sabato, Luglio 31

Raffaella Carrà, una rivoluzionaria ‘al’ potere Rivoluzionaria con le sue scelte artistiche, i contenuti, il proprio sé, passione, determinazione. Non si ‘atteggiava a...’ ma era ciò che dichiarava di essere, sostrato di intelligenza competenza e qualità messa al servizio della leggerezza

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Non crediamo mai abbastanza

a ciò in cui non crediamo

(M. Conte S. 2004)

La notizia del termine dell’esistenza in vita di Raffaella Carrà mi è arrivata ieri al mare rimandandomi a fare un ‘tuffo’ nel passato, quello del mio vissuto, di chi condivideva sogni utopie e valori, tra amici e compagni, di goduria e lotta, di speranze e disillusioni, di chi se ne andò per politiche o per esperienze psichedeliche estreme, del Paese. Di Raffaella. Che Italia era quella degli esordi di Raffa, chi c’era, come eravamo, chi non c’è più e non da oggi? Ma chi era la Carrà, che cosa veicolava con i suoi non ‘messaggi’ di impegno, ma impegnativi sì, impegnandosi quale cantante ballerina conduttrice televisiva? In quanto donna? No, perché brava e dunque donna intelligente. Il contrario dei dibattiti attuali del premiare i generi per risarcimento, poi una scema, benché donna, sempre cretina resta. Frutto avvelenato di un neo conformismo di massa.

Mentre Lei ballava, anzi danzava, sapeva dire e sapeva fare perché sapeva pensare, non come oggi dove ochette, del Campidoglio o meno, dopo 30 anni di volgare scollacciata esangue tv privata del fu Cavaliereha intruppato il disimpegnato italiano medio in un ‘gnocca per tutti’,  come diceva il futuro probabile presidente della repubblica!!!!, ‘perché la gnocca deve girare!’. Con il suo largo e pieno sorriso, quale spirito del tempo andava incarnando Raffaella con il suo tocco postura e di quale immaginario? Difficile dire così ora, dopo che la sua persona sotto le vesti di un’artista di spessore, brava, discreta, mai urlata, compresa o meno, accettata o meno, era divenuta un’icona esportando, forse la prima, un modo di riempire la scena nel Sud America, deliziando luoghi e terre di danza, costumi, movimento, difficoltà estreme del vivere? E qui, nell’Italia del passaggio turbolento difficile tragico, da un paese tradizionalista agricolo e diversamente arretrato ad una nazione dal complicato sviluppo industriale, aperto ai venti dei mutamenti sociali politici e culturali provenienti dall’America ma non solo? Di che si parlava, quali simboli, ideologieinternazionalismi, divi, cantanti, movimenti e simulacri politici, vita insomma, muovevano i propri passi in quei tempi duri difficili ed ancora forse ingenui, certo più freschi e meno preordinati di quelli odierni, esposti a delle significative trasformazioni culturali ed estetiche? (ma poi, i tempi di prima, nel dopo sono sempre schermati ed intrisi di una vitalistica nostalgia giovanile, di rimpianti semplificazioni sopravvalutazioni. Il senno del poi…).

Qui più che un resoconto articolato sulla sua vicenda artistica, che lascio a cronisti ed esegeti, mi interessa provare a dire come e perché Raffa abbia costituito una sorta di unicum per la società italiana del tempo, intestandosi anche un orientamento culturale che, interna ad un’estetica dello spettacolo, amplificava la Sua voce oltre palcoscenici balletti e canzoni per significare la vita quotidiana di chi la seguiva, come di quelli che rubricavano la sua figura di spettacolo in schemi e stilemi lontani.

La prima immagine è di una donna fortemente determinata entrare nel mondo dorato e micidiale dello spettacolo con un intrattenimento dai canoni di una presenza sempre garbata, civile, educata, oltre gli stessi contenuti proposti, contenuti ormai persi in un prodotto televisivo urlato, sguaiato, inconsistente, registro e specchio di un paese privo da tempo di una qualità che pure oltre gli studi televisivi si fa fatica a ritrovare. Dietro ed oltre contenuti per così dire ‘leggeri’ si andava rappresentando una donna non del potere, né dipotere, quanto piuttosto una donna ‘al’ potere. Inusuale ed a modo suo realmente rivoluzionario per quei tempi ancora maschili dentro e fuori della famiglia e nella società in anni di prime risposte femministe alla storia degli uomini. Sì da costituire un grimaldello che ha poi scavato sotto traccia molto più di tanti proclami ed invettive ideologiche.

Perché non era il suo obiettivo dichiararsi ‘rivoluzionari’, ché ce n’erano già troppi per poi trovare alcova nelle stanze e strapuntini del potere!, quanto ‘essererivoluzionari con le sue scelte artistiche, i contenuti, il proprio sé, passione, determinazione. Non si atteggiava a... ma era ciò che dichiarava di essere, sostrato di intelligenza competenza e qualità messa al servizio della leggerezza. Una leggerezza molto consistente, presentandosi ad esempio in modo disinvolto con l’ombelico di fuori, scandalo del corpo femminile di quegli anni ’70 che aveva come corrispettivo l’attivismo delle donne in massa occupando la scena sociale pubblica per le vie della società gridando l’autodeterminazione di “l’utero è mio e me lo gestisco io”. Scandalo impensabile in un paese cattolico con un corpo religioso retrogrado occupato ad ‘insegnare’ alle donne come occuparsi della cura e riproduzione della specie senza intralciare l’onnipotenza, talora asfittica e fasulla, del maschio che andava ad occuparsi del governo della polis. Dovendo pure tacere sulle pretese anche violente del maschio che ‘possedeva’ il corpo della donna. Dopo svariati decenni ancora oggi almeno 3 donne muoiono quotidianamente per femminicidi, le medesime hanno difficoltà ancora più pesanti nel conciliare i tempi della vita, della cura dei figli e del lavoro, quando riescono a trovarne uno. E ci ritroviamo in un clima sub culturale di maschi ancora più violenti con donne, lesbiche, gay, in un torneo dell’odio generalizzato fomentato aizzato veicolato da una politica di destra che si ritrova lì dove il mondo di Raffaella andava scardinando gli assoluti inscalfibili. Quel famigerato e farneticante Dio, patria, famiglia ripreso, nell’epoca della restaurazione familistica e del potere scalfito del maschio che vuole riprendersi il dominio completo, oggi dalle estreme destre nazional-sovraniste-fasciste, neo quanto più vi garba.

Altro elemento di novità sulla scena dello spettacolo il rimando ad un impellente bisogno e necessità per le donne in via di emancipazione di appropriarsi di una propria sessualità, con il gesto anch’esso leggero ma tutto fuorché frivolo, veicolato nella scelta libera di ballare guidando la danza, anzi gestendola in proprio, dinanzi a maschi inermi ed immobili con il famoso ‘Tuca Tuca’, in un finto ma tanto veritiero palpeggiamento del maschio sfiorandolo, non toccandoloqui la raffinata allusione del non scritto, partendo dalle gambe per giungere al viso. Gesti dolci ma decisi, a scardinare zone erogene proibite, ma tanto vissute che ogni buona ipocrisia religiosa trasmette all’esterno ai ‘peccatori’, essendo al contrario l’interno aggredito da ben altri orchi e mostri talari fruitori di decine di migliaia di piccoli corpi, abusandone anima e destino. “Lo” scandalo della Chiesa, ultimo corpo gerarchico autocratico e dittatoriale, intriso di umori violenze sopraffazioni tali da oscurare il nome del profetico Dio cercato da tanti umili su cui poi tanti devolvono il proprio impegno. Lì in trincea. Penso, fatemelo dire, a coloro che in Caritas ed altrove si sbattono per salvare vite, dal mare alla terra, offrendo l’immagine meno sporcata del Gesù che lotta e solidarizza con i più umili, gli ultimi della Terra.

Tornando a Raffa, mi limito qui ad inquadrare storicamente i mutamenti culturali ed estetici che si muovono negli anni ’70 in un agone in cui la distinzione tra le culture era netta. In cui la frattura tra una cultura “alta” che ascolta Beethoven Mozart o il nuovo rock americano ed europeo, o magari legge Proust o Joyce, il massimo dell’aristocraticismointellettuale, o la rivoluzionaria ‘Corazzata Potemkin’ del grande Eisenstein del 1926, da vedere magari, come successo, con sottotitoli in polacco. Poi derubricata dal grido di libertà di Fantozzi “la Corazzata Potemkin è una boiata pazzesca!!”. Giovani acculturati che non spartivano quasi nulla con gli acclamatori di Sanremo et similiaovvero la cultura “Bassa”, divenuta una sorta di piccola notte degli Oscar di brani che “sono solo canzonette”, come dirà Edoardo Bennato, il rockettaro di Bagnoli Napoli. Dunque l’alto il medio ed il basso fratturano la società italiana tra new wawe da Ovest e psichedelie varie dei mega concerti rock che alludevano ad un Love Peaceand Music fraterno e collettivo molto vissuto da chiscrive, prima che l’industria si prendesse il merchandisinge marketing dei giovani virgulti. Un’ultima nota romantica prima che il mercato del futile dilagasse, oggi vincente. E Raffaella catalizzava lo sguardo diviso della nazione unificandolo, come nella mitica ‘Canzonissima’ del 1970 in bianco e nero la cui eleganza stile risate sketch divertenti e mai urlati, incollando fino a 25 milioni di spettatori a condividere ciò da cui erano contrapposti ed in conflitto nella società dell’epoca il cui ricordo stinto forgiò molte vite e scelte. Solo per ricordare che pochi mesi prima nel dicembre del 1969 i fascisti insieme ai sempre presenti servizi segreti cosiddetti ‘deviati’, che eufemismi, mettevano la bomba a piazza Fontana.

Ed intanto in quei ’70 le lotte operaie e studentesche favorivano lo Statuto dei Lavoratori e nel dicembre di quell’anno l’Italia diveniva più civile con il diritto al divorzio, contro Fanfani e cattolici sconfitti. Dunque il medium televisivo unificava ciò che era diviso, in un momento storico in cui la società nella sua diversificazione e contrapposizione offriva comunque una ricchezza intellettuale culturale estetica che non si sarebbe più espressa, in quei termini. Difatti oggi la situazione dell’offerta televisiva, e di Internet, è completamente ribaltata: vi è un’offerta mostruosa di centinaia di canali (lì pochissimi e per fortuna non c’era ancora la tv commerciale marchettara) a fronte di una fruizione di un pubblico ormai omologato, il cui sguardo ha preso l’aura d’impegno che fu, talora noiosissimo, per divenire uno sguardo disattento disimpegnato indifferente di micro masse o tribù divenuti ormai solo consumatori di beni inutili. Ecco, una sorta di sintesi del mondo dello spettacolo e di spettacolo del mondo ai temi di Raffaella Carrà è ben detto, come sempre, da uno dei compianti di questo paese, per quanto mi riguarda, ossia Umberto Eco che in un Espresso del 15 aprile del 2010 afferma che «il fatto è che la distinzione tra due (o tre) culture si fa netta solo quando le avanguardie storiche si pongono il fine come quello di provocare il borghese, e quindi eleggono a valore la non-leggibilità, o il rifiuto della rappresentazione». Nonostante ciò, la rappresentazione di Raffa resta da custodire nel museo vivo dell’intelligenza e grazia umana. Ha allietato facendo pensare, dopo. Leggerezza e stimoli, impensabile oggi. Grazie comunque Raffaella Carrà, finita in un discreto silenzio contrappunto di quei silenzi danzati e cantati.

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Sull'autore

PhD Sociologo, scrittore per elezione e ricercatore per vocazione, inquiete persone ancora senza eteronimi di Pessoa. Curioso migrante di mondi, tra cui Napoli, Vienna, New York. Ha percorso solo per breve tempo l’Università, così da preservarlo da mediocrità ed ipocrisie, in un agone dove fidarsi è pericoloso. Tra decine di pubblicazioni in italiano ed in lingua si segnala l’unica ricerca sociologica al mondo sull’impianto siderurgico di Bagnoli, Conte M. et alii, 1990, L’acciaio dei caschi gialli. Lavoro, conflitto, modelli culturali: il caso Italsider di Bagnoli, Franco Angeli, Milano, Pref. A. Touraine. Ha diretto con Unione Europea e Ministero Pari Opportunità le prime indagini sulle violenze contro le donne, Violenza contro le donne, (Napoli 2001); Oltre il silenzio. La voce delle donne (Caserta 2005). Ha pubblicato un’originale trilogia “Sociologia della fiducia. Il giuramento del legame sociale” (ESI, 2009); “Fiducia 2.0 Legami sociali nella modernità e postmodernità” (Giannini Editore, 2012); “Fiducia e Tradimento. In web we trust Traslochi di società dalla realtà diretta alla virtualità della network society”, (Armando Editore, 2014). Ha diretto ricerche su migrazioni globali, lavoro e diritti umani, tra cui 'Partirono bastimenti, ritornarono barconi. Napoli e la Campania tra emigrazione ed immigrazione' (Caritas Diocesana Napoli, 2013 con G. Trani), ed in particolare “Bodies That Democracy Expels. The Other and the Stranger to “Bridge and Door”. Theory of Sovereignty, Bio-Politics and Weak Areas of Global Bίos. Human or Subjective Rights?” (“Cambridge Scholar Publishing”, England 2013). Nella tragica desiderante società dello spettacolo scrive per non dubitare troppo di se stesso, fidarsi un poco più degli altri e confidare nelle sue virtuose imperfezioni. Sollecitato, ha pubblicato la raccolta di poesie Verba Mundi, Edizioni Divinafollia, Bergamo. È Vice Presidente e Direttore Scientifico dell’Associazione Onlus MUNI, Movimento Unione Nazionale Interetnica.

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