domenica, Settembre 19

Ramadi, battaglia contro l'ISIS per riconquistare la città Il nuovo primo ministro libico incontra Renzi. In Spagna non c'è ancora un accordo di governo

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Ramadi, 110 km ad ovest di Baghdad, da sempre roccaforte sunnita, è ancora al centro della battaglia tra l’esercito iracheno e le milizie dell’Isis. Stamattina, il portavoce delle unità anti-terrorismo di Baghdad, Sabah al Numan, aveva annunciato la riconquista della zona, ma poco dopo è arrivata la smentita. «L’Isis controlla ancora il 30 per cento di Ramadi, che quindi non è ancora stata completamente riconquistata dall’esercito iracheno» ha detto il generale Ismail al Mahlawi, capo delle operazioni militari nella provincia di Al-Anbar. Secondo il militare, si combatte ancora strenuamente in alcuni quartieri, anche se l’esercito ha ripreso il controllo dei palazzi del potere nel centro della città. Da lì si potrà partire per riprendere in pugno la situazione metro dopo metro, ma secondo le fonti ci vorranno ancora alcuni giorni. Anche il portavoce del governatore della provincia di Al-Anbar, Muhannad Haimour, ha detto che bisogna essere cauti, perché restano sacche di resistenza che non vanno sottovalutate.

Non è ancora tempo di cantar vittoria, dunque, perché gli uomini di Abu Bakr al Baghdadi hanno disseminato strade e campi con mine antiuomo e sono pronti a tutto pur di non perdere terreno, soprattutto a Ramadi, nodo strategico per controllare la capitale. La città, infatti, è stata sempre un punto nevralgico per i jihadisti, prima di Al Quaeda e ora dell’Isis. Prima di Abu Bakr, infatti, era stato proprio lì che l’ex leader di Al Quaeda in Iraq, Abu Musab al Zarqawi, aveva proclamato per la prima volta un califfato. Il progetto era morto con lui nel 2006, fino a quando è rinato ufficialmente il 29 giugno 2014. Nel maggio scorso, l’attuale capo del presunto stato islamico è riuscito  a conquistare Ramadi infliggendo all’esercito iracheno una pesante quanto imbarazzante sconfitta. Ed è proprio per questo che per il governo di Baghdad riconquistare questa città è ora una questione di fondamentale importanza, per motivi politici, strategici e di orgoglio nazionale. Se l’Isis perderà la battaglia, Ramadi si aggiungerà alle altre città che in questi mesi sono state strappate al califfato con la forza, in Iraq. Tikrit è stata riconquistata a marzo mentre Sinjar, città curda al confine con la Siria, è stata ripresa a novembre. Dunque, nonostante i suoi proclami, sembra che l’Is stia perdendo terreno, ma il califfato si muove con una strategia ben precisa e non sempre ciò che appare corrisponde alla realtà. Quel che è certo, è che il governo di Baghdad sta lentamente sconfiggendo il nemico e dopo la liberazione di Ramadi, punta a liberare Mosul, nominata capitale dello Stato Islamico. «La provincia di Ninive è la nostra prossima tappa e siamo pronti a questo obiettivo», ha dichiarato Majid al Fatlawi, generale dell’ottava divisione dell’esercito. Intanto, per ora la bandiera irachena sventola di nuovo su compound governativo nel centro di Ramadi.

Dall’Iraq all’Afghanistan, il terrorismo non si prende pause. A Kabul, all’alba, un’autobomba è esplosa nei pressi di un convoglio della Nato, poco distante dall’aeroporto della città. L’esplosione, che ha ucciso un civile e ne ha ferito altri quattro, è stata rivendicata dai talebani che hanno voluto lanciare un messaggio. «Niente accordi». L’attentato è stato compiuto, infatti, all’indomani della visita a Kabul del potente capo delle forze armate pachistane, generale Raheel Sharif, per avviare i colloqui di pace con i talebani. «Entrambe le parti hanno concordato che il primo round negoziale tra Afghanistan, Pakistan, Usa e Cina si terrà a gennaio per stendere una road-map completa per la pace», ha spiegato la presidenza afgana in un comunicato. Da parte dei talebani non c’erano stati commenti all’annuncio dei colloqui, almeno fino a stamattina. Ma il governo afghano ha deciso di non lasciarsi fermare e ha confermato la volontà di rilanciare un dialogo di pace e riconciliazione con i talebani insieme a Pakistan, Cina e Usa.  L’incontro, secondo i piani, si svolgerà nella prima settimana di gennaio.

Ha ricevuto l’incarico il 17 dicembre in Marocco e questa è stata la sua prima visita ufficiale in Europa. Il primo ministro libico Fayez Al-Serraj ha incontrato quest’oggi il premier Matteo Renzi che ha espresso piena fiducia nella capacità delle nuove autorità libiche di far fronte alle imminenti sfide che le attendono. «Sosteniamo le nuove autorità libiche e confidiamo nella capacità di far fronte alle imminenti sfide che le attendono, a cominciare dalla formazione del governo e dal completamento del quadro istituzionale nel segno dell’inclusività e della riconciliazione nazionale» ha detto Renzi. La nuova Libia, dunque, potrà contare sul sostegno dell’Italia che, in coordinamento con la comunità internazionale, ha lottato per raggiungere un accordo. Dopo mesi di discussioni, ora tocca ad Al-Serraj unificare le forze e creare un governo capace di arrestare l’avanzata dell’Isis. All’incontro di oggi era presente anche il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, il quale ha assicurato che  l’Italia è pronta a rispondere con tempestività alle eventuali richieste di assistenza che la Libia dovesse rivolgere.

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