domenica, Ottobre 17

Re Giorgio pronto (quasi) a lasciare field_506ffb1d3dbe2

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La questione delle dimissioni di Giorgio Napolitano da Capo dello Stato è ormai all’ordine del giorno. Appare e scompare come un impetuosissimo fiume carsico dall’agenda politica e dalle prime pagine. Giovedì 18 sembra, collegata alle elezioni anticipate, questione imminentissima (fatto salvo il semestre italiano di guida dell’Unione Europea, naturalmente). Il giorno dopo si inabissa. Così come successo un giorno via l’altro. Parallelamente alla farsa delle votazioni del Parlamento a Camere riunite per i membri della Corte Costituzionale e del Consiglio Superiore della Magistratura ed alla quirinalizia escalation di Moniti, SuperMoniti, MonitiFinali

Ma, in evidenza o meno è il vero fil rouge che ha percorso la settimana, ed ancor più percorrerà le prossime. Ed i momenti di (breve) inabissamento sono proprio quelli in cui la questione prende più forza reale. Il Presidente è sostenuto allo stremo da chi gli ha inizialmente dimostrato insofferenza, Matteo Renzi, e da chi, ben più, ha osteggiato la sua prima elezione e poi raggiunto, e superato, i limiti della vilipendio, Silvio Berlusconi (anche se in questo nostro povero Paese ci si è ormai mitridatizzati a tutto). Soprattutto Giorgio Napolitano è stato, in tutti questi anni, sostenuto da Giorgio Napoletano. Con la rielezione al secondo, inedito, mandato del  20 aprile 2013, con 738 voti, si accollava, esplicitamente, la responsabilità di tutto quello che sarebbe conseguito a quella scelta. E la situazione attuale, dopo Enrico Letta, con Renzi, con Silvio Berlusconi, rende esplicita la palude di guano in cui ci si dibatte. Così Re Giorgio, che vive comunque come servizio e con soggettiva onestà intellettuale il proprio compito, sta scoratamente cominciando a prendere atto del fallimento seguito all’aver voluto ingessare una situazione malata.

Nel frattempo, attraversato dalle interminabili, logoranti, votazioni in oggetto, Camera  e Senato provano ad occuparsi di questioni concrete.

Riforma del lavoro, Jobs Act, Articolo 18 dividono in primo luogo il Partito Democratico. Si è già visto, per quanto con un primo voto favorevole in Commissione Lavoro. Soddisfatto Maurizio Sacconi, NCD: e quando in materia è soddisfatto lui… Da martedì 23 si va in Aula, poi nei giorni e nelle settimane successive quel tanto di opposizione ancora possibile si manifesterà. La sensazione, quasi certezza, è che nelle Aule sorde e grigie il Presidente del Consiglio sia in grado di fare più o meno quel che vuole, anche a questo proposito. Altro discorso è il conflitto sociale, guidato più dal segretario della Fiom, Maurizio Landini, che da quella dell’intera CGIL, Susanna Camusso. Ed attorno a Landini potrebbero aggregarsi forze di diversa provenienza.

Proviamo a vedere qualcosa di buono. L’apertura dell’anno scolastico, in contemporanea con la partenza della consultazione generale sulle linee guida per la scuola varate dal Governo la scorsa settimana. La presenza dei Ministri nelle Aule, specie se reiterata, può andare al di là della semplice invenzione comunicativa.

Pesante l’indagine per Bancarotta fraudolenta del Tribunale di Genova su Tiziano Renzi, padre dell’ex sindaco di Firenze. La vicenda parte dal fallimento, nel 2013, di una società di distribuzione di giornali di proprietà di famiglia, ceduta nel 2010: la Chil Post. Soprattutto perché implica (per ora non penalmente) moglie (e madre), nonché lo stesso Matteo, ‘ceduto’ nello spacchettamento tra Bad e Good Company (ovviamente alla buona). Per ora c’è la proroga delle indagini e l’Avviso di garanzia, cui Renzi Senior ha civilmente risposto. Aspettiamo.  

Timide aperture di Maria Elena Boschi, Ministro delle Riforme, su Diritti civili, unioni di fatto e paternitàmaternità, nell’intervista a Famiglia Cristiana. Qualcosa di più concreto può venire dal Congresso dell’Associazione Luca Coscioni, II Congresso delle Libertà Civili, come viene presentato, da venerdì a domenica a Roma.

E per questa settimana è tutto, ragazzi.

 

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