquisizione teorica, resta pero’ il fatto che la condanna talvolta e’ ingiusta o ingiusta la via che porta ad essa. Se il risultato e’ stato iniquo, iniquo sara’ stato il suo autore: il giudice, nell’accezione comune della parola…

Il giudice e’ un uomo: ha i suoi interessi privati, le sue preferenze sentimentali, le sue ideologie, piu’ o meno avvertite, il suo acume, la sua dottrina, la sua ignoranza, la sua bonta’, la sua malignita’: perche’ deve offendersi se qualcuno gli rinfaccia i suoi errori? …Si credono davvero infallibili? “C’e’ la loro buona fede”, mi si potrebbe obiettare. Non basta la buona fede, per essere infallibili. Dalla presunta infallibilita’ nasce l’orgoglio mostruoso, che potrebbe fare vittime innocenti. Oserei dire che accade quotidianamente…

Sono cose che i giudici intelligenti conoscono, e di esse nutrono la loro malinconia; quelli meno intelligenti o meno umani le accettano come dati di fatto, insuperabili. Traggono motivo per abbandonarsi al dispetto malevolo, all’indifferenza astiosa…

Occorre puntare sulla preparazione piu’ accurata dei giudici, non solo dal lato della tecnica giuridica, ma anche da quello degli studi umanistici in genere. Forse gli esami di concorso dovrebbero volgere anche su altri agomenti che non siano quelli delle leggi. Il popolo italiano paga bene i suoi giudici. E’ giusto che si aspetti da essi meno errori che siano possibili e soprattutto meno deviazioni tentatrici nella ricerca sostanziale della verita’”.

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