martedì, Gennaio 18

Quirinale: più veti che candidature Partiti sempre più sull'orlo di pericolose crisi di nervi, tra patetiche carambole e goffe mosse del cavallo più somiglianti al raglio del ciuccio. L'unica cosa sicura: che non c’è sicurezza

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Si sentono un po’ tutti dei Marco Zanetti, dei Raymond Ceulemans, dei Torbjorn Blomdahl o dei Dick Jaspers, indimenticati campioni di Carambola. Peccato che i tentativi di toccare la biglia dell’avversario e rimbalzare su una sponda e toccare infine il pallino, si rivelino comici e patetici. Si trattasse solo di una partita al biliardo al Bar dello Sport in una serata fredda e piovosa, si potrebbe sorridere, bere un bicchiere e finirla così. Ma se si tratta di leader di partito (o movimento) che pretendono di esibirsi in una carambola artistica, allora c’è di che preoccuparsi. In questo caso, l’obiettivo è completare in appena tre precise mosse il colpaccio obbligato: la conquista del Quirinale se non proprio con un proprio candidato, con una personalitàalmenocondivisa, che permetta di dire: è sì il Presidente di tutti, ma siamo noi che l’abbiamo voluto. Obiettivo che, al momento, non sembra proprio a portata di mano.


I maggiori leader, al momento sono più che altro impegnati in operazioni di sgambetto; a gonfiarsi il petto per dimostrare al prossimo che sono indispensabili, essenziali. Silvio Berlusconi, che potrebbe riuscire nella sua ‘mission impossible’, se si supererà la boa della terza ‘chiama’, è impegnato nella campagna acquisti deigrandi elettori‘. Enrico Letta cerca di porre un riparo, e si affretta ad accorrere sul palco di Atreju, alla festa di Giorgia Meloni, fino all’altro giorno ritenuta impresentabile. Contorcimento perfettamente legittimo, in politica: il pacchetto di voti Fratelli d’Italia è importante, forse decisivo; e comunque si spera in questo modo di ulteriormente picconare il fronte del centro-destra, molto meno coeso di quanto sembra. Lo capisce bene Matteo Renzi, che dispone -a fronte del poco o nessun consenso nel Paese- di un consistente ‘pacchetto azionario’ nel Parlamento. Anche lui calato ad Atreju, corteggia il centro-destra: ne vellica le aspirazioni riconoscendo che a loro spetta la primogenitura di indicare un possibile candidato; fa capire che potrebbe perfino votarlo, e così getta un’esca al centro-sinistra: vuoi fare senza di me? E guarda che ti combino…A complicare le cose, la presa di posizione tranchant di Meloni: «Draghi ha usato lo stato d’emergenza per limitare le libertà degli italiani» . In politica si può fare, ed effettivamente si fa, di tutto. Ma se si accusa una persona di essere tecnicamente un attentatore dei diritti costituzionali, lo si elegge giorni dopo presidente della Repubblica?
Matteo Salvini, sempre più appannato e affannato, non può che malaccortamente riaccendere la polemica contro il Ministro dell’Interno Luciana Lamorgese per via del caso di Michele Di Bari: il capo del Dipartimento per le libertà civili e immigrazione del Viminale, la cui moglie è indagata dalla procura di Foggia per un’inchiesta sul caporalato. Peccato che nessuno abbia avvertito Salvini che la nomina di Di Bari risale ai giorni in cui era lui il Ministro dell’Interno. Comunque: si è mai visto che sia il leader di un partito di maggioranza a chiedere un giorno sì e l’altro pure, le dimissioni del Ministro dell’Interno del governo che sostiene? E si è mai visto un presidente del Consiglio che lo accontenta? Fuffa e demagogia, destinate a lasciare il tempo che trovano. La verità è che all’interno della Lega è in corso da tempo una lotta neppure troppo sotterranea tra igovernistidel Nord (i Giancarlo Giorgetti, i Luca Zaia, i Massimiliano Fedriga), e l’ala pasticciona della Lega, incarnata di volta in volta dai Claudio Durigon, i Claudio Borghi, gli Alberto Bagnai, i Simone Pillon. In mezzo Salvini, che non sa che pesci prendere. Anche l’ultima, annunciata iniziativa: «Chiamerò tutti i segretari dei partiti», ha detto, «dal più piccolo al più grande, per dire: sediamoci intorno a un tavolo e parliamo del Colle». Vorrebbe essere la mossa del cavallo. Rischia di essere solo il raglio del ciuccio. Lo stesso tentativo era stato fatto tempo fa dal segretario del Partito Democratico, subito abortito. Certe cose si fanno con discrezione, non suonando pifferi e fisarmoniche. A parole sono tutti d’accordo: il capo dello Stato sia eletto dalla più ampia maggioranza possibile. Ma qui, al momento, ci si ferma. Stancamente si continuano a fare le due ipotesi: Mario Draghi, Sergio Mattarella-bis. «Sono sicuro che il nostro Paese avrà a fine gennaio un presidente, o una presidente, eletto a larga maggioranza e rapidamente», dice Letta. «Per me il presidente della Repubblica bisognerebbe eleggerlo tutti insieme, ma penso che sia difficile», replica Renzi. Dà l’idea dell’unica cosa sicura: che non c’è sicurezza.
Si può cercare, al massimo, di ‘leggere’ al di là delle dichiarazioni ufficiali. Renzi, per esempio, sempre ad Atreju, quasi come un inciso, butta lì: «Tutti quelli che hanno fatto il presidente della Camera o del Senato hanno una carta in più». E’ un endorsement per Pier Ferdinando Casini? Democristiano, a lungo nel centro-destra, eletto al Parlamento dal centro-sinistra, ex Presidente della Camera…

L’incognita sono i 113 parlamentari del gruppo misto: 66 deputati, 47 senatori, sono la quinta forza, un ‘peso’ vicino a quello del PD. Quasi nessuno di loro tornerà in Parlamento. Sono per questa ragione letteralmente incontrollabili. Da loro ci si può aspettare di tutto. E da questa ‘palude’ che nasce l’agognato ‘centro’, visto che vi si trovano parlamentari che aderiscono sia al movimento di Gianni Toti che a quelli di Carlo Calenda, di Emma Bonino e i transfughi del Movimento 5 Stelle? Vai a sapere: il pollaio è angusto, e i galli in competizione una quantità. Possibile, probabile, facciano la fine dei capponi manzoniani: si beccano tra loro, e finiscono infine in pentola.
Alla fine della fiera, e al momento, pronostico che potrebbe essere tranquillamente ribaltato nei prossimi giorni: Draghi; in via subordinata, Casini.

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