sabato, Ottobre 23

Rai, editto renziano contro Rai3

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A Michele Anzaldi, membro della commissione di Vigilanza Rai in quota Pd, non è evidentemente bastato pronunciare ‘l’editto renziano’ contro Rai3 e Tg3 che gli è costato l’azzeccatissimo appellativo di ‘Goebbels’ appiccicatogli addosso da Beppe Grillo. Oggi l’arrogante (Brunetta dixit) Anzaldi ci riprova, e alza anche la posta ribadendo come a Rai3 vi siano «violazioni di pluralismo» perché, delira, «sul Tg3 hanno costruito un’opposizione che non c’è, quella di Bersani e compagnia, a danno delle vere opposizioni che sono Grillo e Forza Italia». Secondo il ‘commissario vigilante’, infatti, «il Pd ha un solo segretario. Non ce ne sono due. Quelli che hanno più minuti nei tg sono Renzi, e Roberto Speranza». Finale col botto perché Anzaldi si aspetta le scuse del M5S (negate da Roberto Fico) per il paragone grillino tra lui e il ministro della Propaganda nazista e conferma il benservito ai giornalisti al vertice di Rai3 Andrea Vianello (definito «arrogante») e Bianca Berlinguer «che ha dato tanto, può anche bastare». Ma è proprio il bersaniano Speranza a stopparlo perché «non tocca alla politica definire i contenuti di Tg e talk show» come farebbe un Berlusconi qualsiasi. Al vetriolo, come detto, anche le reazioni di Lega, FI, M5S e Sel. Ma il più avvelenato è il ‘Jeremy Corbyn’ del Pd Corradino Mineo che se la prende direttamente con Renzi: «Lui fa peggio di Berlusconi, stabilisce una teoria secondo la quale è il governo a decidere quali uomini debbano andare in televisione. L’unico precedente di atteggiamenti simili ricorre al MinCulPop, questo atteggiamento è tipico del Partito Fascista».

Il tira e molla sulle unioni civili tra la maggioranza del Pd e l’ala ultracattolica (Pd-Ncd) che garantisce la fiducia all’esecutivo Renzi-Alfano potrebbe essere riassunto in un solo tweet. Quello postato il 18 luglio scorso dal portavoce del premier, Filippo Sensi, con destinatario il parlamentare piddino Ivan Scalfarotto, protagonista all’epoca di uno sciopero della fame atto a sollecitare l’approvazione del ddl Cirinnà. «Magna tranquillo», scriveva allegramente Nomfup. Sollecitazione a cibarsi che molti addetti ai lavori hanno subito paragonato al celebre «Enricostaisereno» di renziana memoria. Fatto sta che, ora che l’iter della legge sulle unioni civili è impantanato a Palazzo Madama a causa dei veti incrociati, il gaio Scalfarotto sembra essere rimasto l’unico a crederci veramente. «La legge sulle unioni civili arriverà in aula a Palazzo Madama a metà ottobre», promette oggi l’emaciato onorevole dalle colonne della nuova ‘Unità’, «la finestra c’è, è ristretta, si tratta di pochissimi giorni, e il fatto che ci sia una finestra lo dobbiamo alla determinazione del Pd che ha cercato di mantenere in tutti i modi uno spazio per il dibattito e il voto prima che scatti la sessione di bilancio». Bene, bravo, bis a Scalfarotto per l’impegno dimostrato. Ma, come ammette lui stesso, la realtà è leggermente diversa perché «purtroppo anche molti di coloro che sostengono di voler approvare questa legge la pongono in posizione subordinata ad altri obiettivi politici. Anche forze che si dicono paladine dei diritti civili di fatto hanno sacrificato le unioni civili sull’altare dell’ostruzionismo sulle riforme costituzionali». Il miope Scalfarotto, però, non se la prende con i suoi compari di partito che, come Maria Elena Boschi e Luigi Zanda, continuano ad inciuciare con i fondamentalisti religiosi trincerati in parlamento, ma con M5S e Sel ‘colpevoli’ di fare ostruzionismo sulla riforma del Senato.

Si può ormai con certezza affermare che il leader di Ncd, Angelino Alfano, si stia montando da solo, pezzo per pezzo, il Ponte sullo Stretto di Messina, il cui progetto sembrava abbandonato per sempre dopo due decenni di sprechi e imbrogli. Secondo le opposizioni, quella di Angelino è solo una mossa elettorale per attrarre consensi in vista delle elezioni regionali siciliane, tanto il Ponte non si farà mai. E, infatti, la puzza di clientela e di appalti multimilionari per gli amici degli amici già si sente lontana un miglio. Il numero due del governo Renzi, però, incurante dell’imbarazzata semi-smentita pronunciata dal ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio, oggi rincara la dose. «Noi con il Ponte realizzeremo una grande opera che darà un fondamentale aiuto economico al Sud», rassicura il ministro intervenendo ad una trasmissione della citatissima Rai3, «ed è la grande incompiuta psicologica del nostro Paese. Sarà un’opera fondamentale, perché creerà un indotto enorme di posti di lavoro di cui il meridione ha assoluto bisogno. Io penso che con questo Governo e con questa maggioranza, questa volta ci siamo per davvero».

 

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