sabato, Maggio 15

Reddito minimo e lavoro per non essere poveri

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Poveri sempre più poveri e in aumento in termini di percentuale assoluta. E una minoranza di ricchi sempre più a suo agio. E’ questo il quadro, non nuovo per la verità, che caratterizza l’Italia e non solo, essendo l’ampliamento della forbice tra i più sfortunati e chi vive bene un tratto comune più o meno a tutta l’umanità. Nel Belpaese sono circa 6 milioni coloro che ‘non riescono ad acquistare beni e servizi per una vita dignitosa’. Un dato che aumenta fino a superare i dieci-dodici milioni di persone se consideriamo coloro che vivono in condizioni di povertà relativa.

Questi numeri diffusi dalla Caritas e confermati dall’Istat, e che solo in questi ultimi anni hanno smesso di crescere senza tuttavia determinare quella necessaria inversione di tendenza, dimostrano che non c’è più tempo da perdere e che la politica deve cominciare a fare la sua parte, anche prendendo della posizioni coraggiose. Non bastano insomma i pur necessari 80 euro di Renzi, ma serve un reddito minimo garantito che permetta alle persone di tornare ad avere un ruolo nella società oltre che all’avvio di politiche espansive finora precluse dai rigidi dettami europei. In Italia non tutti sembrano avere a cuore questo problema.

Tra i principali partiti, a parte i vari frammenti che caratterizzano la sinistra, appunto dalla sinistra Pd (Partito democratico) a Rifondazione passando per Sel (Sinistra ecologia e libertà), a farsi portavoce della necessità di una misura quale appunto il reddito di inclusione è solo il M5S (Movimento 5 Stelle). Tra le associazioni e i sindacati spiccano invece due realtà importanti che si sono fatte strada in questo frattempo. Da un lato l’Alleanza contro la povertà, promossa dalle Acli (Associazioni cristiane lavoratori italiani)  e dalla Caritas, ma composta da un numero consistente di associazioni di vario genere, tra le quali i comuni italiani raggruppati nell’Anci (Associazione nazionale comuni italiani), Cgil, Cisl e Uil, la Comunità di S.Egidio, Save the Children, ActionAid e tante piccole e meno piccole realtà cattoliche. Dall’altro registriamo l’iniziativa Miseria Ladra, nata da un’idea del Gruppo Abele, sostenuta da Libera e che ha come primi testimonial persone quali Emiliano Brancaccio, Stefano Rodotà, Gad Lerner, Guido Viale, Gianni Minà, Cecilia Strada e Luisa Morgantini. Fautrice, tra le altre cose, di una manifestazione contro la povertà prevista per il prossimo 17 ottobre. Un’iniziativa alla quale hanno aderito le varie organizzazioni di sinistra e anche la Coalizione sociale ideata dal segretario della Fiom Maurizio Landini.

Abbiamo chiesto per cominciare a Gianni Bottalico, presidente delle Acli e portavoce dell’Alleanza, di spiegarci in che cosa consiste esattamente la loro proposta e quali sono le finalità: “E’ stata certamente una fatica da parte di tutti i soggetti che compongono l’Alleanza fare un passo indietro rispetto alle proprie aspettative e lavorare su un obiettivo comune che era quello di scrivere la proposta sul reddito di inclusione sociale. Il dato politico rilevante riguarda il fatto che siamo riusciti a mettere insieme gran parte dei soggetti che oggi nel nostro Paese si occupano di povertà proprio con l’obiettivo di portare le esperienze che ciascuno di noi ha maturato su questo tema e mettere sul campo tutte le idee in modo tale di arrivare ad una proposta il più possibile unitaria. Cosa che siamo riusciti a fare e questa è stata senz’altro una grande soddisfazione. Inoltre con questa proposta vogliamo lanciare un segnale alla politica. Come noi abbiamo messo in campo dei soggetti differenti, sarebbe il caso che allo stesso modo partiti diversi si adoperino per trovare una loro idea. Secondo noi questo dovrebbe essere il primo punto nell’agenda del governo Renzi.  Anche perché impegnarsi su questo problema non significa solo dare una mano a milioni di famiglie, ma c’è anche un dato economico, perché come dice la stessa Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) , il contrasto alla povertà oggi nel nostro Paese potrebbe essere quantificato in due punti di Pil”.

Entrando nel merito della proposta dell’Alleanza “è complessa, ampia”, ribadisce il portavoce di questo ampio coordinamento, “e non è soltanto il contributo economico dato a chi si trova in uno stato di povertà. Il reddito di inclusione sociale che abbiamo costruito è tutt’altra cosa. Sono delle politiche di contrasto alla povertà con un principio di gradualità. Si parte con un investimento iniziale di oltre un miliardo di euro  per arrivare a regime superando i sette miliardi. Si parte appunto da chi ha più bisogno per estendere via via le fasce sociali di riferimento in un arco temporale di quattro anni. Dunque una gradualità rispetto agli interventi, una temporalità ma soprattutto il fatto che il reddito di inclusione sociale che noi abbiamo proposto ha anche un effetto strutturale perché all’interno di quei soldi che ho indicato prima ci sono sia quelle risorse che vengono erogate direttamente a chi è indigente ma anche quelle che arrivano ai comuni, ai territori per creare delle infrastrutture sociali. Perché essere povero in Lombardia e molto diverso che essere povero in Calabria. Insomma vogliamo cambiare anche il modello di welfare nel nostro Paese”.

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