martedì, Giugno 15

Raqqa si prepara allo scontro finale in Siria

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Le milizie dello Stato Islamico si volgono alla fuga, mentre le forze russo-siriane incalzano i resti della difesa salafita di Palmira, riconquistata dalle truppe della coalizione.
Prima della battaglia di Palmira, Daesh aveva già subìto una serie di attacchi da parte della alleanza anti-IS, che avevano costretto le forze del Califfato a rimanere in difesa delle principali città sulle quali ancora poteva (de facto) sventolare la bandiera nera. Perduta Palmira, i combattenti di Daesh stanno ripiegando verso Raqqa e altri centri minori, ultimi baluardi dell’autoproclamato Califfo Abu Bakr al-Baghdadi.

Raqqa, affermata capitale del Califfato, è una grande città siriana, bagnata dal fiume Eufrate: qui le forze di Daesh si sono attestate, erigendo dei centri di Comando all’interno dell’abitato e costituendo nelle sue periferie i campi di addestramento per i combattenti del Califfo, qui intendono organizzare l’ultima, disperata difesa del Califfato siriano.

Raqqa, dunque, è una città che riveste una duplice veste nella strategia jihadista: considerata al contempo capitale e posto di Comando del Califfato, all’interno del centro abitato si possono notare gli effetti dell’imposta legge islamica, la continua propaganda del Califfato, nonché nuclei di persone pesantemente armate che pattugliano le strade e si riuniscono all’interno di lussuosi edifici, rovinati ormai dai raid aerei.

Oltre alla caduta di Palmira lo Stato Islamico ha dovuto subire la perdita della maggior parte dei territori conquistati negli scorsi anni: il Califfato di oggi non è altro che uno ‘scheletro’ di territori, linee che collegano le principali roccaforti di Raqqa e Mosul, rispettivamente posizionate sull’Eufrate e sul Tigri, principali fiume dell’area Medio Orientale, strategicamente vitali.

Questa repentina perdita di terreno è stata causata dal sempre crescente impegno da parte di molti Stati di debellare una volta per tutte Daesh; azioni congiunte di combattenti russi, iraniani, libanesi, siriani, iracheni e francesi hanno danneggiato significativamente la struttura statale delle milizie jihadiste, oltre a sconfiggerne più volte le forze.

Gli Ufficiali del Califfo sanno bene che la guerra non potrà mai essere vinta da Daesh, che aveva in passato ottenuto qualche successo militare esclusivamente sfruttando il caos dilagante in Medio Oriente e la divisione politica fra gli Stati. Il loro piano sembra essere quello di rallentare, con ogni mezzo, le truppe vincitrici di Palmira (forze russo-siriane, milizie pasdaran iraniane ed hezbollah libanesi) al fine di guadagnare tempo e riorganizzarsi. A tal proposito, i jihadisti hanno posizionato mine e ordigni improvvisati in tutta la città di Palmira, oltre ad effettuare piccole azioni di guerriglia sui rilievi prossimi alla città liberata. Gli artificieri e i soldati russi avanzano lentamente nel centro minato e attraverso le montagne pattugliate dai gruppi di guerriglieri.

La guerra al Califfato assume, così, una duplice veste: da una parte si può parlare di una guerriglia molto dinamica, mentre dall’altra si lavora alacremente per fortificare Raqqa. La strategia jihadista prevede il temporeggiamento finalizzato alla ristrutturazione politica dello Stato Islamico (che potrebbe risorgere come una piccola entità territoriale, oppure come un’organizzazione terroristica priva di territorio, perciò estremamente mobile e dinamica), la riorganizzazione militare (reclutamento di nuovi foreign fighters) e il ripristino delle linee di rifornimento di denaro e materie prime (compromesse dai raid russi e francesi in Siria e americani in Iraq).

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