giovedì, Dicembre 2

RAI: la riforma secondo gli Autori field_506ffb1d3dbe2

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Lo accennava all’inizio, tra i vari punti da voi toccati si parla di «assegnazione ai canali destinati all’infanzia di un budget di produzione e/o coproduzione adeguato a coprire non meno del 50% del complessivo volume di messo in onda». Attualmente la distribuzione dei programmi per giovani sulle varie reti tv risulta disomogenea e spesso legata al marketing di un contenuto specifico. Come mai col tempo si è perso di vista il significato educativo e pedagogico che, invece, caratterizzava i primi anni?

Sono sincero, non ho i dati alla mano in merito a questo aspetto per cui non posso esprimermi tecnicamente, quello che posso dire è che penso ci sia un gran disordine e che anche i canali tematici sul digitale siano troppi e non ancora in grado di catalizzare un audience ben preciso.

Toccando un altro aspetto della vostra proposta in cui parlate di «definizione di quote specifiche per prodotti di genere documentario su ciascuna delle reti». Crede che si sia scardinata l’idea stereotipata del documentario e che questo vostro input sia realizzabile?

Come utente credo che il documentario sia un prodotto molto vocato per la televisione. Io, sul piccolo schermo, vedo molto più volentieri documentari che fiction, quindi penso che, tenendo conto della qualità che si è creata in Italia nonostante tutto, dovrebbero essere maggiormente messi in onda e in quantità superiore rispetto a quella attuale e lo stesso dovrebbe accadere per i film. ‘Rai Cinema’ produce sui quaranta film in un anno e la Rai tv ne manda in onda, in proporzione, un numero molto molto inferiore, con medie leggere ed è un peccato non sfruttare questo rapporto. Uno dovrebbe essere il braccio produttivo cinematografico dell’altro, e i film che prendono vita grazie a ‘Rai Cinema’ è giusto che vadano in onda in prima serata su ‘Rai Uno’, poi certo, se sono controversi, si programmano in seconda serata o su ‘Rai Tre’. Credo che ci sia una qualità di cinema in Italia che merita la prima serata. Poi, ahimè, non vengono rispettate neanche le quote obbligatorie di programmazione.

Spesso si usa, come ‘scusa’ per giustificare questa scelta, l’affermazione: «i film in prima serata non hanno presa sul pubblico» o quantomeno si avverte questo timore dalle scelte di palinsesto…

Può darsi che all’inizio potrebbero non esserci gli ascolti sperati, ma magari con un programma di lancio adeguato… Una volta si faceva un preambolo in studio e questo potrebbe essere un modo per attrarre pubblico, ad esempio con la formula ʻserata con l’autoreʼ o un’introduzione critica. Bisogna stabilire un’abitudine col pubblico per fidelizzarlo a quell’appuntamento.

Si richiamerebbe così la missione di ‘servizio pubblico’…

Sì, esatto, andando magari a spiegare come si fanno i film, quale tipo di lavoro ci sia dietro, incuriosendo lo spettatore, credo che sarebbe interessante.

Nel manifesto stilato da 100autori nel 2008 c’è scritto: «Chiede che siano sottratte al controllo del Governo e dei partiti tutte le strutture che finanziano il cinema e la fiction», sembra che, però, non sia cambiato nulla in tal senso e l’Italia continua ad essere l’unico Paese europeo a essere soggetto a questa regola. Come se lo spiega?

È un modello culturale che non riesce ad essere superato. La politica viene vista ancora come luogo di clientela e si fonda evidentemente su un consenso fatto di interessi personali e non tanto sulla qualità del proprio lavoro. Questo, però, è un problema culturale enorme e non me la sento di affrontarlo in una chiacchierata così, sarebbe riduttivo.

Sempre nel suddetto manifesto l’associazione chiedeva «che tutte le reti televisive, inclusa Sky (finora lasciata in completa deregulation) prevedessero obblighi di investimento nel cinema, nel documentario e nella fiction e ricompensassero congruamente il diritto d’autore». Com’è il rapporto con Sky?

Sky manda in onda il cinema italiano, ma non partecipa alla produzione; c’è da dire che, al contempo, ha investito nella produzione di fiction di grandissima qualità in cui vengono impiegati molti autori italiani interessanti. Dal punto di vista dei diritti abbiamo fatto una battaglia che si è conclusa con un arbitrato nel febbraio 2015 per cui Sky è costretta a pagare i diritti di autore dei nostri film anche retroattivamente .

Per quanto riguarda il vostro coinvolgimento con le tv private, pensate di riuscire a incidere?

Noi abbiamo un dialogo aperto con tutti, certo con ‘Rai Fiction’ abbiamo rapporti più continui e col tempo qualcosa sta cambiando.

Tenuto conto di tutto ciò, la RAI è ancora la più grande azienda culturale del Paese?

Ha tutta la potenzialità per esserlo, serve solamente un po’ più di coraggio per mettersi in discussione e portare al cambiamento. Non vedo altri riferimenti così importanti per gli autori, perciò l’abbiamo così tanto a cuore, ci siamo cresciuti con ‘mamma RAI’.

 

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