giovedì, Agosto 5

Reato di tortura: pochi contenti, troppi insoddisfatti

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E’ arrivato ieri sera il via libera definitivo da parte della Camera alla legge che istituisce il reato di tortura in Italia. L’iter del provvedimento, frutto della sintesi di 11 diverse proposte di legge, è stato particolarmente complicato: iniziato al Senato il 22 luglio del 2013, è approdato alla Camera nel 2015 per poi tornare nuovamente all’esame di palazzo Madama e, infine, essere licenziato da Montecitorio. Poi una serie di viavai tra i due rami del Parlamento fino a quello definitivo.

Main realtà la storia parte da molto lontano, da quel 27 giugno del 1987 quando entrò in vigore la Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1984. L’articolo 1 recita: «Il termine ‘tortura’ indica qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona dolore o sofferenze forti, fisiche o mentali».  L’Italia aveva proceduto con l’autorizzazione alla ratifica e l’ordine di esecuzione nel novembre 1988 ma in realtà era stato l’unico atto che il nostro Paese fece. Poi il nulla. Un anno dopo venne presentata la prima proposta di legge, dall’avvocato goriziano Nereo Battello, eletto al Senato nel Pci. La proposta però non venne mai approvata e seguirono, negli anni, varie iniziative per allineare l’ordinamento del Paese a quanto previsto dalla Convenzione Onu. Tra gli altri promotori si ricordano Franco Corleone, dei Verdi nel ’91; Silvio Berlusconi nel ’96; Piero Fassino e Lamberto Dini nel 2000. Nessuno dei progetti, però, ha avuto successo, così come tanti altri.

Voluto dal Pd e sostenuto dagli alleati di governo, fli alfaniani di Alternativa popolare, è invece stato osteggiato dalle forze di centrodestra, Lega e FdI, secondo cui si tratta di un provvedimento punitivo nei confronti delle forze dell’ordine, limitandone il campo d’azione.

In particolare vengono introdotti nel codice penale il reato di tortura (art. 613-bis) e di istigazione alla tortura (art. 613-ter). La commissione del reato da parte del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio costituisce una fattispecie aggravata del delitto di tortura. In particolare, l’articolo 613-bis c.p. punisce con la reclusione da 4 a 10 anni chiunque, con violenze o minacce gravi ovvero agendo con crudeltà, cagiona acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico a persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia, potestà, vigilanza, controllo, cura o assistenza ovvero che si trovi in situazione di minorata difesa, se il fatto è commesso con più condotte ovvero comporta un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona.

Rispetto all’art. 1 della Convenzione Onu del 1984, che prevede una condotta a forma libera da parte dell’autore del reato, l’art. 613-bis prevede esplicitamente che la tortura si realizza mediante violenze o minacce gravi o crudeltà (ovvero con trattamento inumano e degradante). Sono inoltre previste delle aggravanti: la prima riguarda il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio dell’autore del reato, con abuso dei poteri o in violazione dei doveri inerenti alla funzione o al servizio; la pena prevista è in tal caso la reclusione da 5 a 12 anni. La fattispecie aggravata non si applica se le sofferenze per la tortura derivano unicamente dall’esecuzione di legittime misure privative o limitative di diritti. Il secondo gruppo di fattispecie aggravate consiste nell’avere causato lesioni personali comuni (aumento fino a 1/3 della pena), gravi (aumento di 1/3 della pena) o gravissime (aumento della meta’). Infine, la morte come conseguenza della tortura nelle due diverse ipotesi: di morte non voluta, ma conseguenza dell’attività di tortura (30 anni di reclusione); di morte come conseguenza voluta da parte dell’autore del reato (pena dell’ergastolo).

L’art. 613-ter introduce il reato di istigazione a commettere tortura da parte del pubblico ufficiale o dall’incaricato di pubblico servizio, sempre nei confronti di altro pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio. In base all’art. 414 c.p. chiunque pubblicamente istiga a commettere uno o più reati è punito, per il solo fatto dell’istigazione: con la reclusione da uno a cinque anni, se trattasi di istigazione a commettere delitti; con la reclusione fino a un anno, ovvero con la multa fino a euro 206, se trattasi di istigazione a commettere contravvenzioni. Se si tratta di istigazione a commettere uno o più delitti e una o più contravvenzioni, si applica la pena da uno a cinque anni. Le pene sono aumentate se il fatto è commesso attraverso strumenti informatici o telematici. Se l’istigazione o l’apologia riguarda delitti di terrorismo o crimini contro l’umanità la pena è aumentata della metà. La pena è  aumentata fino a due terzi se il fatto è commesso attraverso strumenti informatici o telematici.

Si stabilisce poi l’inutilizzabilità, nel processo penale, delle dichiarazioni eventualmente ottenute per effetto di tortura. La norma fa eccezione a tale principio solo nel caso in cui tali dichiarazioni vengano utilizzate contro l’autore del fatto e solo al fine di provarne la responsabilità penale.

Importante poi la modifica al Testo Unico sull’immigrazione: in pratica vengono vietate le espulsioni, i respingimenti e le estradizioni ogni volta che sussistano fondati motivi di ritenere che, nei Paesi nei confronti dei quali queste misure amministrative dovrebbero produrre i loro effetti, la persona rischi di essere sottoposta a tortura. Inoltre è escluso il riconoscimento di ogni forma di immunità per gli stranieri che siano indagati o siano stati condannati per il delitto di tortura in altro Stato o da un tribunale internazionale. Immunità che rimane per Capi di Stato o di governo stranieri quando si trovino in Italia nonchè il personale diplomatico-consolare eventualmente da accreditare presso l’Italia. Viene poi previsto l’obbligo di estradizione verso lo Stato richiedente dello straniero indagato o condannato per il reato di tortura.

Una legge quella sulla tortura che sembra mettere una pezza a decenni di immobilismo, durante i quali l’Italia ha subìto condanne:

  • Il 7 aprile 2015 la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) ha condannato l’Italia per le torture subite da Arnaldo Cestaro, un attivista italiano picchiato a Genova nel luglio del 2001 durante il blitz della polizia alla scuola Diaz nel 2001. La corte europea condannò l’Italia perché il reato di tortura non era previsto dall’ordinamento penale italiano. Secondo la corte, Cestaro fu “aggredito da parte di alcuni agenti a calci e a colpi di manganello” in assenza “di ogni nesso di causalità” tra il comportamento dell’uomo e l’uso della forza da parte della polizia.
  • Nell’aprile del 2016 il governo italiano ha risarcito con un totale di 45mila euro i danni morali e le spese processuali sostenuti da sei persone che avevano subìto violenze e torture nella caserma di Bolzaneto, sempre al G8 di Genova nel 2001, e per questo avevano presentato ricorso alla Cedu. Lo stato italiano ha riconosciuto che non esisteva una legge adeguata nel paese per perseguire il tipo di reati di cui quelle sei persone erano state vittime.
  • Nel dicembre del 2015, la Corte europea ha dato ragione ad Andrea Cirino, 38 anni, che aveva presentato il ricorso, denunciando un gruppo di 15 poliziotti che nel 2009 lo avevano sottoposto a tortura mentre era detenuto nel carcere di Asti. Cirino non ha mai ottenuto la condanna dei suoi torturatori perché in Italia questa fattispecie di reato non esiste.

Molte le associazioni che si sono dette contrarie a questo tipo di legge sulla tortura, ma anche autorevoli studiosi. L’associazione Antigone ha commentato: «Questa legge sarà difficilmente applicabile. Il limitare la tortura ai soli comportamenti ripetuti nel tempo e a circoscrivere in modo inaccettabile l’ipotesi della tortura mentale è assurdo per chiunque abbia un minimo di conoscenza del fenomeno della tortura nel mondo contemporaneo».

Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia non nasconde la delusione: «Quella approvata dal Parlamento, che introduce con quasi 30 di ritardo il reato specifico di tortura nel codice penale ordinario, non è una buona legge. É carente sotto il profilo della prescrizione. Inoltre, la definizione della fattispecie è confusa e restrittiva, scritta con la preoccupazione di escludere anziché di includere in sé tutte le forme della tortura contemporanea. Permette tuttavia di compiere un passo avanti, anche se incompleto, verso l’attuazione dell’obbligo di punire la tortura imposto dalla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura del 1984».

E specifica: «Nella misura in cui pone fine alla rimozione della tortura, alla sua indicibilità, la legge permette di superare quella situazione di grave inadempimento per cui i giudici italiani erano costretti a mascherare una delle più gravi violazioni dei diritti umani da reato banale, a volte da mero abuso d’ufficio, con la conseguenza di punirla in modo lieve o di non punirla affatto per effetto della prescrizione. Se la definizione accolta non può soddisfare, l’ipotesi di rinviare per l’ennesima volta, nella vaga speranza che un nuovo parlamento sapesse fare ciò che nessuno dei cinque precedenti aveva fatto, sarebbe servita solo a chi – e sono ancora in molti – il reato di tortura non lo ha mai voluto, senza se e senza ma e in qualsiasi modo definito, considerandolo contrario agli interessi delle forze di polizia».

A protestare, dalle pagine de Il Tempo, anche il sindacato di polizia SAP:  Una bottiglia di vino alta quanto una pagina e una spessa scritta rossa:Tortura per brava gente‘. Poi segue il pensiero del sindacato di polizia: ‘Una legge è come una bottiglia…potrebbe contenere del buon vino…in realtà poi vi è metanolo‘. E spiega:  «La legge sul reato di tortura è un pessimo groviglio giuridico. Così come strutturato non reprime i comportamenti di tortura ma punta solo a delegittimare le Forze dell’ordine». E parla di «manifesto ideologico contro le forze di Polizia».

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