venerdì, Settembre 17

Rai: Monica Maggioni Presidente

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Restando in tema Rai, il presidente Pd Matteo Orfini, ancora disorientato per il blitz (fallito) della sinistra Dem sul nome di Ferruccio De Bortoli, si traveste da ‘Che Guevara dei Parioli’ per dire che con «la candidatura di De Bortoli la sinistra del partito ha scoperto il fascino discreto della borghesia e ha pescato nei salotti del capitalismo». Come se i nomi lottizzati scelti dal Pd per il Cda non fossero espressione del Cerchio Magico radical chic che ruota intorno a Renzi. Ma è proprio sul nome di Carlo Freccero, outsider designato dal M5S perché unico esperto di tv tra gli eletti (per la verità la questione riguarda anche i consiglieri Guelfo Guelfi, Arturo Diaconale e Giancarlo Mazzuca) che i ‘servi devoti’ di Palazzo Chigi provano a vendicarsi per lo smacco subito. «C’è un problema nella nomina di Carlo Freccero nel Cda Rai. Secondo la legge infatti un lavoratore in pensione non può assumere incarichi nelle società controllate dallo Stato», si legge sul sito del fu quotidiano gramsciano ‘L’Unità’, divenuto foglio di Regime, che si rifà a una norma del cosiddetto ‘decreto Madia’ approvato nel dicembre scorso. Un mezzuccio veramente vigliacco per cercare di buttare fuori il non allineato Freccero dalla stanza dei bottoni di viale Mazzini, che qualifica i suoi autori per quello che sono: servi del Potere.

Del sacco di Roma compiuto dai ‘picciotti’ di Mafia Capitale non si sa ancora tutto. A squarciare il velo di omertà che copre ancora gli affari sporchi conclusi all’ombra della Capitale ci sta pensando chi meno ti aspetti: Salvatore Buzzi, l’ex re delle coop, braccio sinistro del ‘cecato’ Massimo Carminati. Ebbene, a Buzzi, complice il rischio di vedere il cielo a strisce per molti anni, si sta sciogliendo la lingua in una serie infinita di numeri, date e nomi. L’uomo che con i migranti faceva più soldi che con il traffico di droga, starebbe ricostruendo il giro di mazzette con cui si assicurava commesse milionarie. Lui, naturalmente, si dipinge come tenera vittima e dice di parlare de relato (di cose raccontategli da Luca Odevaine). Prima tira in mezzo al fango il sindaco Ignazio Marino parlando di «anomalia del Comune di Roma» e di  «78 milioni di euro con Marino, li decisero in maniera vaga addirittura senza appalto, quindi c’abbiamo questi meccanismi». Poi, si lamenta del fatto che il sistema corruttivo sarebbe andato avanti lo stesso se la sua coop 29 Giugno non si fosse adeguata. È per questo che «il nostro problema quotidiano era sbattersi tra la politica e tra i dirigenti, passà sui corridoi, assumere persone». Ma gli schizzi di monnezza lanciati da Salvatore il Rosso colpiscono anche Nicola Zingaretti, il presidente Pd della Regione invischiato, a suo dire, insieme al ‘figlio d’arte’ Luca Gramazio, nel giro di mazzette «sul maxi appalto per il Recup, il numero unico della sanità laziale». Figura chiave della corruzione romana sarebbe Peppe Cionci. «Se uno deve fare una campagna elettorale», se la canta Buzzi, «e se deve dare i soldi al comitato di Zingaretti si rivolge a Cionci, se devi dare i soldi a Marino, ti rivolgi a Cionci, tutti a Cionci. È un uomo abbastanza conosciuto a Roma».

 

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