venerdì, Ottobre 22

Reale e virtuale. In amore si può? "Non preparare le parole che urli"

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Non ho ancora letto il suo seguito, ma questo Le ho mai raccontato del vento del nord di Daniel Glattauer mi ha già regalato dei pensieri definitivi. Nessuna novità editoriale, tra l’altro: Gut gegen nordwind andò alle stampe addirittura nel 2006, e negli scaffali italiani quattro anni dopo. E nemmeno una scoperta da bibliofilo: l’opera è stata un clamoroso successo internazionale, un milione di copie vendute solo in Germania e traduzioni in ogni lingua del globo. Perché allora riparlarne? Perché col senno di poi quello di Glattauer è stato l’annuncio di una fase umana che ormai ci accomuna e ci separa dal resto del mondo: dei “virtuali” e dei “reali”, tutti e due i gruppi, mi raccomando, da virgolettare.

Anche se la trama è notissima, la riassumo in breve e mi scuso del ritardo. Per una lettera di troppo apposta sull’indirizzo mail, Emma Rothner invia la sua disdetta di abbonamento a un privato invece che a una rivista. Da qui nasce un dialogo epistolare tra la seducente signora e Leo Leike, sconosciuto psicolinguista d’indole un po’ solitaria, che insomma non sta cercando nulla se non, al massimo, un chiarimento definitivo con la sua traballante fidanzata Marlene. Quanto a Emma, ella è felicemente sposata, ha due figli e non spera in avventure di alcun tipo. Nata da un nulla, la relazione si sviluppa quasi da copione: da un’iniziale curiosità a un lieve spasmo, forse passeggero, poi no, perché è un’emozione che resta e affluisce in ciò che comunemente chiamiamo amore. E dunque, la medesima storia banale di milioni di utenti qualsiasi, che «ci siamo conosciuti chattando», «non ci crederai ma…»? No, perché la storia non conosce uno sviluppo su un piano di realtà. I due approfondiscono ma tergiversano, si annegano l’uno nell’altra ma si stanno lontani, e non solo per via del marito, che è un’ottima persona, ma soprattutto per non realizzare l’impalpabile costruzione sentimentale che gli amanti virtuali hanno eretto al di fuori delle loro vite. Insomma, il passaggio dallo scrivere al vedere, dal leggere all’annusare, dal pensare al toccare, non avrà mai luogo. La coppia difenderà la propria perfezione al costo di sacrificare l’incarnarsi delle immagini costruite attraverso frasi e concetti compiuti, e scritti.

In una certa misura la scelta rappresenta l’estrema difesa di quell’esperienza amorosa. Viviamo un’epoca di consumo, essendo per molti il principio di piacere assolutamente prioritario rispetto alla nozione di scelta, termine che discende dal latino eligere, ovvero l’atto di separare la parte migliore dalla peggiore, e con ciò di privilegiare le virtù rispetto ai difetti dell’altro. È stata questa la chiave dei matrimoni borghesi del secondo Novecento, poiché da tale reciproca elezione derivavano, generalmente, un progetto e una responsabilità condivisi, persino al di là del concepimento dei figli. In una certa misura, la relazione tra Emmi e Leo cresce al di fuori dei regni del progetto e della responsabilità ma allo stesso modo non si disperde nella liquidità di una ritrovata adolescenza. Il rigurgito teen-age sembra oggi essere l’inevitabile deriva di parecchie generazioni che, del senso coniugale o conviviale, hanno smarrito ogni minimo astruso elemento fondativo.

E mentre l’adolescenza si connota appieno con l’attimo della fuga in avanti (e a ciò destina il suo bel tempo immemore), l’età matura viene definita da una gestione almeno un po’ sana delle pulsioni e degli egoismi che travolgerebbero il soggetto desiderante. Ora, poniamo che la protagonista incarni agli occhi del proprio uomo un certo grado di affidabilità. Come dire, c’è una macchina e sono in due a guidarla. In tre no, se la guida un terzo, l’assicurazione non paga. Sta scritto sul contratto. Per cui l’unica alternativa sembrerebbe quella di non rinnovare la polizza e di aprire un’altra assicurazione, tenendo presente però che le regole rimarranno più o meno identiche. Ecco, su questo punto l’amore virtuale entra in un’impasse notevole.

Se gli scriventi sono liberi, poco male, verrà tradita la dimensione immateriale di quell’occasione e l’esistenza concreta verrà presto a palesarsi, con le sue smagliature e i suoi tripli menti, i suoi consuoceri e i suoi caratteri incompatibili… Altresì, se uno o entrambi gli amanti avranno sinceramente confidato un loro impegno prescritto, giocoforza essi dovranno imboccare un sentiero possibile. Ricapitoliamo: Emmi è seriamente impegnata, Leo è libero; Emmi e Leo si desiderano, fantasticano, inventano, si meravigliano, per cui sono virtualmente innamorati; Emmi non ha mai manifestato la minima intenzione di lasciare la propria famiglia, Leo non l’ha mai forzata in tal senso, neanche per azzardo. E naturalmente Leo è quello, dei due, che più spesso richiama l’altra a un piano di realtà, e la loro storia alla prospettiva di una inevitabile, dolorosa conclusione. Eppure, in quest’ampio orizzonte senza margini, sin troppo aperto per apparire libero, i due riescono a intravedere un viottolo agibile, e a percorrerlo insieme. Non conduce a una soluzione, tuttavia è un luogo, il loro, appannaggio delle loro esclusive emozioni. È la via della scrittura, sono le sue lettere combinate in forma intelligibile, sono gli spazi bianchi tra una parola e l’altra, quell’universo inaccessibile che Paul Eluard aveva mirabilmente descritto nel suo tempo pre-tecnologico: «Vuoi avere contemporaneamente il più piccolo e il più grande libro del mondo? Fai rilegare i francobolli delle tue lettere d’amore e piangi. Malgrado tutto, c’è di che».

«Non preparare le parole che urli» avvertiva ancora il Poeta. E così, in un silenzio ben speso, Emmi e Leo difenderanno quel loro mondo alieno. Ci vorranno l’accortezza e la sensibilità che merita un sentire isolato dal resto. E non importerà l’esito di quella sfida, bensì il recupero di una dimensione che restituirà loro la fierezza di amare davvero, con i loro corpi mai disgiunti dalla fantasia e dal volo. Perché altrimenti resta soltanto la vita vera, e quella, da sola, non basterebbe mai. A Emile Cioran e a Walter De Maria verrà attribuita la medesima sentenza. Recita così: «Il reale mi dà l’asma!» Proprio vero. Facciamo un bel respiro allora e viviamoli felicemente insieme, reale e virtuale. Chi volesse separarli per forza, sarebbe un po’ sospetto. O no?                                            

 

 

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