giovedì, Agosto 5

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Francesco Pecoraro

 

Cosa fa di un libro un ‘grande libro’?
Con questo aggettivo ˗‘grande’˗ io non intendo fare una selezione tra Letteratura Alta e di consumo; questo dev’essere chiaro. Un buon giallo, scritto bene e che sa utilizzare suspense e intreccio, tenendo agganciata l’attenzione del suo lettore sino all’ultimo capoverso dell’ultima pagina, ha per me valore quanto le pagine che descrivono i contorcimenti esistenziali del ‘Giovane Werther’.

Da sempre considero il leggere la mia primaria forma di conoscenza, e la frequento e la percorro in ogni sua manifestazione, nutrendomi sia con trattati di filosofia teoretica sia con racconti d’avventura a metà strada tra l’esoterico e lo storico, quando non delle pagine di narrativa contemporanea, quelle tra le quali da sempre io cerco la Letteratura, la mia grande passione di Lettrice.
La Letteratura…  dalla Treccani online estrapolo questa definizione:

 «Oggi s’intende comunem. Per letteratura l’insieme delle opere affidate alla scrittura, che si propongano fini estetici, o, pur non proponendoseli, li raggiungano comunque»

Alla definizione della Treccani io aggiungo, generalmente, un aggettivo: ‘Alta’, e in questo modo sono avvezza a selezionare quelle opere di narrativa che in modo più o meno prioritario narrano situazioni, eventi o trame che trattano della condizione esistenziale della nostra vita di esseri umani.
Ve ne darò un esempio.
In un testo autobiografico, il grande scrittore francese Albert Camus raccontò del suo sconvolgimento di fronte a un avvenimento familiare. Il padre del piccolo Camus era andato ad assistere a una decapitazione (a quel tempo in Francia era ancora praticata la ‘pena di morte’) e tornato a casa non riuscì a trattenersi dal vomitare, tanto il suo essere era stato provato dall’aver visto compiersi quella pratica incivile. Lo scrittore è stato in grado di consegnare al lettore il racconto di quel fatto della sua infanzia generando non solo raccapriccio e condanna per quella forma di violenza legalizzata, ma anche emozione per le reazioni di un padre e di un bambino, un piccolo essere che percepiva la gravità di quel fatto accaduto, così grave da sconvolgere la figura in genere controllata ed equilibrata del genitore. Ecco, in età giovanissima, credo avessi 12 o 13 anni, lessi questo scritto di Albert Camus e ne fui impressionata: era una pagina di quella che per me poi è diventata, nel mio immaginario, la Letteratura Alta, quella scrittura che al di là del tempo è capace di raggiungerci, toccarci nel profondo, farci crescere come esseri umani.

«Poco prima della guerra del 1914, un assassino che aveva commesso un crimine particolarmente rivoltante (aveva massacrato una famiglia di coloni, compresi i figli) venne condannato a morte ad Algeri. Si trattava di un bracciante che aveva ucciso in una sorta di delirio omicida, ma con l’aggravante di aver derubato le proprie vittime. Il processo suscitò grande scalpore. Generalmente si ritenne che la decapitazione fosse una pena troppo mite per un simile mostro. Questa fu, così mi si disse, anche l’opinione di mio padre, sdegnato soprattutto dall’eccidio dei bambini. Una delle poche cose che so di lui, in ogni caso, è che volle assistere all’esecuzione, per la prima volta in vita sua. Si alzò nel cuore della notte per recarsi sul luogo del supplizio, all’altro capo della città, fra un gran concorso di folla. Di quanto vide, quel mattino, non disse nulla a nessuno. Mia madre racconta soltanto che rientrò di furia, stravolto, si rifiutò di parlare, si stese un istante sul letto e d’improvviso incominciò a vomitare. Aveva visto in faccia la realtà che si celava sotto le formule solenni tese a mascherarla. Non pensava più ai bambini massacrati, non poteva più pensare che a quel corpo palpitante sull’asse dove l’avevano gettato per tagliargli il collo».

[Albert Camus, Riflessioni sulla pena di morte, ed. SE]

Questa mia ricerca della Letteratura Alta mi ha portata per anni a leggere e a verificare i libri selezionati e vincitori dei nostri Premi letterari, emergendone però spesso con un carico di delusione e insoddisfazione, che nel tempo, e quindi nell’imbarbarimento della nostra produzione culturale (abbandonata a sé stessa da governanti ignoranti o, peggio, strumentalizzata da ideologie arroganti) è cresciuto in modo esponenziale.
Anche quest’anno la stagione dei premi letterari italiana si è conclusa dimostrandosi ancora una volta quanto mai superflua e sterile. Ma a dispetto dell’evidenza nota a tutti, alcuni recensori hanno avvertito la necessità impellente di tessere lodi spropositate su alcuni autori, reduci da vittorie o, magari, da semplici partecipazioni a premi. La ragione? Tentare di offrire un’eco lunga a cerimonie per altro fruste e avulse dalla produzione letteraria contemporanea di quest’Italia allo sfascio?
Ed è proprio a causa di uno di questi tentativi, letto non so più dove, che ho preso tra le mani il testo che ha mi ha accompagnata -male- nelle ultime giornate di questa strana estate.

Artificioso e forzato: questi due aggettivi ben calzano a definire il romanzo che quest’anno si è aggiudicato l’alloro del Premio Viareggio-Repaci… anche se definire “romanzo” il testo redatto da Francesco Pecoraro è usare impropriamente la lingua italiana, dato che lo scritto ha caratteristiche ben diverse, che non appartengono affatto alla concezione che comunemente si dà di romanzo. Chi abbia dubbi in merito può sempre consultare il vocabolario Treccani.

Leggendolo non vi ho riscontrato né una minima intenzione da parte dell’autore ‘a dilettare il lettore’  né tantomeno una ‘narrazione di vicende familiari o di un singolo individuo, su uno sfondo storico o di fantasia’, bensì soltanto una proiezione dello smisurato ego di Francesco Pecoraro che, indossata la maschera picaresca dell’ingegner Ivo Brandani ci ha, per uno sterminato numero di pagine, trattenuto annoiandoci con la sua interpretazione della vita, in Italia, dal Dopoguerra ad un ipotetico 29 maggio 2015. Praticamente ogni periodo di ogni pagina trasuda di un’arroganza pseudo-intellettuale che tutto giudica e critica, fuorché se stesso.

Troppe le connessioni tra il personaggio e il suo autore per non comprendere che non ci troviamo davanti a un romanzo, bensì alle prese con un diario intimista e greve di accidia per il comune vivere. È la pessima abitudine che hanno gli esordienti, quella di scrivere e narrare solo di sé e del proprio ombelico, convinti che tutto il mondo se ne debba interessare e trarre profitto culturale. Ed è in effetti lo stesso errore marchiano nel quale incappa Francesco Pecoraro al suo esordio come autore di romanzi (le precedenti pubblicazioni erano state una raccolta di racconti e quanto l’ingegnere aveva riversato sul suo personale Blog). Alcuni hanno la bontà di lasciare in fondo a un cassetto codeste scritture di sé, ma altri senza nessuna pietà stampano e diffondono per l’aire questi prodotti di scarso o nessun valore.

Qualcuno potrebbe obiettare: ma è reduce d’aver vinto il Premio Viareggio-Repaci 2014…

Questo, a mio parere, è l’esatto contrario di un’obiezione; difatti ormai da decenni i premi letterari italiani più che incoronare validi autori sono divenuti l’ultima spiaggia delle case editrici, un mezzo tramite il quale le stesse tentano di ammollare a ingenui lettori italiani i loro indegni prodotti; tant’è che al mercato estero, se arrivano, quelli che arrivano e qualche interesse suscitano, non lo fanno certo in grazie dell’alloro raccolto. Nessun serio rappresentante della cultura del Bel Paese rammenta i nomi dei vincitori degli ultimi premi letterari, chi vinse ad esempio nel 2010 o nel 2011 lo Strega… Figurarsi il Viareggio, cui il Pecoraro è dovuto ripiegare causa l’esclusione dalla cinquina del sopracitato premio ideato per reclamizzare l’omonimo liquore, un premio anche quello -bisogna ricordarlo- e che può vantarsi di non avere ammesso tra i suoi premiati uno scrittore del calibro di Pier Paolo Pasolini.

Ma siccome la manfrina dei Premi letterari in Italia diventa la naturale sede estiva per le chiacchiere che d’inverno si svolgono nei salotti, noi continuiamo pazientemente a guardarli succedersi, senza per questo scomodarci a leggere le opere selezionate, consci che ben poco vi è di imperdibile e ancor meno di lontanamente interessante per la Letteratura italiana.

Quando però si arriva a strepitare, come nel caso de ‘La vita in tempo di pace’ di Francesco Pecoraro, che trattansi di «uno dei più grandi romanzi italiani degli ultimi anni» allora la verifica si fa d’obbligo, ma solo per confermare quanto le recensioni siano sempre più addomesticate quando non addirittura colluse in un mercato di bassi scambi di favori.

Dopo poche pagine il testo mi aveva già ampiamente dimostrato i suoi limiti, evidenziando come l’ingegnere protagonista delle vicende non era altro che un burattino usato per mettere in piazza i malumori del suo burattinaio. Un uomo infelice e insoddisfatto che, disturbato da un Edipo irrisolto, trascorre tutta la sua esistenza a pugnare nella sua mente contro la figura ‘di Padre’ (già questa maiuscola e l’assenza di qualsiasi aggettivo possessivo la dicono lunga), al punto di dimenticare l’oggetto del suo amore in un canto, quella Madre che viene recuperata solo come scudo alle severe decisioni paterne, dalle quali riesce a salvarlo risparmiandogli ad esempio un corso di nuoto che il giovane Ivo Brandani (alias Francesco Pecoraro?) soffre come una tortura che gli torce le budella.

Ma quello che esaspera è proprio ciò che l’insoddisfazione genera: una cattiveria e un astio ingiustificati per tutta l’umana progenie. Nessuno escluso. E da chi ci arriva simile schiaffo? Da un mediocre che nulla è stato in grado di fare con passione e impegno personale, che in ogni circostanza ha indossato l’abito del vigliacco, del codardo e null’altro. Un esempio? Basti leggere del suo atteggiamento durante i moti studenteschi degli anni Sessanta, quando i suoi compagni seguendo un’ideologia mettevano a rischio se stessi, rischiando botte e arresto; cosa faceva Ivo? Scappava a nascondersi.

Ma sono davvero tanti, troppi, gli episodi raccontati in questo soliloquio sbrodolato dalla voce del protagonista (alias Francesco Pecoraro?) che lasciano male il lettore. Come non citare tutta la questione sessuale, quella che a sprazzi, fin troppo ricorrenti, compare nelle pagine del romanzo? Si va dalle esperienze di adolescenziale onanismo (e ai sensi di colpa che ovviamente scarica in confessioni a preti pazienti) ai rapporti con varie figure femminili: amanti, compagne di superiori, fanciulline pescate tra le amicizie. Anche nei confronti della donna, questo mediocre soggetto (che per di più insiste a definirsi ‘di sinistra’, ma che fin troppo assomiglia al Padre conservatore), dimostra la sua pochezza. Egli le vede come un mezzo attraverso cui soddisfare le sue esigenze sessuali e null’altro. Basti, più che un mio commento, la lettura di questo breve paragrafo:

«(…) Le femministe si scagliano contro la pubblicità e la tv e il cinema e la stampa… Si servirebbero del corpo della donna a scopi commerciali: be’, io non sono tanto convinto… mi viene da pensare: “Chi usa chi e cosa?”… A che serve il corpo femminile se non a essere prima di tutto visto? Non sarà allora il corpo della donna a servirsi anche di pubblicità e tv eccetera, per invadere costantemente il nostro immaginario e assumervi una posizione dominante? Non sarà una strategia darwiniana della fica, questa?»

E tanto è ripetuta e insistita questa acredine verso il sesso femminile che alla fine non si può non immaginare che questa misoginia, più che al povero ingegner Ivo, appartenga al Pecoraro di cui sopra che, mancando di coraggio e dignità come la sua creatura, utilizza la finzione di una narrazione per dar sfogo a quanto gli pesa sul diaframma ma non ha l’onestà di dichiarare come un suo pensiero.

Ma altri ancora sono i passaggi che rendono questa lettura assolutamente noiosa e indegna non solo di un serio e veritiero premio ma persino del generico appellativo di ‘romanzo’. Come non citare le tiritere lunghe pagine e pagine su modelli e modellini di aerei con le quali il povero lettore viene intrattenuto oltre ogni immaginabile resistenza? E poi i ‘ponti’, le loro strutture, e le lezioni di ingegneria alle quali assiste, le navigazioni per il Mediterraneo e…

Fino a non poterne più, a volerlo gettare nel w.c. e a non sentirlo neppure più nominare.

Invece per esprimere un’opinione occorre arrivare fino in fondo, dare al libro e all’autore possibilità sino alla fine. Che ne sai, mi dicevo, incatenandomi alla lettura, che nell’ultimo capitolo, proprio nell’ultimo paragrafo dell’ultimo capitolo il Pecoraro non tolga dal cilindro il suo coniglio bianco con il quale darà vita  a «uno dei più grandi romanzi italiani degli ultimi anni»?
Ma l’onanismo è ovunque, è al di là del fisico soprattutto, è un onanismo mentale senza possibilità altra di redenzione.

Egli giudica… Voi chiederete: chi? Ma Brandani/Pecoraro è lo stesso, l’uno vale l’altro. Dicevo che giudica come un indefesso detentore della verità, della giustizia, della legge, mentre in realtà egli è nessuno e niente, tanto è il timore per la sua persona, per la sua vuota integrità che mai assistiamo a vedergli assumere una qualsivoglia posizione in questo mondo che da luogo ben protetto lui svaluta e condanna. Comunque la pensassi o facessi finta di pensare – perché reputavi che era meglio fingersi di sinistra che non dover sopportare ingiurie e ostracismi -, perché non sei rimasto con i tuoi compagni di studi mentre i celerini li assalivano e li picchiavano? Perché solo una volta nella tua vita non hai affrontato il rischio di provare a vivere, invece di stare al balcone a guadare gli altri esistere?  Forse avresti evitato di impasticcarti di Tavor fino a morire in un lontano aeroporto, e trovare il tempo prima dell’ultimo respiro solo per osservare «che ha un riporto di capelli pazzesco »… che meschino modo di morire, dopo una vita tanto misera d’altra parte…

Lo stesso modo meschino di finire un testo… meglio: l’ossessivo monologo di un ego insoddisfatto.

 

 

 

 

 

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