sabato, Luglio 24

Rapporto Censis, Italia ‘paurosa’

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La crisi economica che attanaglia l’Italia ormai da troppi anni non ha distrutto solo economica le famiglie ma anche dal punto di vista psicologico. Con il perdurare della crisi, sono molti gli italiani che hanno perso fiducia verso il prossimo e soprattutto verso una risalita che tarda sempre di più ad arrivare. Secondo il 48° Rapporto del Censis, presentato stamane al Cnel, solo il 20,4% degli italiani pensa che gran parte della gente sia degna di fiducia, mentre il 79,6% è invece convinto che bisogna stare molto attenti. Regna sovrana la paura ed infatti, sempre secondo il rapporto del Censis, il 60% degli italiani ritiene che a chiunque possa capitare di finire in povertà.

Paura verso il prossimo e verso il futuro che si è riversato anche sulle aziende che ormai da anni non effettuano più ingenti investimenti, toccando nel 2013 il livello più basso degli ultimi tredici anni. A spiegare tali dati è proprio il presidente del Censis, Giuseppe De Rita, che ha detto: «Questo è un Paese che ha capitale, e non lo sa usare. E’ il Paese del capitale inagito. Questo capitale inagito è la cosa più angosciante che c’è in Italia. Rimane la solitudine del singolo, che non sa dove andare. Si è liquefatto il sistema: stiamo diventando non tanto una società liquida o molecolare, ma una società profondamente sistemica».

Sulla stessa lunghezza d’onda di De Rita c’è anche Massimiliano Valerii, direttore della comunicazione del Censis, che ha detto: «Il rischio è che l’attuale deflazione economica si trasformi in deflazione delle aspettative, che porta all’attendismo e al cinismo, alla solitudine e allo sfilacciamento dei legami comunitari».

Su uno sfondo del genere continuano a far discutere le parole del numero uno della Bce, Mario Draghi, e le prossime iniziative che dall’Eurotower verranno prese. Soprattutto in merito alle misure di “quantitative easing”, Ignazio Visco, governatore di Bankitalia, alla giornata di chiusura delle celebrazioni del centenario della nascita di Federico Caffè  ha detto che «c’e’ un conflitto di cui dobbiamo discutere apertamente. Se per conseguire l’obiettivo di stabilità dei prezzi si acquistano titoli pubblici, si può mettere in discussione il rispetto di un altro vincolo del Trattato della Bce, quello di non finanziare monetariamente i singoli paesi. Ci sono diverse interpretazioni possibili prima di esprimere valutazioni sull’ortodossia o non cooperazione di alcuni o sulla eccessiva facilità di pensiero o sull’interpretazione più o meno». Visco ha poi avuto modo di soffermarsi anche sulle questioni relative alle previsioni di crescita della Bce e sul rischio di deflazione: «le condizioni economiche dell’area euro non sono soddisfacenti e i rischi al ribasso sono notevoli. Siamo consapevoli delle regole dei vincoli Ue, ma bisogna anche comprendere come meglio utilizzare tutti i canali per un ritorno alla crescita e per maggiori investimenti pubblici e privati, nazionali ed europei . Se si hanno variazione dei prezzi così basse o negative, le conseguenze possono essere gravissime per le economie con un debito pubblico molto alto, come l’Italia».

Critiche a Mario Draghi e alla sua politica monetaria giungono anche dalla Germania e in particolare dal presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, che ha evidenziato come la politica monetaria attuata dal numero uno della Banca centrale europea sia troppo espansiva e che ciò potrebbe recar danni alla Germania ed indurre altri paesi ad effettuare le riforme in tempi più lunghi.

Notizie importanti, sempre in termini economici, giungono proprio dal paese della Merkel. Nel mese di ottobre, gli ordini di fabbrica hanno registrato un aumento del 2,5% a fronte di una crescita stimata dello 0,5% e di un rialzo precedente dello 0,8%. Su base annua invece, l’incremento è stato del 2,4%, a fronte di una stima invariata e di un calo precedente dell’1%. Inoltre, gli ordini interni sono aumentati del 5,3% su mese. Intanto la Bundesbank ha annunciato di aver dimezzato le sue previsioni di crescita per l’economia tedesca: nel 2015 la stima è di +1% anziché il doppio stimato a giugno.  Nel 2014 il Pil si registrerà una crescita dell’1,4%  mentre nel 2016 dell’1,6 per cento.

Se in Germina si ritocca a ribasso la crescita economica del Paese, negli Stati Uniti non si può far altro che esser felici dei risultati ottenuti a novembre in termini di occupazione. Sono infatti 321.000 i posti di lavoro creati a novembre ed il tasso di disoccupazione si stabilizza al 5,8 per cento. Il risultato di novembre e’ stato il migliore dal gennaio del 2012 e ha nettamente battuto previsioni di 230.000.

Nonostante però i risultati positivi dell’ultimo mese, il mercato del lavoro statunitense ha ancora qualche questione da risolve. Il primo è relativo al salario che risulta essere ancora troppo basso e che a novembre ha fatto registrare solo un lieve aumento del 2,1%, arrivando a 24,66 dollari ad ora. Il governo statunitense dovrà tentar di trovare una soluzione anche per quel 30% di persone che sono ormai disoccupati da oltre sei mesi  e per quei 6,9 milioni di americani che sono obbligati a lavorare part-time, in assenza di assunzioni a tempo pieno.

Questioni di altro tipo sono invece sul tavolo del governo italiano, a cominciare da quella relativa alle pensioni. Per quanto concerne le pensioni, secondo l’Istat,  la spesa per le pensioni è arrivata al 16,85% del Pil, ma per più di quattro pensionati su dieci l’assegno non arriva neppure a mille euro al mese mentre l’80% complessivo riceve meno di duemila euro. Sempre secondo l’Istituto nazionale di statistica, nel 2013 c’è un 13,7% che percepisce tra 2000 e 3000 euro, mentre la quota di chi supera i 3.000 euro mensili è pari al 5,6% (4,3% tra 3.000 e 5.000 euro; 1,3% oltre 5.000 euro).

Le donne rappresentano il 52,9% dei pensionati e percepiscono assegni di importo medio pari a 13.921 euro, contro i 19.686 degli uomini. Il 50,5% delle donne riceve meno di mille euro al mese, così come il 31 degli uomini. Infine,  il 47,8% delle pensioni è erogato al Nord, il 20,5% nelle regioni del Centro e il restante 31,8% nel Mezzogiorno.

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