mercoledì, Maggio 12

Raffaele Fitto e la ‘sindrome finiana’

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fitto alfano

Il centrodestra è impegnato a trovare il suo nuovo assetto nell’era renziana. Berlusconi, furioso con il ribelle Fitto, lo scarica paragonandolo a Gianfranco Fini e incarica Verdini di riportare in Forza Italia quanti più alfaniani possibile. Intanto anche Diego Della Valle si prepara ad entrare in politica con un’intervista di fuoco rilasciata a Michele Santoro. Sul fronte della riforma del lavoro, il governo Renzi pensa alla fiducia sul Jobs Act. Il premier sfida Angela Merkel e i ‘tecnocrati di Bruxelles’, ma nel Pd è emorragia di iscritti: al momento sono solo 100mila, nel 2013 più di 500mila. Renzismo alla frutta?

«Raffaele vaffanculo, tu sei un parroco di Lecce, figlio di un vecchio Dc». A distanza di 24 ore rimbombano ancora tra i muri di Palazzo Grazioli le contumelie lanciate da un furibondo Silvio Berlusconi contro Raffaele Fitto. L’occasione dello scontro tra le due anime di Forza Italia, quella fedele al Patto del Nazareno contro quella ‘movimentista’, è stato l’Ufficio di presidenza del partito riunito ieri nella residenza romana dell’ex Cavaliere. Come ha dimostrato lo storico siparietto del ‘che fai mi cacci’ messo in scena con Gianfranco Fini nel 2010, Berlusconi è allergico a qualsiasi voce di opposizione interna e da mesi cercava l’occasione per mettere con le spalle al muro i fittiani, contrari all’accordo tra il Pregiudicato Silvio e lo Spregiudicato Matteo e orientati, invece, verso una più classica opposizione di centrodestra al governo targato Pd. Ma i piani studiati ad Arcore insieme a Denis Verdini sono altri, ecco perché Berlusconi si è spinto fino a minacciare Fitto col dito puntato in faccia, paonazzo di rabbia. Una scena, raccontano i presenti, che ha ammutolito e fatto sbiancare il ras pugliese delle preferenze.

La linea berlusconiana la conferma questa mattina il fedelissimo Giovanni Toti con una intervista a ‘Repubblica’. «Berlusconi giustamente ha voluto ribadire che in Forza Italia non c’è posto per spaccature o correnti organizzate. Non è nel nostro dna», ha detto Toti aggiungendo poi che le uscite di Fitto «hanno fatto male al partito». Destino segnato dunque per il ‘nuovo Fini’, insieme forse all’unico che ha avuto di esprimere un voto contrario alla ‘linea Verdini’, quel Daniele Capezzone ritornato ad essere per un attimo il Radicale di una volta. Fitto, invece, non sapendo che pesci prendere e non pago delle scuse ‘pelose’ arrivate dal capo, si cala anima e corpo nella parte della vittima. «Voleva provocarmi. Voleva che esplodessi, che urlassi, che me ne andassi. Non mi conosce bene», replica a caldo l’ex governatore pugliese che la butta sul patetico: « Io ho perso mio padre  a 18 anni. Morì in un incidente stradale, aveva 47 anni. Certe cose non si devono dire» e ribadisce l’intenzione di non mollare Forza Italia. Ma i sintomi della ‘sindrome finiana’ hanno ormai irrimediabilmente segnato il destino del giovane Raffaele.

Ma le grandi manovre nella casa del centrodestra  non si limitano al riassetto di FI, comunque in costante emorragia di voti. Per cercare di limitare i danni, il vecchio Silvio ha ordinato al factotum toscano Verdini di occuparsi del ‘dossier Calabria’, regione dove domenica prossima si terranno le primarie Pd per designare il candidato governatore. Ma cosa c’entra il centrodestra col Pd, si chiederanno gli ingenui? Ebbene le indiscrezioni che arrivano dalla terra calabrese descrivono l’ex macellaio fiorentino in combutta con il parlamentare di Ncd Antonio Gentile (quello della censura al quotidiano ‘L’Ora della Calabria’, adesso chiuso). Una vera e propria spy story in salsa piccante che vedrebbe al centro dell’accordo il ritorno all’ovile forzista di una decina di senatori Ncd (Viceconte, D’Alì, Aiello, D’Ascola, Bilardi, Langella, Compagna, Caridi e Davico), anche se gli interessati negano e minacciano querele, e l’appoggio ‘da destra’ al candidato renziano alle primarie Pd, Gianluca Callipo. Tutto in funzione della difesa strenua del Patto del Nazareno: renziani e centrodestra insieme contro la minoranza Pd rappresentata da Mario Oliverio e il candidato di Sel Gianni Speranza. Una «guerra per bande nel Pd calabrese» secondo Niki Vendola. Fatto sta che il partito di Angelino Alfano rischia di sparire, considerato anche che il gruppo di Renato Schifani (che però oggi dà ragione a Fitto) e quello Lupi-Saltamartini-De Girolamo sono in trattativa da tempo con i berlusconiani. Rabbiosa e scomposta la reazione dell’organo (on-line) ufficiale del partito. «Forza Italia è un partito che oggi sta avvelenando i pozzi della politica italiana», si legge su ‘L’Occidentale’, «con le sue manovre, i suoi artifizi, i tentativi di affabulazione messi in atto da squadre di reclutatori dal profilo francamente impresentabile».

Per rimanere nel campo degli imprenditori prestati alla politica, sembra proprio che il patron di Tod’s Diego Della Valle stia per fare il grande passo della discesa in campo. Un partito ancora non c’è, ma ieri sera, ospite di Michele Santoro, il ‘mecenate illuminato’ ha rotto gli indugi. Scrivania piena di post-it, abbigliamento chic, luci soffuse ed eloquio aggressivo da ‘amico del popolo’, Della Valle sembrava un novello Berlusconi del 1994, con tanto di calza davanti al teleobiettivo. Parole dure per Renzi, definito un «sòla» che «sta diventando un pericolo» e che fa «l’amministratore delegato per conto di Berlusconi». Poi, finale col dubbio: «Voglio creare uno strumento dove la gente si possa confrontare. Io sono a disposizione». In attesa che Della Valle si decida a sciogliere la riserva, gli italiani per ora lo ignorano.

Capitolo Renzi. Dopo aver sfidato ieri Angela Merkel, dando ragione alla Francia di Hollande sulla violazione del patto di Maastricht, oggi il premier, intervistato dalla giornalista Christiane Amanpour della CNN, ha ribadito il concetto. «Credo sia assolutamente importante ridurre il livello del potere dei tecnocrati a Bruxelles», ha attaccato Renzi che poi ha affondato il coltello nella piaga dicendosi «assolutamente convinto che il 3% è un parametro del passato». Chi sa se i ‘tecnocrati di Bruxelles’ che rispondono al volere della cancelliera teutonica non vorranno adesso far pagare cara l’ennesima sbruffonata al nostro presidente del Consiglio il quale, per uscirsene con dichiarazioni all’apparenza suicide, deve sentirsi per forza le spalle coperte (forse dalla massoneria, così come adombrato da Ferruccio De Bortoli sul ‘Corriere’). Una forza che il governo Renzi-Alfano vuole dimostrare di avere anche sul Jobs Act in discussione al Senato. Come noto, Renzi non vuole presentarsi a mani vuote al vertice europeo sul Lavoro dell’8 ottobre, e così il suo consigliere economico, l’onorevole Yoram Gutgeld, stamane ha sibilato che la fiducia sul Jobs Act «è nel novero delle possibilità, non è esclusa». Parole che hanno sollecitato la dura reazione della minoranza Pd, da Francesco Boccia a Cesare Damiano, e una nota firmata dai senatori Federico Fornaro, Maria Grazia Gatti e Cecilia Guerra che boccia l’ipotesi voto di fiducia.

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