giovedì, ottobre 18

Rebibbia, una tragedia annunciata Quasi cento i morti in carcere quest' anno

0

La notizia e’ di quelle che fa male scriverle, fa male leggerle: una detenuta del carcere romano di Rebibbia tenta di uccidere i suoi due figli: uno muore, e’ un neonato di appena sette mesi; il fratellino, due anni, è in codice rosso, in disperata lotta per la vita. La tragedia all’interno della sezione nido, dove sono ospitati bimbi fino a tre anni. La donna, Alice S., 30 anni, tedesca era in carcere dallo scorso agosto, deve scontare una condanna per detenzione e spaccio di stupefacenti. Sembra che confidandosi con il suo avvocato, nei giorni scorsi, la donna avesse fatto presente di soffrire di depressione, di non reggere la situazione carceraria.

    La procura di Roma, com’e’ logico, apre un fascicolo per accertare fatti e responsabilita’. Si attiva anche il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. Si reca nel carcere romano, visita i luoghi teatro della vicenda, poi, ha un colloquio con il direttore di Rebibbia; infine all’ospedale ‘Bambino Gesù’, dove è ricoverato il piccolo sopravvissuto. Il ministro fa sapere di aver a sua volta aperto un’inchiesta interna sulla vicenda: «E’ una tragedia. Personalmente prego perche’ il bambino possa essere salvato dai medici che stanno facendo di tutto. La magistratura sta gia’ facendo gli accertamenti, posso solo dire che abbimo aperto anche noi un’inchiesta interna per verificare le responsabilità».

   Caro lettore, per vicende penosissime come questa, e’ bene evitare speculazioni e strumentalizzazioni di parte. Meglio, molto meglio tacere; lasciare che magistrati e ispettori ministeriali accertino le responsabilita’, se ve ne sono; e augurarsi che lo facciano presto e bene, senza lasciare ombre e dubbi.

   Non ci si puo’ tuttavia astenere dal chiedersi se sia normale che in uno stato di diritto una persona con problmemi psichici sia detenuta in carcere, e non in una struttura in grado di assisterla e curarla; e le sia impedito di fare del male a se stessa e al prossimo.

   Dobbiamo anche chiederci se sia normale che dei bambini di pochi mesi e di pochi anni siano in carcere. Non e’ normale che questo accada; se ci sono norme e leggi che consentano che una persona con problematiche come Alice S. sia rinchiusa in carcere assieme ai figli di pochi mesi, evidentemente sono sbagliate, occorre provvedere con urgenza e rapidita’. L’inchiesta del ministroBonafede insomma, non dovrebbe limitarsi al solo episodio di Rebibbia. Lo spettro di indagine dovrebbe concentrarsi sulle responsabilita’ degli inquilini dei “Palazzi” del potere che una simile situazione hanno creato, consentito, tollerato.

   Sono anni che i radicali con Marco Pannella quando era vivo, e ora con Rita Bernardini, e decine di associazioni per i diritti umani e volontariato lottano perche’ siano creati appositi istituti di pena per madri detenute (ICAM), e siano soppressi i “nidi” dentro il carcere; sarebbe il caso di ascoltarli una buona volta. Sono anni che si denuncia che le sofferenze psichiche non sono curabili in carcere e sono i prodromi di tragedie come quella accaduta a Rebibbia. Molte delle lacrime versate in queste ore, insomma, sono di coccodrillo. Quello che e’ accaduto si doveva e si poteva evitare.

   Al ministro Bonafede si ricorda che ogni anno si realizza un macabre censimento, quello dei morti in carcere. Siamo arrivati, dall’inizio dell’anno, a 98; uno, per la prima volta, e’ un neonato…

   Al ministro Bonafede ricordiamo che continuano le “evasioni” definitive. Due detenuti suicidi in cella a Civitavecchia in meno di 24 ore, un’altra donna salvata in tempo ma in gravi condizioni e una situazione di altissima tensione in atto dei detenuti del carcere testimoniano la drammaticità che caratterizza le carceri italiane.

   Negli ultimi vent’anni la Polizia Penitenziaria ha sventato più di 21mila tentati suicidi ed impedito che quasi 168mila atti di autolesionismo potessero avere nefaste conseguenze.

    Ministro Bonafede, questa la situazione, questi I fatti.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore