sabato, Aprile 10

Rajapaksa nel mirino delle critiche Legislazioni anti-terrorismo e opacità sui crimini di guerra suscitano proteste contro Colombo

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Nell’agosto 2011, il governo dello Sri Lanka del Presidente Mahinda Rajapaksa decise di riformare il Prevention of Terrorism Act (PTA), la draconiana legislazione tenuta in vita durante i quasi 30 anni di Stato di Emergenza legato al conflitto etnico nel nord del Paese tra maggioranza cingalese e la guerriglia separatista delle Tigri Tamil (LTTE). La guerra civile si era infatti conclusa con la sconfitta delle LTTE solo da due anni (2009), ed oltre 12mila appartenenti alla minoranza Tamil erano ancora rinchiusi nelle carceri del Paese, in attesa di processo per terrorismo o attività sovversive.

Il PTA aveva prestato il fianco ad ampi e gravi abusi di potere da parte di esercito e polizia, soprattutto nelle prime fasi del conflitto negli anni ’80 e primi ‘90. Migliaia di Tamil, spesso interi nuclei familiari, venivano arrestati in raid notturni per la semplice appartenenza etnica, o  residenza nelle zone interessate dalla guerriglia. Gli arrestati venivano portati nelle prigioni militari, dove si verificavano torture ed uccisioni arbitrarie, mentre i corpi delle vittime finivano poi in fosse comuni nella giungla. Una repressione in pieno stile desaparecidos argentini, che ha fatto raggiungere allo Sri Lanka il poco invidiabile secondo posto al mondo per rapporto di persone scomparse nel nulla, rispetto alla popolazione, in una sola guerra civile Il numero di vittime oscilla, a seconda delle stime, tra le 13 e le 20mila, in maggioranza appartenenti alla minoranza tamil.

L’ampio ventaglio tra i due dati riflette l’attuale diatriba tra il governo di Rajapaksa ed i suoi oppositori sullo stabilimento delle verità storica, con l’esecutivo accusato dai Tamil di nascondere e ridimensionare al ribasso le dimensioni del massacro. Viceversa, il governo Rajapaksa sostiene di avere già fatto luce sulle responsabilità, ed accusa i Tamil di voler rinfocolare gli odi etnici della guerra.

Attenuatasi nell’ultimo decennio del conflitto, grazie a tregue e scambi di prigionieri, la PTA ha però continuato a sfornare migliaia di arresti arbitrari: anche nell’ultima fase di recrudescenza (2006-09) buona parte degli internati non aveva accuse a carico al momento dell’arresto. Il ritorno ad una legislazione civile aveva dunque suscitato grandi speranze sul fatto che simili distopie venissero eliminate. Ma sia prima che dopo la riforma, sul numero di prigionieri scarcerati si sono scatenate guerre di numeri tra Governo, ONG e istituzioni internazionali. Colombo sostenne di aver liberato almeno 10mila prigionieri, cifra però smentita dagli attivisti per i diritti civili, che gliene attribuirono neanche la metà. In particolar modo, dopo la riforma del PTA i prigionieri liberati sarebbero stati non più di 1.500.

Ma non è tutto. Le categorie palpabili di arresto per attività sovversive sono rimaste spesso immutate, lasciando agli organi di polizia ampia discrezione non solo sul mantenimento del regime carcerario per i già reclusi, ma anche sulla possibilità di effettuare nuovi arresti per attività percepite come anti-governative. ONG ed attivisti sostengono da tempo che le norme in vigore rendono gli organi di polizia troppo influenzabili dal governo, il quale potrebbe sfruttarle per ridurre al silenzio oppositori e critici. Una circostanza che proprio nelle ultime settimane sembra essersi palesata.

Il 17 marzo scorso, le agenzie di stampa di tutto il mondo hanno rilanciato la notizia dell’arresto di Ruki Fernando, noto attivista cingalese in favore dei diritti civili, e di Frate Praven Maheeshan, prete cattolico Tamil molto attivo nell’assistenza alle vittime del conflitto. L’arresto è avvenuto proprio nella provincia settentrionale di Kilinochchi, ex bastione delle Tigri Tamil ed ultimo ridotto dei guerriglieri ad arrendersi nel 2009. Ma l’elemento più allarmante sono state le modalità; i due attivisti sono stati fermati nientemeno che dalla Divisione di Investigazione Anti-terrorismo di Colombo, e sono stati detenuti ed interrogati per 72 ore senza né potere rivolgersi ad un legale, né poter dare ai familiari e conoscenti alcuna notizia dell’accaduto.

L’arresto ha subito suscitato la condanna unanime dal mondo delle ONG, subito spalleggiate, oltre che dal dissenso statunitense, anche da una forte reprimenda del Foreign Office britannico, spesso punto di riferimento diplomatico nello Sri Lanka per via del passato coloniale inglese. Proprio la pressione di attivisti e diplomazia estera si ritiene possa essere stato il veicolo decisivo della rapida risoluzione del caso: il 20 marzo i due uomini sono stati rilasciati senza alcuna accusa formalizzata nei loro confronti. Le autorità hanno però comunicato che il fermo era motivato dal sospetto che i due uomini stessero “incitando l’odio etnico e razziale” tra la popolazione Tamil locale.

«È un chiaro segnale di intimidazione nei confronti di chi cerca di raccontare al mondo cosa è accaduto qui» ha dichiarato Fernando dopo il rilascio, aggiungendo di voler mettere pubblicamente in guardia i conoscenti sul fatto che anche le loro attività fossero già verisimilmente scrutinate dagli organi di polizia.

Il commento dell’attivista non era casuale; Ruki Fernando è infatti noto per le sue investigazioni sui crimini di guerra commessi durante la guerra civile. In particolar modo, le sparizioni notturne di famiglie Tamil e l’ultima fase del conflitto, durante la quale i bombardamenti aerei e di artiglieria dell’esercito cingalese sulla provincia di Kilinochchi, avrebbero provocato la morte di decine di migliaia di persone. Anche questa circostanza è smentita con forza dal Governo di Colombo, la cui politica in materia si è però dimostrata tutto fuorché trasparente. Sempre sotto la coperta delle disposizioni anti-terrorismo, l’esercito e la polizia cingalese scoraggiano o proibiscono del tutto l’accesso di giornalisti e ONG nelle aree più insanguinate dalla guerra civile.

Il duplice arresto giunge infatti in un momento particolarmente teso tra Colombo e le istituzioni internazionale sulla gestione della pacificazione post-bellica. All’inizio dell’anno, l’UNHCR, il consiglio dell’ONU per i diritti umani, ha infatti condannato ufficialmente lo Sri Lanka per l’inattendibilità delle commissioni di inchiesta governative sui crimini di guerra verificatisi nel conflitto. L’organo ha anche lanciato un appello internazionale per il lancio di una Commissione investigativa indipendente, composta da personale ONU proveniente dall’esterno del Paese e non sottoposta al controllo del Governo. Una proposta rifiutata con decisione dall’esecutivo di Rajapaksa.

Il governo cingalese, ancora supportato largamente dalla popolazione, afferma che questa opzione sarebbe una violazione di prerogative nazionali. Ma soprattutto, Rajapaksa stesso ha ammesso che ulteriori approfondimenti della verità storica non sono desiderabili, perché riesumerebbero il clima di rivalsa tra le due comunità che si sta fermamente cercando di lasciare alle spalle. A Colombo, insomma, si cerca di dimenticare piuttosto che chiarire.

Quello di Fernando e di Frate Maheeshan è solo l’ultimo di una lunga serie di intimidazioni o vere e proprie violenze messe in atto nel Paese contro i fautori di inchieste sui crimini commessi nella guerra civile. Nel 2012 diversi reporter sono stati fatti oggetto di arresti e fermi, ed uno addirittura ucciso da sconosciuti, mentre svolgevano le loro inchieste. Nel dicembre di quell’anno ad essere detenuti per alcune settimane furono però gli stessi familiari di vittime delle sparizioni, che cercavano semplicemente di conoscere la verità sul destino dei congiunti.

 

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