martedì, Agosto 3

Il racconto della paura. La sfida del terrorismo fra Europa e Medio Oriente

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Le vicende che hanno interessato Barcellona e la Catalogna negli scorsi giorni hanno riportato d’attualità il tema mai davvero sopito del terrorismo e della minaccia che esso rappresenta per il modello di vita e per i valori ‘occidentali’. Più radicalmente, hanno riportato d’attualità il dibattito sulla vulnerabilità dei Paesi europei a una minaccia che si fa ancora fatica a inquadrare, sia nella sua portata, sia nelle sue caratteristiche.

Tema ricorrente in questo dibattito è la lettura del fenomeno terroristico come espressione di di una sorta di conflitto identitario; di opposizione radicale fra un ‘Occidente’ inteso in senso monolitico e un egualmente monolitico ‘Islam’, al primo contrario e irriducibile. Apparentemente lineare, questa interpretazione può risultare, tuttavia, fuorviante. Ciò non solo per la visione distorta che essa implica di due realtà compatte e omogenee; il punto che più spesso sfugge alla narrazione mainstream è, piuttosto, la frattura in seno allo stesso mondo dell’Islam in cui si radica il fenomeno terroristico. Pur nella varietà dei casi specifici, è in questa frattura – che segue il grande solco sciiti/sunniti – che si trovano, infatti, la radici della violenza che da oltre quindici anni attraversa l’Europa a fasi e con risultati alterni.

Le origini storiche di questo fenomeno sono note e rimontano alla sfida ideologica che la rivoluzione iraniana del 1979 pone, trasformandosi in ‘rivoluzione islamica’, a quella che era stata sino allora la posizione dominante dell’Arabia Saudita. Il successo politico del khomeinismo rappresenta – in questa prospettiva – la messa in discussione del ruolo egemone che Riyadh derivava dalla sua posizione di ‘custode dei due Luoghi Santi’. Il carattere di ‘rivoluzione dei diseredati’ (mostazafin) che il movimento iraniano assume concorre a ‘caricare’ ulteriormente la sfida ideologica, la cui estraneità agli schemi della guerra fredda allora dominante è rivendicata apertamente dallo stesso Khomeini, con lo slogan: ‘né Oriente né Occidente’.

È in questo contesto che il ‘martirio’ s’impone come mezzo di lotta, anche in virtù del ruolo che nell’Islam sciita i martiri assumono secondo il modello offerto nella battaglia di Karbala (680 d.C.) dall’Imam Hussein, figlio di Ali, ultimo dei quattro ‘Califfi ben guidati’ (rashidun) succeduti a Maometto. E’ sempre in questo contesto che lo shahidismo si estende in Medio Oriente, dapprima nel quadro di una lotta interconfessionale sciiti/sunniti, in seguito coinvolgendo sempre più soggetti e  interessi occidentali, come dimostra in modo eclatante l’attacco contro le forze francesi e statunitensi a Beirut nel 1983.

Non dovrebbe, quindi, stupire il fatto che, al netto del rilievo dato ai singoli episodi, in base ai dati contenuti nel Global Terrorism Database dell’Università del Maryland, la percentuale delle vittime di attentati ‘di matrice islamica’ in Europa, nel 2016, sia stata minima (meno dell’1% sul totale) rispetto a quella dell’area MENA (Medio Oriente e Nordafrica). Le condizioni di sicurezza deteriorate di buona parte della regione aiutano a spiegare in larga misura questi risultati, così come aiuta a spiegarli la trasformazione del terrorismo, da realtà ‘anomala’, appannaggio, in genere, di gruppi settari marginali, in strumento legittimo (se non privilegiato) di guerre combattute ‘fra la gente’ più che sui campi di battaglia ‘tradizionali’.

Ovviamente, queste considerazioni non significano in modo automatico che le principali vittime del terrorismo ‘di matrice islamica’ siano i musulmani stessi. Le rilevazioni dal GTD non forniscono dati disaggregati sulle vittime in base alle loro adesione confessionale. Tuttavia, già nel 2011, un rapporto del National Counter-Terrorism Center statunitense rilevava come – nei casi in cui era stato possibile definire questo elemento – nei cinque anni precedenti, le vittime musulmane erano state fra l’82 e il 97% del totale.

Alcuni critici hanno mosso obiezioni a queste stime, fra l’altro notando come il rapporto del NCTC non precisi in quanti casi sia stato possibile rilevare l’adesione confessionale delle vittime. La distribuzione geografica degli attacchi appare, d’altra parte, sufficiente ad accreditare l’affermazione in linea di principio, se non a confermare in modo preciso le cifre. Anche il fatto che – specie con l’affermazione del sedicente Stato Islamico – sia cresciuto il numero di attacchi contro le comunità non musulmane non sposta di molto i termini del problema.

Al di là di una retorica che spesso – più o meno consapevolmente – riprende temi della stessa propaganda ‘islamista’, la ‘guerra all’Occidente’ è, per molti aspetti, il riflesso di un’altra e più lunga guerra. Nel 2016, nei Paesi MENA sono morte, secondo il GTD, 19.121 persone in attacchi terroristici su un totale di 34.676 mentre nel solo Iraq si sono registrati nove degli undici attentati più sanguinosi dell’anno, in tutti i casi rivendicati dal sedicente Stato Islamico.

Fatti e cifre che sfidano la vulgata secondo cui, nel quadro di un ipotetico scontro di civiltà, l’Europa e i suoi valori costituirebbero il ‘nemico storico’ del terrorismo ‘islamico’, ma che sfidano anche la vulgata – uguale e contraria – che vede nel fenomeno la risposta ‘degli oppressi’ allo squilibrio che ancora esiste elle relazioni fra Nord e Sud del mondo.

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