mercoledì, Settembre 29

Reato di tortura, la legge indesiderata

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Massimo Corti, presidente ACAT Italia, è tra coloro che si battono da tempo per far si che anche l’Italia abbia un testo normativo chiaro e preciso sul reato di tortura. “Siamo secondi al mondo dopo l’Ucraina per numero di ricorsi presentati presso la Corte d’Appello Europea dei diritti umani, per trattamenti inumani e degradanti”, dice Corti. Sono 10.100 i ricorsi, 13.650 quelli contro l’Ucraina. Al terzo posto la Russia con 10.000 ricorsi e a seguire la Turchia con 9.500. Cifre da capogiro e che dovrebbero far vergognare ma non impediscono al nostro Paese di continuare ad avere un atteggiamento di scarso interesse. Intanto, sul contenuto del testo attualmente in discussione, Corti tiene a precisare che: “Bastava prendere il testo della Convenzione e metterlo sotto forma di legge, un testo che più chiaro di così si muore”. E invece? “Invece la legge bloccata al Senato, con quel testo modificato ci fa tornare indietro di 20 anni. Come quando in un testo che si discuteva durante uno dei governi Berlusconi ci fu un emendamento leghista che prevedeva il reato di tortura solo in caso di violenze reiterate. Folle. Allucinante”.

Corti elenca una serie di anomalie in un testo che originariamente doveva servire anche a tranquillizzare l’opinione pubblica dopo i fatti di Genova, i disordini durante il G8 e il comportamento delle forze dell’ordine con la condanna da parte della Corte di Strasburgo. Nell’articolo 1, chiarisce Corti, vi sono una serie di assurdità: “Vengono considerate reato azioni solo in caso di reiterate violenze o minacce gravi, ovvero agendo con crudeltà, cagionando acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico. Significa che se un soggetto viene picchiato una sola volta non c’è reato di tortura. Oppure che una tortura può essere anche non crudele oppure, ancora, che un trauma psichico deve essere stabilito, magari con una perizia tra vent’anni. Sono tre dettagli che tendono a rendere questo testo assurdo, inapplicabile e inutile. Senza contare che non si parla mai di violenza conto terzi che pure è presente nella Convenzione e che è stato cancellato il punto che prevedeva l’istituzione di un fondo per le vittime di tortura”.

Le modifiche, come sottolinea lo stesso Corti, tendono anche a ridimensionare le pene previste, riducendole in alcuni casi. “Auspichiamo un maxi emendamento del Governo che annulli tutte queste modifiche che hanno imbastardito la legge” aggiunge il presidente della associazione Azione dei Cristiani per la abolizione della tortura, che ha sedi in tutto il mondo, precisando: “ma se tornassimo a quella uscita dalla Camera, con i suoi tanti limiti, sarebbe già un bene. E speriamo che riparta. E’ ferma in Senato da aprile di quest’anno, sentiamo parlare di tante leggi interessanti ma di questa non se ne parla mai”.

Questo, in realtà, è un altro nodo. Perché nonostante la quantità di ricorsi presso la Corte Europea e i 30 anni di inadempienza all’articolo 4 della Convenzione, in Italia non si riesce a varare una legge sulla tortura? Qualche mese fa il senatore Sel, Peppe De Cristofaro aveva parlato di una chiara volontà politica. Si rivolgeva in particolare al ministro dell’Interno, Angelino Alfano e al vicepresidente del Senato, Maurizio Gasparri. Quest’ultimo, poi, starebbe portando avanti le istanze dei sindacati di Polizia, secondo i quali quel testo andrebbe completamente modificato, riscritto o bloccato. Altro ostacolo alla legge viene messo dalla Lega. Il segretario Matteo Salvini, si è più volte schierato contro la norma definendola addirittura una idiozia, in quanto limiterebbe l’operato delle forze dell’ordine.

Massimo Corti richiama l’attenzione su un aspetto della legge, quello di non tenere conto di una precisazione che pure è chiaramente esplicitata dall’Onu: “Nella Convenzione, il dolore o le sofferenze sono legate alla tortura quando siano inflitte da un agente della funzione pubblica o da ogni altra persona che agisca a titolo ufficiale. Il nostro testo è più generico, parla, riferendosi a chi commette il reato, di soggetti incaricati della custodia, potestà, vigilanza, controllo, cura o assistenza e prevede un aumento della pena quando la tortura sia compiuta da un pubblico ufficiale. Gli ostacoli, a mio avviso, sono tutti rintracciabili nel manifesto dei sindacati di Polizia e l’atteggiamento corporativo sta ottenendo risultati notevoli, con il sostegno di Gasparri in Parlamento. Non ci appare chiaro, poi, il rinvio che il ministro dell’Interno sta proponendo della discussione della legge dicendo che verrà inserito in un più ampio piano nazionale della sicurezza”.

Già varie volte attaccato nel corso degli ultimi mesi, il Sap, sindacato autonomo della Polizia, ha voluto esprimere la sua posizione attraverso una lettera inviata al ‘Fatto Quotidiano‘ e pubblicata il 9 luglio scorso in calce all’articolo ‘Tortura, manovre di Alfano e sindacati Polizia per fermare introduzione del reato‘. Gianni Tonelli, segretario del Sap, tiene a precisare che: «I comportamenti di tortura devono essere puniti con fermezza, intransigenza e severità, ma questo disegno di legge è tutta un’altra cosa. Come Sap siamo impegnati da tempo per impedire che nel nostro ordinamento sia introdotto un reato di tortura penalizzante per le forze di polizia», proponendo poi: «Telecamere sulle nostre divise, nei nostri uffici e sulle volanti, sempre in funzione. Vogliamo certificare ogni nostro respiro».

Nella stessa maggioranza di Governo davano per certa l’approvazione definitiva del reato di tortura entro l’estate. Il nuovo stallo però potrebbe essere superato da una accelerazione che solo il presidente del Consiglio, Matteo Renzi potrà imprimere.

 

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