mercoledì, Aprile 14

Recinzioni: una minaccia alla vita animale in Africa

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Raramenti gli gnu si stanziano a lungo. Con le zampe posteriori inclinate e un’andatura veloce i loro corpi sono disegnati per il movimento. Nell’ecosistema Serengeti, per esempio, uno gnu macina più di 2000 chilometri durante la sua migrazione annuale.

Gli animali migratori o nomadi, come gli gnu, che vivono in territori asciutti, hanno bisogno di muoversi per lunghe distanze, seguendo le precipitazioni e il cibo, per trovare acqua e nutrimento a sufficienza.

Gli gnu del Serengeti spendono la stagione delle pioggie, da novembre ad aprile, sulle pianure del Parco Nazionale Serengeti e lungo l’area di conservazione Ngorongoro in Tanzania. Qui essi si nutrono dell’erba che cresce grazie alla pioggia abbondante. Eppure non si fermano neppure qui. Si muovono continuamente lungo le pianure erbose in cerca della vegetazione fresca che cresce dopo ogni pioggia. Questo permette alle madri di massimizzare la produzione di latte per la loro prole, che nasce simultaneamente durante il parto di un quarto di un milione di nuovi vitelli, nel picco di febbraio.

Quando la pioggia si ferma, alla fine di aprile, gli gnu iniziano il loro lungo viaggio verso le terre di pascolo durante la stagione arida. Inizialmente si muovono verso ovest, poi salgono a nord, seguendo l’acqua rimasta sul letto dei fiumi man mano che questa si asciuga. Infine raggiungono l’unica fonte idrica permanente nel Fiume Mara, sul confine con il Kenya. La stagione secca è dura, e molti gnu muoiono di fame durante questo periodo.

Quando la pioggia inizia a cadere a novembre gli gnu migrano verso sud di nuovo. In pochi giorni viaggiano per 200 chilometri verso le pianure erbose dove si nutrono, rinvigoriscono le loro forze e iniziano nuovamente il ciclo.

Se gli gnu Serengeti dovessero incontrare un ostacolo in qualsiasi punto della loro migrazione morirebbero di fame o di sete. Purtroppo, questo è ciò che avviene nel caso di molti altri animali migratori in Africa. Per esempio, più di 30 anni fa, dopo che una recinzione è stata costruita per separare branchi di gnu da greggi allevate nel Kalahari, 80.000 gnu e 10.000 antilopi sono morti, incapaci di raggiungere fonti d’acqua durante una siccità. La recinzione era stata costruita per soddisfare gli standard dell’Unione Europea sugli allevamenti, e permettere alle nazioni dell’Africa meridionale di esportare carne nei Paesi dell’UE.

Sfortunatamente, la possibilità per gli animali selvatici africani di migrare lungo il continente è stata minacciata da confini e barriere, un problema particolarmente importante nelle aree più secche dell’Africa.

Le terre aride africane sono dimora di molte delle sue specie di mammiferi più grandi. Includono la savana, nell’Africa meridionale e orientale, ma anche deserti estremamente aridi. Dato che la mobilità è la chiave per la sopravvivenza dei grandi mammiferi in questi ecosistemi, la divisone della terra riduce il numero di animali che queste aree possono sostenere. 300 chilometri quadrati, per esempio, supporteranno il 19% in meno del pascolo se suddivisi in aree da 10 chilometri quadrati.

Anche i grandi carnivori, che dipendono dalle migrazioni delle prede erbivore, hanno bisogno di spostarsi, e vivono in densità persino minori degli animali che cacciano. Il ghepardo del Sahara, per esempio, presenta una delle minori densità di popolazione mai documentate per i grandi felini: solo un individuo ogni 4000 chilometri quadrati.

Le crisi migratorie lungo il Sahara-Sahel hanno costretto i Governi ad attrezzarsi con recinzioni che possono estendersi per diverse centinaia di chilometri.

C’è anche una crescente domanda di recinti attorno le aree protette e infrastrutture come oleodotti e ferrovie, che attraversano i sentieri migratori degli animali selvatici. Il nuovo Standard Gauge Railway in Kenya è un esempio recente. E, come se non bastasse, c’è anche il problema delle piccole recinzioni attorno alle fattorie private, che in Kenya meridionale hanno formato una barriera di larga scala che blocca il movimento della fauna selvatica.

Davanti a questo genere di pressioni, le specie nomadi e migratorie dipendono dall’azione transnazionale per la loro sopravvivenza.

La convenzione per la conservazione delle specie migratorie e gli animali selvatici dell’ONU, chiamata anche Convenzione Bonn, pone le basi legali per salvaguardare gli animali che hanno bisogno di migrare attraverso i confini nazionali.

L’Africa non è la sola a dover affrontare questa minaccia. Anche in Asia Centrale i confini minacciano la vita migratoria di animali selvatici. Il confine tra Kazakistan e Uzbekistan, per esempio, ha bloccato le migrazioni della Antilope Saiga tatarica, mettendone a rischio la sopravvivenza.

In risposta a questo problema, la Convenzione ha stilato l’Iniziativa per i mammiferi dell’Asia Centrale, una serie di linee guida per informare chi intende costruire delle recinzioni dei modi per non interferire con i corridoi migratori asiatici.

Alle linee guida segue ora l’azione: è stato dato inizio al progetto per modificare le recinzioni lungo la ferrovia trans-mongolica, che ha costituito una barriera enorme per il movimento delle gazzelle della regione.

Il comitato del Concilio Scientificao della Convenzione di Bonn ha inoltre visto il suo secondo incontro, che precederà la Conferenza delle Parti a ottobre in cui le nazioni discuteranno nuovi provvedimenti per salvare le specie migratorie – tra cui anche i grandi carnivori africani.

Se vogliamo evitare l’impatto catastrofico che le recinzioni su larga scala potranno avere sulla natura in futuro dobbiamo imparare e evitare di ripetere gli errori passati. Ci sarà bisogno di ulteriore ricerca scientifica per comprendere meglio i potenziali impatti negativi delle recinzioni e di altre barriere, e capire come mitigare al meglio questi effetti, non solo per la vita degli animali ma anche per le comunità locali.

Il destino di molte specie migratorie è in bilico e si basa sulla volontà dei Governi di supportare e implementare le decisioni che verranno prese alle prossime Conferenze sulla Convenzione di Bonn.

 

L’articolo originale è stato scritto da Sarah Durant, ricercatrice per la Zoological Society of London, ed è visitabile qui.

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