martedì, Settembre 21

Rapporto Antigone: carceri al collasso

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C’è poi quello che viene definito l’esercito dei fantasmi giudiziari: decine di migliaia di persone che affollano i palazzi di giustizia; sono state condannate al carcere, ma vivono come in un limbo, non sanno se saranno affidate in prova ai servizi sociali o se andranno in cella. Fino a quando non chiuderanno i conti con la giustizia non potranno tornare a una vita normale; quando quei conti verranno chiusi, nessuno lo sa.

Tecnicamente si chiamano liberi-sospesi: sono stati condannati a pene inferiori a tre anni di reclusione (se tossicodipendenti anche a quattro o sei anni) e hanno chiesto l’affidamento in prova ai servizi sociali; in attesa che il Tribunale di sorveglianza decida, hanno ottenuto dalla Procura la sospensione dell’esecuzione della pena, non vanno in carcere. Non ci sono dati su quanti siano, perché non esiste una rilevazione a livello nazionale, ma si stima che possano essere tra le 40 e le 60mila unità. Nella stragrande maggioranza si tratta di persone che hanno sbagliato una sola volta nella vita commettendo reati generalmente non gravi, anche se talvolta la pena è scesa sotto i tre anni grazie alle sostanziose riduzioni garantite dai riti alternativi e attenuanti.

La causa principale dei ritardi è dovuta alla carenza di personale negli Uffici e nei Tribunali di sorveglianza dove manca un numero di magistrati e di unità di personale amministrativo sufficiente a far fronte alla massa di lavoro che arriva ogni giorno. A Milano, ad esempio, il Tribunale di sorveglianza può contare su 13 magistrati impegnati negli Uffici di sorveglianza del distretto a fronte di un organico che ne prevede 19. Analoga è la situazione tra il personale amministrativo. Al 15 giugno scorso erano pendenti 14.110 fascicoli di cui ben 10.971 relativi ai soli «liberi-sospesi». Gli stessi 13 magistrati devono poi occuparsi anche di chi è già affidato in prova, è in detenzione domiciliare o ha ottenuto una delle altre misure alternative e di qualcosa come 6.567 detenuti, 505 a testa, il cui numero è tornato a crescere in maniera vertiginosa e costante. Ci sono casi di persone che hanno commesso reati alla fine degli anni ’90, sono condannate definitivamente e aspettano di ottenere l’assegnazione ai servizi sociali da 3-4 anni, nel frattempo si sono reinserite nella società, hanno cambiato vita, non sono più ciò che erano prima, ma non sono ancora riuscite a chiudere il conto con la giustizia.

«A fronte di migliaia di condanne in tutta Italia ci sono solo poco più di 170 magistrati di sorveglianza che si devono occupare di tutto», dice Marcello Bortolato, segretario del Coordinamento nazionale dei magistrati di sorveglianza, e presidente del Tribunale di sorveglianza di Firenze. «Siamo pochi e le risorse sono scarsissime, il problema è che in Italia ci si occupa molto dei processi e molto poco della parte esecutiva che viene dopo».

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