martedì, Maggio 18

Rana Plaza, un anno dopo Processi per i responsabili, sicurezza e diritti dei lavoratori: i molti fronti aperti nel primo anniversario del peggior disastro dell’industria tessile asiatica

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La mattina del 24 aprile scorso, 10mila persone si sono riunite a Dhaka, per dare poi vita ad una lunghissima marcia fino al sobborgo periferico e industriale di Savar, dove si sono fermate in un enorme sit-in su uno spiazzo di macerie sgomberate, dove fino ad un anno esatto prima sorgeva l’enorme edificio del Rana Plaza. In tanti erano comuni cittadini non coinvolti; ma in buona parte erano le famiglie, i compagni di lavoro ed i sopravvissuti del peggior incidente della storia dell’industria tessile asiatica. Migliaia di persone si sono fermate per ricordare le vittime, chiedere assistenza economica al governo e giustizia. In contemporanea al sit-in, le famiglie delle vittime hanno bloccato l’autostrada Dhaka-Aricha, che collega il quartiere in cui è avvenuto il crollo al centro della capitale.

Era la mattina del 24 aprile 2013, quando nell’Upazilla (distretto) di Savar, sobborgo agricolo e industriale di Dhaka, il gigantesco edificio del Rana Plaza collassò su se stesso, seppellendo vive 1.135 persone, la maggior parte dei quali operai ed operaie di fatiscenti aziende tessili locate nei vari piani dell’edificio. 2.500 feriti vennero estratti vivi dalle rovine del palazzo, nel quale -oltre alle fabbriche- erano locati i dormitori dei lavoratori, alcuni negozi e una banca.

Definire questo disastro ‘annunciato’, è puro eufemismo. Ben quattro piani dell’edificio erano stati costruiti abusivamente, senza contare che i progettisti del Rana Plaza avevano pianificato la costruzione del medesimo solo per finalità abitative e commerciali, e non industriali. Il palazzo, lontano dal centro di Dhaka, era stato gradualmente riempito di macchinari e magazzini industriali, senza che i proprietari delle aziende avessero il benché minimo riguardo per la sicurezza dell’operazione.

A peggiorare l’incuria, vi è poi stata probabilmente anche il malaffare politico. Proprietario fisico dello stabile, era infatti Sohel Rana (dal quale il nome dell’edificio), leader del raggruppamento giovanile del partito di Governo del Premier Hasina, l’Awami League. Dopo l’arresto dello stesso Rana, è emerso quanto la sua appartenenza politica avesse tenuto lontani, o comunque silenti, gli organi pubblici delegati alle ispezioni sulla sicurezza degli edifici industriali

Gli elementi più agghiaccianti, rimangono comunque gli avvenimenti precedenti alla catastrofe stessa. Due giorni prima del crollo, l’edificio aveva già mostrato segni di cedimento talmente gravi da spingere diversi negozianti e la banca ivi situata alla chiusura, ed i lavoratori a non recarsi nelle fabbriche. La TV nazionale era stata inviata a documentare l’accaduto, ma lo stesso Sohel Rana aveva accolto il cronista con assicurazioni sulla stabilità dell’edificio. Ancora peggio, i proprietari delle fabbriche tessili minacciarono i lavoratori di licenziamento o di trattenere un mese del loro stipendio, se si fossero ulteriormente rifiutati di recarsi nell’edificio. Al momento del crollo, il Rana Plaza era dunque di nuovo stracolmo di lavoratori.

Il disastro del Rana Plaza si tramutò ben presto nella miccia dell’esplosione delle tensioni sociali legate al mondo del lavoro nel Paese. Dal maggio al novembre 2013, decine di scioperi e manifestazioni operaie sconvolsero i centri urbani del Bangladesh, spesso con scontri violenti con la Polizia in strada e vittime.

Ad essere chiamate in causa, su scala internazionale, sono state, però, soprattutto le major del settore dell’abbigliamento. I proprietari delle fabbriche del Rana Plaza, infatti, come migliaia di altre micro aziende bengalesi, non sono altro che terzisti verso i quali i marchi dell’abbigliamento esternalizzano le lavorazioni più grezze del prodotto. Tra i marchi clienti delle aziende presenti nell’edificio, vi erano nomi quali Benetton, El Corte Ingles, Bonmarchè, e il colosso statunitense WallMart. E proprio quest’ultimo gruppo, nel 2011, aveva guidato un vasto boicottaggio delle grandi aziende statunitensi ed europee nei confronti delle proposte di legge in discussione in Bangladesh, che avrebbero obbligato i compratori finali a pagare di più gli imprenditori locali, affinché questi garantissero la sicurezza delle fabbriche.     

A un anno dalla tragedia, qualcosa si è mosso ma il bicchiere rimane pieno nemmeno per la metà. Fin dall’estate 2013, molti gruppi -soprattutto europei- della produzione e distribuzione di abbigliamento hanno siglato un memorandum di intesa atto ad implementare la sicurezza sul lavoro con maggiori sforzi finanziari nei confronti dei terzisti. L’iniziativa è stata però boicottata nuovamente da WallMart ed altri 13 produttori e distributori, soprattutto statunitensi. Il gigante della distribuzione ha poi corretto il tiro annunciando una iniziativa unilaterale di miglioramento degli standard che è stata però attaccata duramente da ONG e militanti per i diritti civili, per le scarse garanzie che comporterebbe sul profilo finanziario.

Una vera e propria inversione di rotta è venuta, invece, da un gigante della produzione come la Nike. In passato al centro di aspre polemiche internazionali per lo sfruttamento dei lavoratori e minorenni nelle azienda dalle quali si approvvigionava, il colosso dell’Oregon ha scelto la linea dura contro la scarsa sicurezza nelle aziende fornitrici. Dopo il disastro del Rana Plaza, diverse delegazioni del gruppo hanno visitato le location di produzione, ed al ritorno negli Usa sono scattate diverse disdette di contratti con fabbriche che non rispettavano gli standard che la stessa azienda ha giudicato necessari.

A livello di percezione personale da parte degli operai di settore, la situazione è migliorata con l’aumento del salario minimo. Un’iniziativa rivendicata da molte associazioni, che in molti casi si è però tradotta in una riduzione del personale, provocando meno disponibilità di posti di lavoro. Una certa attenzione è riservata ai criteri di assunzione del personale: le aziende non assumono più lavoratori di età inferiore a livello consentito.

Il tasto più dolente riguarda i risarcimenti. Il Governo ha beneficiato di diversi aiuti economici a livello locale e internazionale, ma non è chiaro che fine abbia fatto la maggior parte di questi. Risarcimenti in denaro liquido sono stati assegnati alle famiglie degli uccisi (tra i 1.000 e i 5.000 euro a nucleo) ma chi non ha potuto ritrovare il proprio caro -oltre 100 famiglie- non ha ricevuto nulla. In tal senso risulta importante un’iniziativa avviata dalla Caritas Bangladesh, impegnata nel rintracciare prove della morte di chi manca all’appello, per aiutare i familiari.

Per quanto riguarda la riabilitazione e l’impegno di curare mutilati o chi ha riportato lesioni permanenti, sono molto importanti le iniziative di alcuni privati. È il caso per esempio di Crp-Bangladesh, centro per paralitici fondato nel 1979 a Savar dall’inglese Valerie Taylor, che ha garantito cure ai mutilati nel crollo..

Sul piano della giustizia, non si è ancora conclusa l’inchiesta straordinaria contro Rana. L’indagine sembra finora vertere solo sulle responsabilità del proprietario, al quale è stata garantita, peraltro, una sospensione della pena accessoria di sei mesi. L’inchiesta deve ancora allargarsi ai pubblici funzionari che avrebbero intascato dal medesimo le mazzette per non segnalare i problemi dell’edificio. Un ritardo che ha già fomentato proteste per le protezioni politiche delle quali rana avrebbe goduto.

 

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