domenica, Ottobre 24

RAI, 'ndo WAY, se i ripetitori non ce l'hai? La vendita di RAI WAY e altre storie costituiscono motivo di polemica: primo passo per la svendita dell'Azienda?

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Floris renzi

Torno sul luogo del delitto, perché la RAI è un’eterna fonte d’ispirazione. Sulla sua pelle si giocano giochi che manco c’immaginiamo, perché, come dicevamo appunto ieri, – e scusate la vanagloriosa autocitazione, ‘il bello della RAI è quello di essere il volano dei ricordi degli italiani’.

E questo è un’incalcolabile patrimonio immateriale della TV di Stato, mentre quello calcolabile è anche dato dai suoi Archivi. Mi raccontava una persona informata dai fatti – si dice il peccato, non il peccatore – che, fino a non molti anni fa, c’era un riciclaggio dei nastri degli ‘anni preistorici’, per far spazio archivistico alle nuove produzioni, cosicché molti programmi non si ritrovano negli archivi. Ciò è avvenuto anche per la radio, cosicché la registrazione del radio-dramma ‘Il Nastro’ di Mario Fratti (fine anni ’50), vincitore di un premio RAI, ma mai trasmesso in quanto affrontava temi allora ancora non politically correct (le torture ai partigiani) è letteralmente missing.

Fra un po’, però, ad essere missing potrebbe essere la stessa RAI, nel senso di azienda e di risorse umane. Al convegno di cui vi ho dato conto ieri vi era una pugnace esponente del Sindacato che ha preso la parola dal pubblico, chiedendo chiarezza alla Presidente Anna Maria Tarantola. Grande self control e diplomazia da parte di quest’ultima, ma qui e là, nel corso dei lavori, sono affiorati scogli scabrosi dove s’incagliava il discorso, come il decreto 66/2014, ovvero quello sui tagli dei 150 milioni di euro al bilancio RAI per quest’anno, con l’alea di ulteriori contrazioni negli anni successivi.

Per cui v’era un humus favorevole allo scontro, fatto che è risultato evidente la sera in TV, quando Giovanni Floris, conduttore di Ballarò e Matteo Renzi, Presidente del Consiglio dei Ministri hanno battibeccato in materia di spending review proprio in casa RAI. Ovvero i risparmi che servirebbero a raggranellare il pizzo di 150 milioni di euro che il Governo chiede all’Azienda. Bisogna, però, tenere conto che ciò non avvantaggerebbe i competitors, anche loro impegnati in una campagna di risparmi ad oltranza senza precedenti.

Mi raccontava una simpaticissima collega, produttrice in un programma della mattina di un’altra rete, né RAI, né Mediaset, zeppo di ospiti importanti, che, al passaggio di mano ad una nuova proprietà, ci si è trovati di fronte all’imbarazzante ukase del neo sciur padrun, che proibiva l’acquisto di cappuccini e ‘pastarelle’ da offrire agli autorevoli e volenterosi ospiti (devono trovarsi lì intorno alle 7:30 del mattino), problema a cui la stessa redazione ha per qualche giorno ovviato facendo un crowdfunding, diciamola semplice, una colletta. Dopodiché, il Grande Capo è ritornato sui suoi passi e l’incidente s’è chiuso. Ma ritengo tutto ciò emblematico di come ormai ovunque circoli il diktat: ‘Nozze coi fichi secchi’. 

Anche in casa Mediaset le cose non vanno meglio e, dunque, i media patiscono di un ridimensionamento che dovrebbe essere monitorato e ‘curato’, se non si vuole divenire vittime di chi, con il minimo investimento, s’impadronisce del timone soprattutto dell’informazione.

Un po’ com’è avvenuto a Venezia, in un altro settore, dove con 500mila euro, un imprenditore ha acquistato un’isola che, in altri tempi, sarebbe costata molto di più. Qui, però, è in gioco una partita in termini di libertà e di democrazia riguardante l’informazione, dunque la base di realtà dei fatti che si fornisce alla cittadinanza.

Quello che lascia intontiti, però, è la faciloneria con cui ci si alza una mattina e si decide che RAI WAY costituisce una zavorra da mettere sul mercato. Non si riesce a capire quale convenienza, salvo un effimero incasso – e sulla nostra pelle abbiamo verificato che, ogni volta che lo Stato ha venduto qualcosa di suo, ha per lo più incassato assai meno di quanto avesse preventivato, ovvero cifre non realizzate eppure pubblicizzate tanto per gettare fumo negli occhi agli italiani e giustificare la cessione dei gioielli di famiglia – possa guadagnarsi cedendo le torri di trasmissioni, ovvero l’elemento tecnologico basico per la diffusione radiotelevisiva.

Tutta questa insistenza potrebbe far ipotizzare che ci sia già un compratore pronto, d’identità a noi sconosciuta, ma perfettamente noto a chi insiste tanto per questa cessione, in grado di fare l’affare del secolo con quattro spiccioli e di riaffittare a prezzi capestro alla stessa RAI le strutture che aveva di proprietà.

Un compratore che, magari, neanche possiede le risorse umane tecnologicamente avanzate per la continua manutenzione che tali torri di trasmissione necessitano. Eppure, la ricerca tecnologica in casa RAI è assolutamente d’avanguardia: al convegno dell’altro ieri ero rimasta ipnotizzata dall’alta risoluzione di un certo sistema 4 K – non chiedetemi che vuol dire, in tecnologia sono una capra – che rimanda l’immagine ad una perfezione tale che non ha eguali al mondo. Era stato realizzato – e se ne proiettava il promo – un filmato su Rossini (sorprendentemente interpretato da Elio delle Storie Tese) e i luoghi in cui visse, con l’interpretazione di Giuliana de Sio e la regia straordinaria di Lina Wertmuller.

Tanto per fare un parallelo, la vendita di RAI Way equivarrebbe ad un altro caso, ovvero se s’imponesse alle FS di mettere sul mercato RFI, ovvero binari e infrastrutture… OOOps, vuoi vedere che ho dato l’idea a qualcuno? Tanto, ormai, l’aggressivo Mauro Moretti è stato spostato altrove, dunque non ci sarebbe chi difenderebbe con le unghie e coi denti la linea ferrata dalla svendita.

Il premier, tanto per trovare un appiglio e un alibi, si è svegliato dicendo che la RAI non è né dei giornalisti, né del sindacato UsigRAI, bensì dei cittadini. Peccato che questa perla di saggezza non fosse chiara a chi ha lardellato la RAI con la partitocrazia a oltranza, facendo rimpiangere l’età dell’oro di Ettore Bernabei, che badava (anche) alla professionalità, come mi ha raccontato Enzo Golino nell’intervista apparsa lunedì scorso in queste pagine.

Ovvero, secondo il Presidente del Consiglio i soci di maggioranza della RAI sarebbero i cittadini che la pagano attraverso il canone e altra fiscalità (non si capisce quale? Al massimo, comprando prodotti che fanno pubblicità sulle reti RAI, ma non solo). Peccato, però, che i Partiti in Azienda ci piazzino gente loro, impippandosene delle qualità professionali che starebbero a cuore ai cittadini.

Altra cosa che mi sta sul gozzo, sono i compensi stratosferici percepiti da certi irrinunciabili personaggi e personagge, la cui limatura a retribuzione ragionevole, probabilmente, consentirebbe di recuperare un bel po’ rispetto ai 150 milioni richiesti alla RAI.

A parte il fatto che potrebbe essere l’occasione di svecchiare un po’ il casting di presentatori et similia, magari guadagnandoci anche in estetica (l’alto tasso botulinico, siliconico e di lampade solari imperversa), oltre che in contratti meno esosi, di cui pare ci sia una specie di Ras, tal Lucio Presta. Secondo voci di corridoio, in RAI/spettacolo pare non si muova foglia che lui non voglia (complimenti, Annamaria, non ti sai tenere un cece in bocca: ti sei fatta un nuovo ‘amico’).

Tornando a #cimettolafaccia Renzi, la sua operazione RAI sembra un’altra grancassa volta più a depauperare un patrimonio prezioso di professionalità e cultura (sopravvissute, malgrado i marosi agitati delle interferenze partitiche; molte volte, fior di professionisti si son trovati a dover aderire a certi credi politici, pur di continuare a fare il proprio lavoro!) che a fare qualche spicciolo di risparmio…

Le cifre che vorrebbe recuperare, forse, sarebbe meglio che le rastrellasse – e sarebbero molte di più – attraverso il recupero di quel 27% di evasione del canone. Botto finale, il canone: il più basso d’Europa per una tv pubblica, ma anche il più evaso…

 

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