domenica, Ottobre 17

Re Giorgio striglia l'Ue field_506ffb1d3dbe2

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france7

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, più volte deputato europeo, è tornato tra gli scranni di Strasburgo, accolto da Grande vecchio dal Presidente dell’Assemblea Martin Schulz. Ma re Giorgio non è stato tenero con le politiche d’austerity, né gli eurodeputati leghisti sono stati teneri con lui, ricambiandolo con fischi e contestazioni.
«La politica di austerità a ogni costo non regge più» ha criticato il Capo di Stato italiano nel suo discorso all’Assemblea di Strasburgo del 4 febbraio, «bisogna riflettere sulla consapevolezza del circolo vizioso, insorto tra politiche restrittive nella finanza pubblica e l’arretramento delle economie europee».
Alle elezioni di primavera, i cittadini non devono scegliere tra «un’agitazione puramente distruttiva contro l’euro e l’Unione europea (Ue), o tra una Europa che pure ha mostrato gravi carenze e storture nel suo cammino. Per questo, gli europarlamentari devono prendere atto del momento di verità da affrontare fino in fondo. Le ragioni del disincanto dei cittadini sono evidenti, anche per il peggioramento delle condizioni di vita», ha strigliato Napolitano.
Ma il pressing per una «più forte coesione politica europea e per una leadership più determinata» non deve giustificare, tanto meno legittimare, i detrattori del progetto di integrazione ormai «irreversibile», ha ammonito il Capo di Stato italiano, «la costruzione europea ha fondamenta così profonde che si è creata una compenetrazione tra le nostre società, nulla, può farci tornare indietro». «C‘è vacua propaganda e scarsa credibilità in quanti hanno assunto atteggiamenti liquidatori verso ciò che è stato edificato nei decenni scorsi», ha stigmatizzato l’inquilino del Quirinale, puntando il dito contro i «possibili ritorni di nazionalismi aggressivi, i persistenti egoismi e le ristrettezze di vedute nelle classi dirigenti nazionali».

Pronta la reazione – tutta italiana – degli euroscettici leghisti, che hanno interrotto Napolitano con cartelli e urla.
L’eurodeputata del Carroccio Mara Bizzotto ha esibito una maglietta con la scritta «Napolitano non è il mio Presidente». Mario Borghezio, collega di partito, ha urlato: «Presidente, noi la rispettiamo, ma non deve difendere l’Europa delle banche. Siamo contro questo euro che danneggia le piccole e medie imprese e sta portando alla rovina il nostro paese e soprattutto il nostro Nord e protestiamo per la sua adesione un po’ cieca a questa Europa e ai poteri delle banche che essa rappresenta».
Durissimo il Segretario federale del Carroccio Matteo Salvini: «Napolitano senza vergogna, chi ancora difende questo euro che ha massacrato lavoro, stipendi e pensioni è in malafede. Il voto di maggio spazzerà via queste euro-follie».
Fischiati a loro volta dagli altri eurodeputati, i contestatori leghisti rischiano sanzioni quali l’ammonizione, la sospensione del mandato o dell’indennità di soggiorno, previste dal regolamento. Non un bello spettacolo per gli europarlamentari degli altri Stati: «L’episodio è semplicemente deplorevole. Una contestazione a puro scopo elettorale che rappresenta un abuso», ha chiosato il capo dell’Assemblea Schulz, «gli esponenti del Carroccio sono completamente isolati nell’Europarlamento».

Volato in giornata dal Qatar a Kuwait City, per l’ultima tappa nei Paesi del Golfo, il Premier italiano Enrico Letta alle prese con la chiusura delle trattative per il salvataggio di Alitalia con gli arabi di Etihad, ha fatto incetta di petrodollari dal fondo della Kuwait investiment authority (Kya): 500 milioni di euro sono diretti dagli sceicchi verso il Fondo strategico italiano. E, da lì, verso le aziende nazionali.
La boccata d’ossigeno servirà a «capitalizzare, rilanciare e aiutare le imprese italiane», ha dichiarato Letta, «gli accordi sottoscritti nel Golfo sono la migliore risposta al disfattismo imperante del Paese. Fuori dall’Italia credono in noi. Torno ancora più determinato, la strada intrapresa è quella giusta per la ripresa»

Nel Vecchio Continente, la visita a Berlino del Premier turco Recep Tayyip Erdogan, ha riaperto il dibattito sull’ingresso della Turchia nell’Ue. «L’Europa ha bisogno della Turchia, non è solo Ankara ad avere bisogno di Bruxelles. La Germania deve dare un sostegno maggiore al processo di adesione», ha rilanciato il leader del Partito moderato islamico dell’Akp, rivendicando i grandi passi avanti del suo Paese. Ma la Cancelliera Angela Merkel è rimasta fredda come in passato: «Non è un segreto che io sia scettica sull’entrata della Turchia a pieno titolo nell’Ue», ha replicato in una conferenza stampa congiunta con Erdogan, «non c’è una scadenza temporale e il risultato del processo resta aperto».
La Germania non indugia invece nel pieno appoggio all’Italia nella crisi dei marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, detenuti in India da due anni con l’accusa di aver ucciso i due pescatori nelle acque del Kerala, nel febbraio 2012, mentre erano in servizio sulla petroliera Enrica Lexie.
Dopo l’ennesimo rinvio dell’udienza al 10 febbraio prossimo, in occasione della visita del Presidente tedesco Joachim Gauck a New Delhi, l’ambasciatore tedesco Michael Steiner ha esortato il Governo indiano a trattare il caso dei due fucilieri «senza mostrare asperità» e «nell’interesse di India, Italia e dell’Unione europea».
Anche l’Alto rappresentante degli Affari esteri dell’Ue Catherine Ashton ha ribadito che «l‘Ue è seriamente preoccupata sulla vicenda dei marò italiani» e «continuerà ad avvalersi di tutti i canali diplomatici a disposizione, per esercitare una pressione costante sugli interlocutori indiani».
La Germania è in prima linea anche nella gestione della crisi ucraina. Per protestare contro le sanzioni minacciate da Berlino, il Ministero degli Esteri di Kiev ha convocato l’Ambasciatore tedesco, per chiedergli di assumere una «posizione imparziale e costruttiva».

Intanto, il Parlamento ucraino si è di nuovo riunito in seduta straordinaria, per risolvere la grave crisi politica del Paese.
Come extrema ratio, il Presidente Viktor Ianukovich potrebbe chiamare i cittadini alle elezioni politiche e presidenziali anticipate, affermano alcuni suoi rappresentanti in Parlamento.
Intanto il leader dell’opposizione ed ex pugile Vitali Klitschko ha incontrato Ianukovich per discutere dell’annosa proposta di riforma costituzionale che riduca i poteri presidenziali. Difficile che il capo dell’esecutivo accetti. Nello stallo, piazza Maidan aspetta.
In visita in Italia, anche il Ministro degli Esteri egiziano Nabil Fahmy si è dimostrato ostile alle mediazioni: «Governo dei generali non ha intenzione di accettare alcuna interferenza esterna nelle sue decisioni. Né da parte statunitense, né da parte europea, né tanto meno italiana» ha dichiarato.
In Siria, intanto, proseguono i raid aerei e dell’artiglieria a Homs: il bilancio dell’ultima giornata di sangue è di almeno 21 morti, tra i quali cinque minori e tre donne. Il 10 febbraio è in agenda il secondo round di trattative di Ginevra 2, ma a pochi giorni dai nuovi negoziati si è dimesso Nasser Qidwa, il vice dell’Inviato speciale di Onu e Lega Araba in Siria, Lakhdar Brahimi: un segnale poco incoraggiante.
In serata, il Ministro degli Esteri italiano Emma Bonino è partita per il Libano, per visitare i campi profughi siriani (circa 1 milione, riparati nel Paese dei Cedri) e il contingente italiano di Unifil, le 1.100 unità della missione delle Nazioni Unite tra Libano e Israele. La titolare della Farnesina si sposterà poi a Gibuti, per partecipare a una conferenza contro le mutilazioni genitali femminili.
Nel vicino Yemen, una bomba è esplosa su un autobus militare nella capitale Sanaa, uccidendo due passeggeri e ferendone 13.

 

 

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