giovedì, Aprile 15

RAI: 60 anni non sono passati inviano field_506ffb1d3dbe2

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RAI-giornata inagurale

 

Esattamente oggi, 3 gennaio di sessant’anni fa, la televisione cominciava ufficialmente le proprie trasmissioni in Italia. Era una domenica  e la prima immagine trasmessa fu quella dell’annunciatrice Fulvia Colombo che presentò l’avvio ufficiale delle trasmissioni televisive regolari della RAI, cui seguì la cerimonia d’inaugurazione e la messa in onda del primo programma ‘Arrivi e partenze’ condotto fin d’allora da Mike Bongiorno, che era da poco arrivato dagli Stati Uniti e portava con sé l’esperienza di programmi di successo, da cui scaturirà l’epopea di ‘Lascia o raddoppia?’.

Gli abbonati erano solo 24mila e un apparecchio televisivo costava poco meno di un’utilitaria, la famosa FIAT 500 Topolino Giardinetta che assorbiva quasi un anno di stipendio di un operaio. Ma solo poco tempo dopo, durante la trasmissione con la domanda sul controfagotto su cui cadde Lando Degoli, gli spettatori furono dieci milioni. Non perché tutti avessero il televisore (ci vorranno dieci anni per arrivare a 6 milioni di abbonati), ma perché andavano a vedere quella grande sfida in casa di amici più facoltosi e soprattutto nei cinema in cui si interrompeva il film in programmazione per vedere il quiz di Mike Bongiorno. Un fenomeno formidabile che dette da subito la percezione della dimensione popolare della televisione.

La televisione divenne così lo strumento culturale del ‘Miracolo Economico’, dimostrandosi un volano fondamentale di quella della ricostruzione che non ebbe paragoni in altri Paesi europei. Essa si rivelò estremamente utile ad unificare linguisticamente un Paese ancora per molti versi diviso da dialetti non solo da regione a regione ma qualche volta persino da città a città. L’imponente opera di alfabetizzazione fu compiuta grazie a trasmissioni come ‘Non è mai troppo tardi’ del maestro Alberto Manzi attraverso la quale moltissimi analfabeti riuscirono a conseguire la licenza elementare.

E riparlarne oggi, rievocando quella data di inizio, non è solo un esercizio nostalgico, ma la presa di coscienza di quanto un canale culturale può fare per la rinascita di una Nazione in un momento difficile. Ed è ciò che tutti auspicheremmo possa ripetersi anche oggi, nell’epoca dei social network.

Ma le cose, perché siano feconde, bisogna anche prepararle bene. E ritornando alla nascita della tv, si deve notare che in realtà la storia della televisione nel nostro Paese inizia molti anni prima, precisamente nel 1929, quando due ingegneri, Alessandro Banfi e Sergio Bertolotti, tentano i primi esperimenti di trasmissione a distanza dell’immagine. Dieci anni dopo l’Eiar installa, sulla sommità della Torre Littoria del Parco Nord a Milano, due antenne collegate tramite un cavo coassiale, in grado di trasmettere immagini e suoni, ricevibili entro un raggio di circa cinquanta chilometri.

Negli anni seguenti gli esperimenti si moltiplicano, ma l’anno canonico della sperimentazione televisiva è il 1952, quando la Rai provvede ad ordinare ed installare a Milano un impianto trasmittente completo da 5 Kw sulla Torre del Parco, che, con lo studio di ripresa predisposto nella sede di corso Sempione, entra ufficialmente in funzione in occasione dell’apertura della Fiera campionaria, trasmettendone la cerimonia inaugurale. A seguire, verrà diffuso il primo telegiornale sperimentale (10 settembre), i cui servizi spaziano su una serie assai diversa di argomenti: la regata storica di Venezia, i funerali del conte Sforza, gli aspetti più curiosi della campagna elettorale americana, una corrida in Portogallo e il Gran Premio di Monza.

Le trasmissioni vengono irradiate da una rete in Vhf (Very High Frequency),  canali dal 3 al 19 che vengono tuttora utilizzati per la diffusione del digitale terrestre, ed era costituita dai trasmettitori di Torino-Eremo, Milano-Torre del Parco, Monte Penice, Portofino, Monte Serra, Monte Peglia e Roma-Monte Mario, servendo nel complesso il 36% circa della popolazione italiana. Anche allora il Centro-Nord veniva privilegiato rispetto al Sud, ma ciò non deve stupire dato che la radio era nata a Torino.

Scrissero le cronache di allora: «La prima annunciatrice, Fulvia Colombo, apparve sul video alle 11 di mattina ed annunciò il menù della giornata, che ovviamente si apriva con i riti ufficiali. Esordirono tre giornalisti che, sul marciapiede di corso Sempione a Milano, letteralmente tremanti dal freddo, presentarono il palazzo della Rai. Poi presero la parola un Ministro, un cardinale ed il Presidente delle Rai, Cristiano Ridomi. Con i discorsi ufficiali si tirò avanti fino alle 14.30 circa, quando sul video apparve la sigla della prima trasmissione, subito dopo il volto del primo presentatore della televisione italiana. Quello show si chiamava Arrivi e partenze e presentava personaggi di passaggio per Roma. Il presentatore era il giovane Mike Bongiorno. Chiuse la prima giornata televisiva ‘La domenica sportiva’ con i risultati delle partite di calcio e le classifiche».

Il successivo 10 aprile con deliberazione dell’Assemblea generale straordinaria degli azionisti la Società cambia la ragione sociale, cioè la denominazione: da Rai-Radio Audizioni Italia a Rai-Radiotelevisione Italiana. Due anni dopo, viene approvato un piano tecnico per accelerare l’estensione della rete televisiva a tutto il territorio nazionale e nel gennaio 1957, con l’entrata in funzione del trasmettitore di Pescara, le trasmissioni televisive raggiungono tutte le regioni italiane. Il valore sociale del mezzo viene tra l’altro dimostrato dall’avvio, nel novembre del 1958, dei corsi di Telescuola. Essi hanno un carattere sostitutivo, essendo diretti a consentire il completamento del ciclo di istruzione obbligatoria ai ragazzi residenti in località prive di scuole. Anche per gli adulti viene combattuto l’analfabetismo con la rubrica ‘Non è mai troppo tardi’ tenuta dal maestro Manzi. La Rai curerà, nel 1962 a Roma, il primo Congresso internazionale degli enti radiotelevisivi di tutto il mondo sul tema della televisione educativa.

L’altro fronte su cui la neonata televisione si impegna in prima linea è quello dell’informazione: il telegiornale va in onda alle 20.30, viene letto da annunciatori dalla dizione impeccabile ed è replicato tale e quale nella tarda serata. Il primo Direttore è Vittorio Veltroni cui seguirono, nel giro di un quinquennio, Massimo Rendina e Leone Piccioni. Grande successo hanno le inchieste televisive, veri e propri reportage che, firmati da grandi autori e registi come, ad esempio, Ugo Gregoretti, Virgilio Sabel, Mario Soldati o Ugo Zatterin, offrono spaccati di vita italiana; infine, la televisione degli esordi si caratterizza per le trasmissioni dedicate al teatro, serate in cui vengono mandate in onda rappresentazioni di grandi autori italiani introdotte da interviste e schede divulgative di Lello Bersani. Anche i premi letterari irrompono con il loro rituali nelle modeste case di paese, con le accurate telecronache di Luciano Luisi.

Guardando indietro a ciò che avvenne 60 fa ci rendiamo conto degli incredibili passi in avanti che facemmo in quei decenni. E forse non ci rendemmo neppure conto della ‘spinta etica’ al miglioramento che attraversava la nostra società, coinvolgendo la gente comune più ancora delle classi dirigenti politiche spesso assorbite anche allora da giochi di palazzo. Ed è proprio questa ‘spinta etica’, che è anche la molla che porta alla ribalta le nuove generazioni, ciò di cui avremmo più che mai bisogno oggi. Guardare al passato non è uno sterile esercizio quando il presente ci richiede di dissotterrare passioni, entusiasmi, impegni, sacrifici, ma anche soddisfazioni cui non siamo più abituati.

 

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