mercoledì, Settembre 22

Rai: nuovi vertici, lottizzazione finita?

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“Con le nuove nomine in Rai è ufficialmente finita l’era della lottizzazione”. Così commenta Giampaolo Sodano, storico direttore di Raidue e vicedirettore generale della Rai nell’era di Letizia Moratti, una vita tutta nella Tv pubblica, da funzionario ai massimi vertici dell’azienda, giornalista e produttore di programmi come I fatti Vostri, La vita in diretta, Mixer e Beautiful, una breve parentesi da deputato socialista negli anni ’80.

 

I nuovi vertici Rai segnano l’avvento del ‘renzismo’ nell’azienda televisiva di Stato?

E’ certamente eccessivo configurare questo nuovo assetto come un monopolio renziano o del Pd nella Rai: sarebbe una caricatura. Ma credo che sia una svolta importante nella storia della Rai. Finisce la riforma del 1975, è finita proprio un’epoca: ora c’è Antonio Campo Dall’Orto, un uomo solo al comando, un direttore generale che è anche amministratore delegato e ha tutti, ma proprio tutti i poteri. E ora vediamo che succede.

E’ proprio sicuro che la politica non c’entri con i nuovi vertici? Già la chiamano Tele Renzi…

Non a proposito di queste nomine. Dei tre direttori delle tre principali reti nessuno è legato alle vicende politiche. Andrea Fabiano è stato il vice del democristiano Leone, ma non risulta che sia un renziano, tanto meno la Taddei, che viene da Magnolia e ha una brillante storia professionale e imprenditoriale. C’è qualche polemica in più con la Bignardi per Rai Tre, ma più per le sue conoscenze in alto loco nei vari salotti dell’informazione che per appartenenze politiche.

Possiamo dire che vedremo presto il Partito della nazione in forma televisiva?

Se dobbiamo cedere alle suggestioni possiamo parlare di Partito della Nazione, ma in fondo è una forzatura, del resto lo stesso Partito della Nazione è una forzatura. Io credo che le nomine siano una scelta del nuovo ‘dominus’ della Rai Campo Dall’Orto, lui sì scelto dal Principe Renzi, con un forte imprimatur politico in quanto renziano della prima ora. Ma l’attuale direttore generale si avvale dell’egemonia di questo nuovo leader per esaltare la sua vocazione professionale.

Al tempo in cui vennero fatte le nomine del consiglio di amministrazione il premier Renzi ci aveva tenuto molto a presentarla come riforma, quanto meno della governance…

Guardi, la mia è una riflessione molto semplice: l’unica riforma della Rai che ho conosciuto è quella del 1975. Quella fu una vera, grande, strutturale riforma della Rai, che prima di allora aveva sostanzialmente i connotati della vecchia Eiar.

Eppure prima c’era stata la riforma di Ettore Bernabei…

Nonostante il governo rivoluzionario di Bernabei, che cambiò tutta la classe dirigente dell’azienda trasformandola in modo radicale, non possiamo parlare di riforma, mancava il riconoscimento legislativo.  Dal 68 al 75 si affacciò sulla scena politica e quindi sulla Rai, che fino ad allora era stata monocolore democristiano, la sinistra: prima col Psi poi col Pci. I quali rivendicarono un famigerato “lotto” all’interno della Tv pubblica. Al posto del monopolio democristiano nacque quella che Ronchey definì la lottizzazione, secondo la presenza delle formazioni politiche. Quella fu la grande riforma.

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