mercoledì, Ottobre 27

Recovery Fund e poi subito la rivoluzione fiscale verde Trovato l’accordo su Recovery Fund e bilancio settennale la domanda che i leader si dovranno porre è come gli Stati membri dovrebbero spendere i soldi. Una proposta viene dal Center for European Reform

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Da oggi 17 luglio e fino a domani -ma già si ipotizza una coda su domenica 19 luglio- i leader dell’Unione Europea si incontrano a Bruxelles per cercare di raggiungere un accordo sul RecoveryFund da 750 miliardi di euro, e, particolare tutt’altro che secondario, anzi, correlato, sul bilancio settennale dell’UE da 1.824 trilioni di euro.
Un compito, quello che si trovano davanti i capi di Stato o di Governo dell’UE, ha detto
Charles Michel, Presidente del Consiglio Europeo, «di natura e dimensioni eccezionali».
La battaglia è stata, e lo sarà fino alla conclusione, particolarmente infuocata, ma un accordo si troverà perché in assoluto è necessario chiudere questa partita, e possibilmente presto.

Al di là del fatto che l’accordo si trovi in questo appuntamento piuttosto che più avanti, e quasi certamente sarà trovato con limature di qualche cifra (quella del bilancio triennale potrebbe scendere a 1,75 trilioni di euro, come si fanno intendere alcuni rumors che hanno animato la vigilia a Bruxelles), il problema difronte al quale si troveranno i leader europei sarà come gli Stati membri dovrebbero spendere i soldi. E la risposta è tutt’altro che ovvia e men che meno semplice. Secondo Christian Odendahl, capo economista presso il Center for European Reform, la risposta è «un’audace riforma fiscale ecologica, combinata con una generosa compensazione attraverso il sistema fiscale e previdenziale e finanziamenti a basso costo per aiutare le imprese e le famiglie a adattarsi»

Le economie europee hanno bisogno di un aumento della domanda per compensare le riduzioni dei consumi del primo semestre e devonosostenere i redditi, precipitati un po’ ovunque.Altresì, i Paesi europei devono accrescere le loro capacità digitali, e muoversi velocemente verso la neutralità climatica nel prossimo decennio. «LaCommissione europea ha pertanto proposto agli Stati membri di spendere una parte considerevole dei soldi del fondo di ripresa per investimenti e riforme che promuovono la crescita a lungo termine promuovendo nel contempo transizioni verdi e digitali».

I grandi investimenti pubblici che vanno nella direzione auspicata dalla Commissione -collegamenti ferroviari, alta velocità, stazioni di ricarica per veicoli elettrici o reti in fibra ottica- non faranno aumentare i redditi immediatamente e considerevolmente, non sull’immediato, né aumenteranno i consumi, spiega Odendahl. I progetti infrastrutturali richiedono tempo per essere pianificati e poi molti anni per essere realizzati.
Dall’altra parte, politiche che spingano i consumi, come « i programmi cash-for-clunkers»,«aumenterebbero rapidamente la domanda, ma farebbero ben poco per accelerare la transizione verso un’economia digitale sostenibile, anche se gli venisse data una pennellata verde».

C‘è un modo per sostenere la domanda a breve termine, afferma Odendahl, e accelerarecontemporaneamente il passaggio alla neutralità carbonica: un’audace riforma fiscale verde, combinata con una generosa compensazione attraverso il sistema fiscale e previdenziale e finanziamenti a basso costo per aiutare le imprese e le famiglie a adattarsi.

«La logica economica di tale piano è semplice e ampiamente accettata. Rendendo le emissioni nocive di gas serra più costose, le tasse verdi spingono i consumatori e le imprese a uscire dalle attività inquinanti e rendono redditizio il risparmio energetico. Inoltre, le tasse verdi con una traiettoria verso l’alto predeterminata stabiliscono un percorso credibile per il costo futuro dell’inquinamento. Ciò offre alle aziende e alle famiglie la chiarezza di cui hanno bisogno per investire in innovazione e attrezzature per il risparmio energetico».

«Il prezzo del carbonio è stato troppo basso per troppo tempo per indurre cambiamenti nei consumi e troppo volatile per fornire alle imprese una guida credibile in merito ai futuri costi dell’inquinamento».

Il prezzo delle emissioni di CO2 «è ancora solo di circa 20 euro per tonnellata. Secondo la Banca mondiale, tale prezzo dovrebbe aumentare a circa 50 euro per tonnellata oggi e € 70 per tonnellata entro il 2030, per essere coerenti con gli obiettivi di riduzione delle emissioni dell’accordo sul clima di Parigi», .

Inoltre, «il sistema di scambio delle emissioni non copre tre dei settori più inquinanti d’Europa: edilizia, trasporti e agricoltura. Questi tre settori, insieme al trattamento dei rifiuti e ad alcune altre attività, rappresentano il 55% delle emissioni di gas serra dell’UE». Anche da qui la necessità dell’audacia nelle riforme fiscali verdi da parte della Commissione, per quanto di sua competenza, ma soprattutto da parte degli Stati.

Altresì, prosegue Odendahl, «gli Stati membri dell’UE dovrebbero ridurre in modo permanente le tasse sul lavoro e aumentare le prestazioni sociali, a partire da ora. Ciò darebbe all’economia un impulso immediato alla domanda e rafforzerebbe gli incentivi al lavoro».

I tagli alle tasse e le spese aggiuntive devono compensare l’introduzione di tasse verdi, che poi dovrebbero aumentare rapidamente nel prossimo decennio.
A questo punto, le disponibilità economiche derivanti dal fondo di ripresa, potrebbero in parte compensare l’inevitabile aumento temporaneo dei disavanzi di bilancio derivato da tali politiche.

Le «tasse ecologiche possono essere politicamente problematiche», ammetteOdendahl, «perché creano perdenti», a partire dailavoratori delle industrie inquinanti e di quei consumatori che, per esempio, non possono permettersi di acquistare un’auto a basso consumo di carburante. Ma i nuovi fondi dell’UE possono aiutare a mitigare queste problematiche, spetta ai Governi disegnare e attuare programmi «di investimento per rendere le tasse verdi più politicamente accettabili» ai cittadini colpiti dalle conseguenze della transizione verso una produzione sostenibile.

Non basta. «Dare alle famiglie e alle imprese chiari segnali inequivocabili che inquinare costa non è sufficiente. Hanno anche bisogno dei mezzi per adattarsi. L’UE dovrebbe pertanto utilizzare alcuni dei suoi nuovi fondi per fornire generose sovvenzioni e finanziamenti a basso costo per investimenti verdi».

La crisi COVID-19, conclude «sta distogliendo il mondo dalla continua minaccia dei cambiamenti climatici», l’UE offre «ai governi un’opportunità unica di trasferire l’onere fiscale dal lavoro all’inquinamento. Dovrebbero raccoglierla».

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