mercoledì, Settembre 22

Radicalismo, terrorismo e immigrazione: la situazione peggiora

0
1 2


Nonostante le misure di prevenzione e contrasto attuate dai governi europei e dagli apparati di sicurezza nazionali, la percezione è che il radicalismo stia rafforzandosi, e anche il ritmo con il quale vengono sventati gli attentati è piuttosto sostenuto. Qualcosa non sta funzionando.

È opportuno porre attenzione all’indice di radicalizzazione degli Stati da cui sono partiti gli jihadisti, i foreign fighters andati a combattere per lo Stato islamico; e sono dati sorprendenti in quanto in contrasto con la narrativa maggiormente in voga.
I Paesi del nord Europa e dell’area scandinava, quelli che si sono più spesi nel corso degli ultimi trent’anni per l’accoglienza di profughi provenienti da Paesi a prevalenza musulmana (basti pensare ai primi rifugiati afghani degli anni Ottanta, o ai palestinesi), sono in vetta alla classifica per soggetti radicalizzati in rapporto alla popolazione musulmana residente. Al primo posto la Finlandia, al terzo la Danimarca, poi la Svezia e il Belgio; la Tunisia, primo Paese musulmano per soggetti radicalizzati e partiti per il jihad, è solamente all’ottavo posto.
Un’analisi a livello regionale riporta  -in maniera preoccupante- come l’Unione Europea sia la prima per soggetti radicalizzati (200 per milione di abitanti), seguita dai Balcani (102 per milione), seguono a distanza il Maghreb (60 per milione) e il Mashrek (32 per milione).

Non è, dunque, solamente una quesitone di percezione, bensì è un’evoluzione effettiva del radicalismo; un’evoluzione in forme diverse rispetto al passato che può portarci a parlare di un radicalismo individuale, autonomo, inserito in un contesto ideologico condiviso. L’ISISStato islamico da entità territoriale si sta trasformando in un nuovo fenomeno sociale  -e questo a causa dell’impossibilità di tenere le posizioni contro l’offensiva iracheno-statunitense da un lato e russo-siriana, con Iran e Hezbollah libanese, dall’altra.
E tale fenomeno sociale è una degenerazione in senso radicale, violento, e oppositivo al modello occidentale-europeo, di soggetti di religione islamica a cui viene in soccorso una giustificazione religiosa da parte di un gruppo terrorista, certamente minimale, ma che ha un impatto mediatico e comunicativo dirompente. La forza dell’attuale radicalismo risiede proprio nell’essere riuscito a creare una visione alternativa, fortemente identitaria, anche romantica: del giusto contro l’ingiusto, il sacro contro l’infedele, nel classico schema noi-loro.

E in tale dimensione, che si manifesta come individuale, in realtà dobbiamo leggere un fenomeno sociale di rilevante entità (anche se i numeri complessivi sono bassi, hanno però un elevato effetto sul piano della sicurezza   -reale e ancor più percepita) che colpisce attraverso ‘armi di prossimità‘, vere e proprie ‘bombe intelligenti a tempopronte a colpire la nostra quotidianità attraverso azioni eclatanti e spettacolari finalizzate all’amplificazione mass-mediatica dell’evento e al riconoscimento di un ruolo d’onore dell’individuo all’interno dello Stato islamico.

E a tale fenomeno deve rispondere la politica a cui gli strumenti della sicurezza devono adeguarsi: è necessario un approccio coraggioso che non lasci ombra di dubbio. Se i governi intendono agire per la tutela dei cittadini europei allora devono riconoscere la minaccia per quello che è: terrorismo islamico come manifestazione del radicalismo religioso che si alimenta grazie a fattori esterni e interni. E su entrambi  questi fattori gli Stati devono agire con azioni di repressione (intelligence, polizia, magistratura) sul breve periodo e prevenzione (interventi sul piano sociale, regolamentazione dell’esercizio del culto, e degli edifici di culto), sul medio lungo periodo.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->