lunedì, Maggio 17

Radiazioni: quando lo spazio diventa killer, meglio sonde senza persone

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Quanto siano responsabili le radiazioni cosmiche nella salute dei viaggiatori ultratmosferici è una domanda veramente importante che devono porsi i progettisti delle missioni spaziali. E l’affermazione alla fine non è poi così recente che vuol far apparire un lavoro pubblicato recentemente negli Stati Uniti. Ma la ricerca guidata da Michael Delp, dell’università Florida State e stampata sulla rivista ‘Scientific Reports‘ riaccende l’attenzione sulla necessità di trovare soluzioni efficaci per tutelare la salute dei futuri pionieri verso nuovi mondi. Primo tra tutti Marte che è sicuramente il primo target di esplorazione planetaria.

Lo studio è stato realizzato sulla base di dati medici dei 24 astronauti che viaggiarono nello spazio lontani dallo schermo creato dalla Terra e di altri campioni di astronauti che hanno abitato postazioni artificiali. Una conclusione a cui si può giungere dopo aver letto il report è che potrebbero essere morti a causa delle radiazioni spaziali i protagonisti delle missioni sulla Luna che sono stati esposti a intense quantità di raggi cosmici come nessuno degli altri astronauti impegnati nelle missioni nell’orbita terrestre e questo, si deduce a distanza di anni, ha probabilmente condizionato la salute di cuore e vasi sanguigni.

Lo studio ha evidenziato che il 43% degli astronauti impegnati nelle ricerche lunari deceduti, ha terminato la propria esistenza per problemi cardiovascolari, una percentuale tra le 4 e le 5 volte più alta rispetto a quella degli astronauti che hanno viaggiato solamente in orbite basse. Lo studio ha anche esposto delle cavie a radiazioni dello steso tipo di quelle che avrebbero investito gli astronauti Apollo dimostrando che dopo 6 mesi, l’equivalente di 20 anni umani, i topi avevano mostrato decadimenti alle arterie. La ricerca fa inoltre anche una comparazione con la mortalità di un campione di popolazione americana nel 2013 per ancorare la sua tesi sugli affetti esterni della fenomenologia. Quindi si può certamente affermare la lucidità di quanto testimoniato.

Mr. Delp, del Department of Nutrition, Food and Exercise Sciences, è uno studioso di fama e le questioni della sua ricerca meritano la dovuta attenzione, rimettendo in discussione molte delle affermazioni fatte recentemente sui prossimi sbarchi umani sul Pianeta Rosso che taluni avventati darebbero addirittura nell’arco dei prossimi trent’anni. Una data che noi abbiamo sempre guardato con scetticismo, già dalle colonne de L’Indro, per le difficoltà sostanziali incontrate non tanto e non solo nell’andata ma anche per la lunga sosta necessaria – almeno due anni per sfruttare i periodi di avvicinamento Terra Marte – e per le complessità esistenti al ritorno degli equipaggi umani.

Noi sappiamo che i raggi cosmici sono particelle energetiche provenienti dallo spazio esterno. La loro natura è molto varia così come diversificata è la loro origine: il Sole, le altre stelle, fenomeni energetici come novae e supernovae, fino ad oggetti remoti come i quasar. Insomma, è facile dirlo ma va compreso che fuori di noi c’è un universo che si muove e che interagisce e solo il piccolo strato della nostra atmosfera ci protegge dalle situazioni micidiali a cui altrimenti saremmo sottoposti. In media, una particella incide su ogni centimetro quadrato di superficie sulla Terra ogni secondo e per tranquillizzarci possiamo affermare che il maggior numero dei raggi cosmici che ci arrivano è un prodotto di sciami con interazioni che tipicamente producono una cascata di particelle secondarie a partire da una singola particella energetica. Il laboratorio del Gran Sasso è uno dei migliori punti di osservazione di queste fenomenologie, protetto dal sottosuolo per evitare interferenze che altererebbero i preziosi risultati. Le intuizioni al riguardo però sono antiche: nel 1785, Charles Augustin de Coulomb notò per primo il fenomeno su un elettroscopio che si scaricava spontaneamente e dopo la scoperta della radioattività alla fine dell’Ottocento dai coniugi Marie e Pierre Curie, si poterono constatare gli effetti delle radiazioni sulle proprietà isolanti dell’aria, ma numerosi ricercatori notarono fra il 1901 e il  1903 che gli elettroscopi si scaricavano anche se completamente schermati, deducendone che alla scarica spontanea contribuiva una radiazione altamente penetrante. L’origine extraterrestre di parte di queste radiazioni è stata poi definita dagli studi dell’italiano Domenico Pacini e dell’austriaco Victor Franz Hesse: ambedue giunti a importanti conclusioni attraverso metodologie sperimentali ampiamente documentate.

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