sabato, Maggio 8

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Vivere insieme a molte altre coppie, famiglie e single, condividendo gli spazi comuni e mantenendo la propria privacy all’interno dell’unità abitativa. È questo lo spirito del cohousing, una pratica che si sta rivelando molto utile oggi nella nostra società, sia per i risparmi economici sui consumi e i servizi, sia per soddisfare il bisogno di contatto umano che stiamo gradualmente perdendo con una vita sempre più frenetica e che si svolge principalmente sul web.

Il cohousing è una pratica nata in Scandinavia negli anni ’60 e oggi è molto diffusa in Paesi come la Danimarca, la Svezia, l’Olanda, L’Inghilterra, gli Stati Uniti, il Canada, l’Australia e il Giappone. Ma, lentamente, sta iniziando a svilupparsi anche in Italia, soprattutto nelle grandi città, puntando molto sul recupero di grandi edifici industriali o agricoli dismessi. Le comunità di cohousing cambiano la fisionomia dell’abitazione privata, che non è più del tutto autonoma, ma può contare sui vantaggi, i servizi e le risorse degli spazi condivisi, generando benefici per gli inquilini sia dal punto di vista sociale che ambientale. Di solito queste strutture si presentano come grandi insediamenti composti da 20-40 unità abitative, in cui risiedono famiglie, coppie o single, che si sono scelti tra loro e hanno deciso di vivere come una “comunità di vicinato”, per poi dare vita alla realizzazione di un villaggio dove esistono spazi privati e spazi comuni. Gli spazi vengono organizzati tramite una progettazione partecipata, che definisce sia il progetto edilizio vero e proprio che il progetto di comunità, con il quale si decide cosa e come condividere e come gestire i servizi e gli spazi comuni.

Sono ancora poche le esperienze di cohousing organizzato ma, come sostengono gli operatori del sito cohousing.it, ci sono dieci caratteristiche comuni che possiamo rintracciare in quasi tutte le forme di cohousing. Queste sono: «la progettazione partecipata; il vicinato elettivo; la formazione di comunità non legate a ideologie; una gestione locale; una struttura non gerarchica ma paritaria della struttura; il senso di sicurezza; la definizione di design e spazi per la socialità; la possibilità di contare su servizi a valore aggiunto; il rispetto della privacy e i benefici economici».

Caratteristiche che sembrano essere rispettate nell’ultimo progetto presentato da cohousing.it, il Cohttage, ricavato da una cascina del ‘600 nei pressi dell’abbazia di Chiaravalle a Milano. Si tratta del quinto progetto presentato dall’associazione, dopo quello di TerraCielo, a Rodano; il Cosycoh, primo progetto di cohousing in affitto in Europa, realizzato in zona Ripamonti; l’Urban Village Bovisa e un progetto realizzato in Toscana, sul litorale livornese, nel comune di Calambrone.

La struttura ricavata a Chiaravalle, che dovrebbe essere operativa entro la primavera del 2016, conta cinquanta nuovi appartamenti, con spazi comuni da condividere con gli altri condomini, da poter utilizzare per dependance per gli ospiti, spazi riservati ai bambini o al bricolage, piscina e fitness room, e un terreno che potrebbe essere destinato a orti e frutteti. L’uso di queste aree, come da copione, verrà deciso dagli acquirenti durante le riunioni partecipate. Le strutture destinate al cohousing saranno fornite di geotermia e pannelli fotovoltaici, in modo da ottenere edifici ad alta efficienza energetica per ridurre i costi dei servizi e per avere un minore impatto sull’ambiente. Il vantaggio di essere parte di questo tipo di comunità, però, non si ferma alle bollette, ma si estende ai servizi che i condomini decidono di affrontare insieme. Può essere deciso, infatti, di collaborare all’organizzazione di attività collettive, dalla cura dell’orto alle feste di compleanno, ma anche di promuovere la creazione di gruppi di spesa a chilometro zero e incentivare forme di mobilità alternativa come il car sharing.

Progetti di cohousing come questo hanno una grande rilevanza economica e sociale in una città come Milano. Oltre a creare nuovi alloggi recuperando vecchi e dismessi edifici, consente anche di ricreare un tessuto sociale che, in una grande città come Milano, rischia di andare perduto. Marco Bolis, responsabile del progetto, racconta alcuni profili di questa esperienza.

 

Come è nato il progetto di Cohousing di Chiaravalle e in cosa consiste?

Il progetto è nato dalla nostra idea di creare una rigenerazione urbana. La struttura, infatti, deriva dal riutilizzo di una cascina storica del 600 situata quasi di fronte all’abbazia di Chiaravalle, uno dei posti più belli e ricchi di storia di Milano. Si tratta di una cascina abbandonata, caduta a pezzi e che oggi vede un’occupazione abusiva che crea problemi di ordine pubblico e sociale. Noi abbiamo deciso di riutilizzare questo luogo per il cohousing.

Il recupero della vecchia cascina consente un vantaggio economico per l’area?

Il vantaggio economico è indubbio. Laddove esistono elementi di questo genere, che sono fatiscenti e generano problemi di ordine sociale e pubblico, il recupero di questi edifici contribuisce a trovare nuove soluzioni abitative, senza consumare suolo nuovo e riportando in vita un pezzo della nostra storia, rivitalizzando il borgo, che è uno dei più belli di Milano.

Ci sono progetti simili?

Questo per noi è il quinto progetto. A Miano abbiamo realizzato già 3 progetti simili di cohousing. Uno è l’Urban Village Bovisa, che deriva dal riutilizzo di una vecchia fabbrica per delle abitazioni, in una zona post industriale con ancora tante aree che non avevano alcuna vocazione. Qui abbiamo realizzato 32 alloggi e le famiglie sono felici di abitare in questa struttura. Un altro è il progetto di cohousing in affitto, realizzato in zona Ripamonti, nel centro di Milano. Si tratta del primo progetto di cohousing in affitto in Europa destinato agli under 35, per dare loro una risposta alla difficoltà di trovare un appartamento adeguato in termini di qualità/prezzo. Un altro progetto è stato realizzato in Toscana con il recupero di una villa storica davanti a Calambrone, sul litorale livornese, con 40-50 alloggi. Il progetto più innovativo è, sicuramente, Terra Cielo, realizzato a Rodano, vicino a Segrate, con 60 unità abitative in classe energetica A+. Qui abbiamo realizzato una struttura di cohousing con oltre 400 mq di aree comuni che gli acquirenti hanno utilizzato come desideravano.

Come funziona un’abitazione in cohousing? Si affitta o si acquista?

Sono possibili entrambe le soluzioni. Si può affittare o acquistare, dipende dall’impostazione dello sviluppo dell’operazione immobiliare sottostante. Quello che è stato realizzato finora è stato fatto contando solo sugli investimenti privati di coloro che hanno capito che puntare solo sulla speculazione edilizia non paga più. A Milano, per esempio, ci sono moltissimi alloggi invenduti perché basati su una logica obsoleta. Noi vogliamo parlare del soggetto, rispondere a bisogni delle persone declinati sull’esigenza abitativa. Non ci si deve basare più sulla definizione della casa, ma le persone ci devono dire come gli piacerebbe, e se sono tante possiamo realizzare insieme un progetto innovativo, soprattutto dal punto di vista sociale.

Quali sono i vantaggi economici per chi deciderà di venire ad abitare nella cascina e quali sono i limiti?

I vantaggi sono che, in questo momento di mercato, tutto quello che gira intorno a quel luogo espone valori economici superiori ai 3400 euro al mq. Questi soni i prezzi degli altri costruttori. Quello che noi abbiamo promosso, invece, è un progetto con un valore di 2950 euro al mq, in classe energetica A e con spazi comuni che verranno completamente arredati. Nell’affitto o nella vendita sono compresi nel prezzo anche queste aree. L’unico svantaggio, se così lo possiamo definire, è che noi diciamo a queste persone di aiutarci a costruire la loro casa. Puntiamo su una costruzione partecipata, raccogliendo i contributi e le idee di tutti i futuri inquilini. Ovviamente la partecipazione non è un obbligo, ma solo la scelta di essere parte attiva. Noi facciamo da cabina di regia tra i vari soggetti, aggreghiamo i bisogni dei vari soggetti coinvolti.

Che tipo di persone sceglie il cohousing?

Il 42% dei nuclei in cohousing sono costituiti da coppie, il 38% da famiglie e il 30% da single. Tutti i progetti di cohousing rappresentano uno spaccato civile della società nella fascia d’età che va dai 20 ai 65 anni circa. In questa fascia viene compreso l’88% delle persone che sceglie i nostri progetti. Nel progetto di Chiaravalle ci sono anche signore più avanti con gli anni che hanno deciso di andare a vivere insieme con uno spazio in comune. E poi ci sono giovani coppie, 7-8 famiglie già formate con figli e single. Come dicevo prima, uno spaccato della società civile.  

Il cohousing è una scelta di necessità o libera?

La scelta parte dal presupposto di non sentirsi un numero ma di sentirsi parte attiva. Un posto in cui ognuno può esprimere la sua idea. Certamente è anche una questione di risparmio, inteso come il poter contare su tanti spazi in più che da solo una persona o una famiglia non si potrebbe permettere. Le persone insieme esprimono una forza economica che consente di avere maggiori servizi. Unendosi possono migliorare la loro qualità di vita.

Come si sta evolvendo il cohousing in Italia?

Ad oggi siamo tra i primi ad aver promosso il cohousing, con la tendenza di un progetto lanciato all’anno. Notiamo che nei confronti di questa pratica c’è sempre maggiore interesse, ma scartiamo tantissime opportunità che ci vengono proposte da imprese e istituzioni, perché non sono adeguate. Serve un cambio di mentalità. Una parte di imprenditoria, infatti, ha capito la svolta che può dare il cohousing, ma il 90% ancora no. Ci sono ancora venditori di aree che sognano la luna, e sperano invano che tornino gli anni 2000. Dobbiamo renderci conto che abbiamo un grande buco nero rappresentato dal mondo finanziario e bancario. Tutto quello che abbiamo realizzato in questi anni lo abbiamo fatto con investimenti privati. Il mondo bancario, a suo tempo, ha finanziato progetti sbagliati e oggi ci vengono a dire ‘dateci una mano’, ma non accettano di dover portare a perdita dei valori che non erano reali prima. D’altra parte, nessuno degli amministratori è disposto a giocarsi la sedia mettendo la firma su una minusvalenza. In questo modo si continuano ad avere immobili obsoleti che hanno valore zero, e che sono stati concepiti solo su una logica oggetto.

Esiste una legislazione che regola il cohousing?

Ci sono alcune amministrazioni che stanno cercando di normarlo. A Milano, per esempio, abbiamo contribuito a inserire nel nuovo ordinamento comunale un vademecum che specifica cosa si intende per progetti di cohousing. Anche la Regione Toscana ha già fatto qualcosa, così come il Comune di Bologna. In Parlamento è fermo un disegno di legge presentato dall’ex ministro Melandri, che tentava di regolamentare questa attività. Non sappiamo come si evolverà la situazione al Governo, ma stiamo lavorando sul testo per aggiornarlo e per essere presentato di nuovo. Ci auguriamo, intanto che la nuova classe politica ci ascolti e ascolti soprattutto le esigenze delle persone.

Il cohousing può essere una leva per la nostra economia verso uno sviluppo sostenibile? In che modo?

Indubbiamente lo è. Noi preferiamo non consumare nuovo territorio. Ci sono tantissime aree dismesse e degradate, e pensiamo solo a quale sistema economico si potrebbe mettere in moto rigenerando questi spazi. Ne va a vantaggio anche della città stessa, perché possono essere rivitalizzati i quartieri, rimettendo così in moto la microeconomia di quelle zone. Questa è una risposta. Senza dimenticare i problemi dell’edilizia. Abbiamo un sacco di imprese che ci dicono ‘fateci lavorare’. Dietro a queste imprese ci sono famiglie che devono riuscire a vivere. Con il cohousing si possono mettere in atto anche meccanismi positivi per i giovani che non riescono a trovare una casa, perché il mercato non dà loro opportunità. Questi giovani sono una forza economica che non trova sbocco oltre che dal punto di vista occupazionale, anche da quello abitativo.

 

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