giovedì, Maggio 13

Ramadi e l’assedio dell’acqua

0

Gli uomini del Califfato continuano ad avanzare in Iraq e Siria. A Ramadi, nella regione di Al Anbar, confinante con la capitale Baghdad, l’Isis ha chiuso le condotte della diga sull’Eufrate nei pressi della città causando carenza d’acqua nella zona dei villaggi di al Habbaniyah e al Khalidiya, dove, secondo le fonti locali ci sarebbe il rischio di una grossa crisi umanitaria.  Il governatore di Anbar, Sabah Karhut, infatti, intervistato da ‘Al Arabiya’, avrebbe confermato il drastico abbassamento dell’Eufrate nelle due cittadine assediate dall’Isis. L’obiettivo del gesto sarebbe quello di portare allo stremo gli abitanti e i soldati presenti nelle cittadine di Khaldiye e Habbaniya, per poi sferrare un attacco definitivo. Intanto nel nord dell’Iraq, ad Hajiwa, in mano ai jihadisti, sarebbero in corso dei raid aerei. Non è ancora chiaro se questi sono stati condotti da jet iracheni o da veivoli della Coalizione Internazionale a guida Usa. Finora le vittime sarebbero settanta: tra loro probabilmente anche molti civili.

Sul fronte siriano, l’esercito di Assad sta contenendo l’avanzata dello Stato Islamico nel nord est del Paese, dove per il secondo giorno consecutivo nella regione a maggioranza curda di Hasake, è in corso un offensiva contro la prigione Juvenile, a sud del capoluogo della regione. L’offensiva jihadista è iniziata con l’attacco ad opera di due attentatori suicidi che ha innescato una battaglia tra i miliziani del Califfato e le forze governative. Bombardamenti dell’esercito lealista siriano sono in corso ad Aleppo e ad Hajar Haswad, quartiere che si trova al confine con il campo di Yarmouk, nei pressi di Damasco: sette barili-bomba sono stati sganciati nelle ultime 24 ore dall’aviazione di Assad, contro i Jihadisti. L’attacco è il secondo che colpisce il quartiere controllato dall’Isis, nelle ultime 48 ore.

Ed erano probabilmente destinate allo Stato Islamico le armi provenienti da Ankara, che viaggiavano nascoste sotto pacchi di medicine, scortate dai servizi segreti del Mit. Dopo le minacce che il presidente turco Recepp Tayyp Erdogan aveva lanciato contro Can Dundar, direttore del quotidiano di opposizione Cumhuriyet, che ha diffuso lo scoop, oggi un pubblico ministero turco, sulla base della richiesta effettuata dal legale dello stesso presidente, ha chiesto l’ergastolo per il giornalista. Per Erdogan si tratterebbe di una congiura verso il proprio Paese. Il presidente turco se l’è poi presa anche con la stampa internazionale, accusando New York Times, Cnn e Bbc, di voler indebolire il governo di Ankara, eseguendo gli ordini di quella che Erdogan ha definito ‘la mente superiore’ al servizio di ‘certi poteri’. Le accuse contro Erdogan però continuano in vista delle elezioni. Persone molto vicine al potere hanno fatto trapelare via Twitter i nomi di 324 scrutatori che sarebbero stati incaricati dal partito islamico del presidente, l’Apk, di truccare il voto alle elezioni politiche di domenica. Una paura, questa delle frodi, sulla quale si era espressa più di una volta l’opposizione, che già nel 2014 aveva denunciato presunte irregolarità a favore dell’Apk. Infine, a cinque giorni dalle elezioni, nella regione di Sirnak, un blitz della polizia turca ha portato oggi all’arresto di 43 persone, ritenute simpatizzanti del partito comunista curdo, Pkk, nell’Anatolia sud-orientale. Tra gli arrestati ci sarebbero alcuni scrutatori nei seggi del partito curdo Hdp, il cui risultato è considerato decisivo per l’esito delle elezioni da diversi analisti politici: un risultato dell’Hdp superiore al 10% potrebbe fare perdere la maggioranza assoluta in parlamento all’Akp di Erdogan.

Se in Turchia ci sono solo gli arresti, in Messico si passa alle uccisioni: Miguel Angel Luna, candidato per le elezioni di mid term del Congresso messicano per il Partito della Rivoluzione Democratica (Prd) è stato colpito a morte da colpi di arma da fuoco a sud est di Città del Messico. Con lui sale a sei il numero dei candidati alle prossime elezioni federali ad essere stati uccisi.

Sempre in Sud America, oggi il presidente della Colombia, Juan Manuel Santos, ha fatto un appello ai governi del pianeta per mettere a punto un “nuovo approccio” per affrontare il problema della droga. La Colombia, uno dei principali Paesi esportatori di cocaina, non è riuscita, in oltre mezzo secolo di guerra al narcotraffico, ad ottenere progressi significativi.

Sono già diventate un caso politico le dimissioni a sorpresa del presidente della Fifa appena rieletto Sepp Blatter, che erano state salutate come una vittoria politica della Russia sugli Usa in vista del mondiale del 2018. Le dimissioni hanno già riscosso numerosi commenti come quello del presidente ucraino Petro Poroshenko che su Twitter ha affermato che queste dimissioni «fanno sperare nella cancellazione di alcune decisioni dell’organizzazione, mosse dalla corruzione», con una chiara allusione ai mondiali di calcio russi. Il presidente neodimissionario della Federazione sarebbe, come confermano fonti Usa, nel mirino di un’inchiesta dell’Fbi.

E Barack Obama oggi, sicuramente memore del caso Snowden, ha firmato e promulgato una legge che limita i poteri della National Security Agency, rimpiazzandola con un programma di sorveglianza più mirato. Il Freedom Act, diventato legge grazie alla firma del presidente, limiterà invece la possibilità del governo di raccogliere i dati sulle conversazioni telefoniche dei cittadini, nell’interesse loro e ‘della sicurezza nazionale’. Le compagnie telefoniche, secondo il decreto, dovranno però essere in grado di consegnare il contenuto di telefonate sospette qualora questi dati vengano richiesti dalle autorità.

Obama, che secondo alcuni sondaggi, starebbe perdendo consensi in casa propria, è anche al centro della polemica fra il leader dell’opposizione laburista israeliana, Isaac Herzog, e il premier Benjamin Netanyahu, in cui il leader dell’opposizione incolpa l’attuale premier di aver fatto crollare le relazioni fra Stati Uniti e Israele, provocando una ‘seria rottura’ con la sua politica di intransigenza rispetto alla soluzione dei due Stati, proposta, tra gli altri da Obama.

Sale di nuovo la tensione in Ucraina nelle ultime ore: nuovi scontri sono divampati nella cittadina di Marinka, situata ad una ventina di chilometri a ovest di Donetsk. Separatisti e militari di Kiev confermano entrambi le violenze, sebbene si accusino a vicenda di aver iniziato la nuova offensiva. Il bilancio è di un soldato morto e di 18 feriti. Sempre nel Sud-Est del Paese, le truppe di Kiev avrebbero lanciato ‘massicci bombardamenti’ che avrebbero provocato la morte di almeno 15 persone. Gli scontri in corso intorno a Donetsk hanno inoltre provocato l’interruzione della fornitura di energia elettrica a due miniere di carbone a Skochinsky e a Zasyadko, che ha avuto come conseguenza il blocco di oltre novecento lavoratori all’interno dei cunicoli. A Skochinsky sono in corso operazioni di salvataggio per le 379 persone intrappolate, mentre a Zasyadko rimangono sotto terra almeno altri 576 minatori per ritardi nei soccorsi causati dai bombardamenti.

Intanto Bruxelles ha risposto alla promulgazione della black list di Mosca con una contromisura disposta dal presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz che limita l’accesso a politici, diplomatici e parlamentari russi, compreso tutto il personale di ambasciata, fatta eccezione per l’ambasciatore, all’Europarlamento. Il presidente della Commissione esteri del Consiglio della Federazione russa Kostantin Kosachev ha giudicato ‘repressiva’ la decisione, chiarendo che ci sarà ‘una risposta analoga da parte della Russia’, che, ha aggiunto Kosachev, ‘non deve rinunciare all’ultima parola’.

A Grozny, in Cecenia, un commando di uomini a volto coperto, hanno assaltato la sede di una organizzazione per la difesa dei diritti umani, costringendo gli attivisti a scappare dalle finestre. Le vittime hanno denunciato il mancato intervento della polizia.

Infine, è stato fissato per stasera, alle 20.30 a Bruxelles l’incontro tra il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ed il premier greco Alexis Tsipras. I due discuteranno dello stato di avanzamento dei negoziati tra la Grecia e i creditori internazionali, ma questa volta in forma privata e ‘su invito personale di Juncker’, motivo questo per cui non saranno rilasciate dichiarazioni alla stampa al termine dell’incontro.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->