mercoledì, Giugno 23

Rai: nuovi vertici, lottizzazione finita?

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La lottizzazione non è considerata da tutti una grande riforma, di solito è accompagnata a un valore peggiorativo, allo strapotere dei partiti che hanno fatto del servizio pubblico una fabbrica di rendite politiche…

A torto, perché fu una grande rivoluzione, quella del 1975. Quella in cui tra l’altro nacque Raitre. La competizione politica era fonte di miglioramento creativo.

Perché la definisce una grande rivoluzione?

Le faccio un esempio personale. Nel 1975 io ero caposervizio allo Spettacolo. Dalla sera alla mattina non lo ero più. La riforma intervenne anche nella struttura dell’azienda e inaugurò un nuovo assetto burocratico che sostituì il precedente. Si formò la categoria dei programmisti registi, che allora fu un’idea profondamente innovativa all’intero dell’azienda. Nella Tv lavoravano soprattutto gli addetti ai lavori, quelli che avevano superato i concorsi. Dal 1955 al 1971 si sono tenuti ogni due tre anni dei concorsi. Io vinsi quello del 1964, entrammo in Rai in 25 su 400. Tutto questo per dire che si puntava a una struttura fortemente creativa interna all’azienda.

Oggi si preferisce andare in ‘outsourcing’ come si dice…

Quando fui delegato dall’allora direttore dei programmi a passare dalla produzione in via Teulada a fare il produttore-sceneggiatore, mi affiancarono ad Andrea Camilleri e Vittorio Bonicelli. Nacquero i primi sceneggiati come il Tenente Sheridan.  Era un altro mondo. Ecco perché quella fu una grande riforma. Perché cambiò tutto. C’era la dialettica politica e culturale tra le reti. Una dialettica vivacissima. Quando fui indicato dal Psi per fare il direttore di Raidue il mandato che ebbi dal cda, ma sostanzialmente da Craxi, era molto forte.

Che tipo di mandato le diede Craxi?

L’allora segretario del Psi mi disse: guarda che noi dobbiamo sconfiggere il monopolio culturale di De Mita (attuato da Biagio Agnes). La Raidue laico-socialista di allora era un po’ debole e il mandato che ebbi fu quello di battere Raiuno in qualsiasi modo.

E lei che fece?

Misi in cantiere una programmazione tutta nuova che si chiamava Fiction e informazione, a cominciare da Mixer di Giovanni Minoli. E nel 1991 arrivò il sorpasso su Raiuno. Le prime serate di Raidue con Minoli e una serata di fiction. C’era una forte competizione. E tutto questo è nato nel 1975.

L’ascesa di Raidue e la nascita di Raitre in quel periodo sembra segnare la stanchezza di Raiuno…

E’ vero. Ci fu un evento che segnò questa cosa, tanto è vero che i vertici della Dc e della Rai saltarono sulla sedia. Risale alla visita di papa Wojtyla in Sicilia.

Il famoso discorso nella Valle dei Templi di Agrigento contro i mafiosi…

Ricordo che un assistente del segretario di Stato, il mio omonimo cardinale Sodano, venne da me e mi disse: Raiuno a questa visita vuole dedicare solo un servizio nel Tg ma la Chiesa ci tiene particolarmente a questa visita. Io risposi: che problema c’è? Facciamo una diretta di 12 ore, la organizzai io e l’affidai alla professionalità e alla conoscenza di Michele Guardì, agrigentino. Tasselli di una Rai in cui la competizione politico culturale era fondamentale. Quando noi facemmo Ho bisogno di te per i bambini della guerra in Bosnia in viale Mazzini gli prese un coccolone. Era una materia che facevano soltanto loro di Raiuno. Mi rinfacciavano che gli rubavo il mestiere e io risposi: sono cattolico pure io anche se sono socialista. E quelli si arrabbiavano: rubi il pubblico a Raiuno….

Comunque dopo il ’75 arrivarono numerose riforme riorganizzative…

Dopo di quella, altre  riforme io non ne ho conosciute. Nel ’75 nacque una Rai diversa, che con la Seconda Repubblica si è spenta. Ci fu una legge Mammì che fotografò nel 1991 la nuova situazione, vale a dire la presenza ormai assodata sul mercato della tv commerciale e poi niente più. Ma dal punto di vista culturale, creativo e identitario ho visto poco. Oggi c’è Sky a fare questo tipo di lavoro. La fiction 1992 è esemplare in questo senso. Io non condivido nulla dei contenuti di quella fiction, di quella visione, di quell’Italietta presentata come una repubblica delle banane da presentare al mondo intero, ma è un tipo di fiction moderna, innovativa, con cui bisogna fare i conti.

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