martedì, Aprile 13

Recupera! Recupera!! Recupera!!!

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La fiction dedicata a Pietro Mennea ha riportato a galla ricordi di un tempo bello, quando lo sport era narrato da figure epiche e noi stavamo incantati a guardare o a leggere le loro gesta. La sceneggiatura de La freccia del sud è suonata un po‘ elementare ma forse è stato meglio così, perché la personalità del campione era stata già complessa di suo, tanto che occorreva, semmai, semplificarla. Tra l’altro Michele Riondino, Luca Barbareschi e Lunetta Savino sono apparsi bravissimi nei tre ruoli centrali: lei da perfetta mamma pugliese nel dispensare sensi di colpa e doni; lui incarnando una figura sublime di allenatore e guida, quel Carlo Vittori che a Pietro Mennea aveva regalato la propria identità di uomo combattivo. Infine Riondino, che se l’è rischiata da pazzi in uno di quei classici ruoli impossibili, di uno troppo celebre e tanto poco ‘umano‘ da rassomigliare a un Mito, e cioè a un puro racconto. Pietro Mennea è appartenuto ad almeno tre generazioni italiane. Per circa quindici anni le sue imprese anni hanno occupato le prime pagine dei quotidiani nazionali, persino togliendo spazio al calcio e accomunando milioni di ammiratori in una sorta di culto silenzioso, che in ogni caso superava il limite della gloria sportiva. Mennea fu un atleta capace di vincere al di là di ogni inverosimile previsione. Lo avrebbe fatto contro il suo stesso fisico, gracilino, e contro una statura di normale percentile. Lo avrebbe fatto nonostante provenisse da una terra misera, quanto a strutture sportive, e avara di talenti. Lo avrebbe fatto, insomma, per l’orgoglio della stragrande maggioranza dei suoi connazionali, che in quella miseria e in quell’avarizia erano cresciuti. In qualche modo il suo era un riscatto annunciato, egli chiamato a rompere una tradizione di decennale dominio, che i velocisti neri non sospettavano potesse mai terminare, tali erano il ricambio, la disciplina e l’organizzazione dell’atletica leggera statunitense che, da bambini, imparammo ad amare grazie a un ribelle soprannominato ‘The Jet’. Nessun duecentista, prima di Tommy Smith, era riuscito a scendere sotto il muro dei 20” netti. Il 16 ottobre del 1968 accadde quella meraviglia, a cui però seguì lo scalpore. Durante la cerimonia di premiazione, Smith e John Carlos (terzo classificato) inscenarono una clamorosa protesta: salirono sul podio scalzi e, ascoltando l’inno americano, chinarono il capo e sollevarono un pugno guantato di nero, a sostegno dell’Olympic Project for Human Rights. Un atto pazzesco, forse il massimo segno di rivolta di tutta la storia del movimento del ’68. Un atto che non poteva passare liscio. Avery Brundage, presidente del Comitato Olimpico Internazionale, fece sì che Smith e Carlos venissero sospesi dalla squadra statunitense con effetto immediato, nonché espulsi dal villaggio. Pietro Mennea, allora sedicenne, assistette a quella doppia performance dal ritiro giovanile di Formia, dov’era la Scuola nazionale di Atletica Leggera. L’incontro con Vittori avvenne in quei giorni, e il loro sodalizio non si sarebbe mai spezzato. Caso rarissimo, nel fuggevole mondo dello sport, e per nulla casuale. Del resto Vittori aveva intuito in che misura Mennea impersonasse un meridionale atipico. A parte il talento naturale, lo avevano impressionato la volontà, la lealtà e il rispetto delle regole, non di quelle italiane però, delle regole autentiche. Per un decennio abbondante, Mennea e Vittori furono contrari a un sistema in cui le federazioni pullulavano di dirigenti imposti e protetti dalla politica, il tutto sotto l’ampio e generoso ombrello del Coni. Tanto che il preparatore del nostro campione più grande era stato licenziato alla vigilia delle Olimpiadi di Montreal, che non a caso rappresenteranno la delusione più amara per il Barlettano. Eppure due anni prima Mennea si era laureato campione europeo sui 200; eppure nel 1975 aveva battuto Valerij Borzov in Coppa Europa a Nizza… Niente da fare, la brutta burocrazia dominava su ogni ambizione. Eppure Pietro Mennea era più forte anche di quella, tanto da imporre il suo Maestro, tanto da conquistare nel ’78, a Città del Messico, il primato del mondo con un folle 19”72, che rimase insuperato per addirittura diciassette anni! Tanto da vincere l’oro olimpico a Mosca, nei giochi boicottati in seguito all’invasione dell’Afghanistan, che egli strappò dal petto ad Allan Wells grazie a una rimonta incredibile, metro dopo metro lungo il rettilineo più emozionante della nostra storia sportiva. Chi non può ricordarlo, appartiene a un’epoca successiva della storia italiana. La telecronaca di Paolo Rosi fu semplicemente letteratura: «Ecco! Buono l’avvio! parte più svelto Wells nei confronti di Mennea e lo supera subito! Ecco vediamo, lotta spalla a spalla tra Wells e Mennea! È al comando attualmente l’inglese! Poi si distende anche Quarry! Mennea cerca di recuperare… Cerca di recuperare… Recupera!! Recupera!! Recupera!!! Recupera!!! Recupera!!!! Ha vinto!!!! Ha vinto!!!!» Restammo insieme, quel tardo pomeriggio estivo, a risognare quei pochissimi secondi durante i quali Pietro Mennea risucchiava a sé Wells. Quella non era stata una vittoria all’italiana. Era stato il trionfo individuale di un uomo infinitamente serio e coraggioso, che era partito dietro a tutti, da una corsa tra i vicoli di una cittadina emigrata, per salire sul tetto del mondo, sopra a tutti, senza vanità alcuna, ottenuti i riconoscimenti che aveva cercato e preteso. Pietro Mennea non era italiano ma era nostro Eroe e nostro Fratello, una leggenda per cui spendere retorica equivale a usare la punteggiatura.

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