mercoledì, Maggio 25

Quirinale: nel giuramento di Mattarella peseranno le parole, ma soprattutto i silenzi Come sempre, sarà un intervento di giuramento da ascoltare, ma soprattutto da leggere: conterà molto quello che verrà detto; ma ancor di più, probabilmente, quello che si riterrà di non dover dire, con i silenzi

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Domani il rieletto presidente della Repubblica Sergio Mattarella terrà il suo discorso di insediamento. I quirinalisti e gli ‘addetti’ ai lavori fanno sapere che da ieri il Presidente ha trascorso queste ore nell’elaborare e limare l’intervento: si anticipa che sarà una sorta di sollecitazione, un pungolo per quelle che vengono definite ‘riforme urgenti’. In tema di ‘legge elettorale, e urgenza di riforme istituzionali, sociali, economiche’. Tra le riforme ‘istituzionali’ rientreranno anche quelle legate alla giustizia? Auguriamocelo.

  La Corte Costituzionale a breve vaglierà l’ammissibilità o meno di sei quesiti referendari il cui comune denominatore è appunto la giustizia. Ovviamente nessuno si sogna di chiedere al presidente della Repubblica un giudizio di merito su questo o quel quesito. Quello che però prima o poi gli si dovrà chiedere è un intervento per assicurare che vi sia un voto che consenta ai cittadini di potersi esprimere secondo scienza e coscienza: significa che devono essere messi nella condizione di conoscere; perché solo conoscendo, potranno compiutamente decidere se votare SI, votare NO o astenersi. Una condizione che al momento viene dolosamente e pervicacemente negata.

  Uno degli editorialisti principe del ‘Corriere della Sera’, Paolo Mieli, ricorda che c’è un appuntamento che definiscepiù insidioso” degli altri, quello sulla giustizia: “Materia su cui pende un referendum voluto da Lega e radicali”. Insidioso attiene a qualcuno o qualcosa che tende un tranello. Non sarebbe male se “Il Corriere della Sera”, lo stesso Mieli, chiarissero perché i referendum sulla giustizia più giusta sono “insidiosi”. Chi insidiano e cosa; e anche perché.

    Referendum a parte, la giustizia e la sua amministrazione sono un po’ come quei pericolosissimi ordigni sganciati nel corso della seconda guerra mondiale, inesplosi e affondati nel terreno. Posso deflagrare da un momento all’altro, e vanno disinnescati con attenzione e perizia; e la loro pericolosità e letalità cresce con il trascorrere degli anni. Si pensi solo al vero e proprio mercanteggiamento che si è svolto nei corridoi e nelle riparate stanze del Consiglio Superiore della Magistratura, le degenerazioni che sono emerse con lo scandalo costituito dal cosiddetto “sistema” Palamara.

  E’ il 21 giugno 2019, assemblea straordinaria del CSM, occorre convalidare l’elezione di due nuovi consiglieri togati, dopo le dimissioni di altri coinvolti nello scandalo. Il Presidente Mattarella osserva che “quello che è emerso, nel corso di un’inchiesta giudiziaria, ha disvelato un quadro sconcertante e inaccettabile. Quanto avvenuto ha prodotto conseguenze gravemente negative per il prestigio e per l’autorevolezza non soltanto di questo Consiglio ma anche per il prestigio e l’autorevolezza dell’intero Ordine giudiziario”. Si invocano urgenti riforme. Tre anni dopo si potrebbe fare, letteralmente, identico discorso, identica invocazione.

  Così come, parola per parola, sillaba per sillaba, si può ripetere che occorre riconquistare “credibilità, indipendenza e totale autonomia dell’Ordine giudiziario” e confidare “che avverrà anzitutto sul piano, basilare e decisivo, dei comportamenti, ma anche con modifiche normative, ritenute opportune e necessarie, in conformità alla Costituzione.

  Si può ricordare che il presidente Mattarella, il 14 novembre 2019, in occasione della nomina di Giovanni Salvi a procuratore generale della Cassazione, colse “questa occasione per ribadire l’esigenza che da tante parti viene sottolineata: il Consiglio superiore ha, oggi più che mai, il dovere di assicurare all’Ordine giudiziario e alla Repubblica che le sue nomine siano guidate soltanto da indiscutibili criteri attinenti alle capacità professionali dei candidati. Tre anni fa. Si potrebbe fare, anche per questo intervento, un copia-incolla per l’oggi.

  Si arriva al 29 maggio 2020. Lo ‘scandalo’ Palamara ha ‘festeggiato’ il suo primo anno. Il presidente Mattarella con un comunicato stampaspiega perché non è in suo potere sciogliere il CSM; e ha cura di aggiungere che “se i partiti politici e i gruppi parlamentari sono favorevoli a un CSM formato in base a criteri nuovi e diversi, è necessario che predispongano e approvino in Parlamento una legge che lo preveda: questo compito non è affidato dalla Costituzione al presidente della Repubblica ma al governo e al Parlamento. Governo e gruppi parlamentari hanno annunziato iniziative in tal senso e il presidente della Repubblica auspica che si approdi in tempi brevi a una nuova normativa. Sollecitazione precisa e di inequivocabile significato. Lasciata vistosamente cadere. Il ministro della Giustizia del tempo, il grillino Alfonso Bonafede non batte ciglio. Si deve arrivare al 21 aprile 2021 perché la Commissione Giustizia della Camera adotti la legge dell’ex guardasigilli come testo base per la riforma del CSMe dell’ordinamento giudiziario. Fatta l’“adozione”, ci si ferma, in omaggio, forse, al “Zitti e buoni” dei Maneskin.

   Il 24 novembre il Presidente Mattarella ci fa sapere che “Il dibattito sul sistema elettorale per i componenti del Consiglio superiore deve ormai concludersi con una riforma che sappia sradicare accordi e prassi elusive di norme”; definisce “non più rinviabile la riforma. Non si può accettare il rischiodi doverne indire le elezioni con vecchie regole e con sistemi ritenuti da ogni parte come insostenibili.

  Di stallo in stallo, eccoci all’oggi. Presidente Mattarella; classe politica che lo elegge per la seconda volta per disperazione; riforme urgenti sulla giustizia invocate e lasciate lettera morta. Cosa accadrà? Il Presidente tornerà a presiedere un CSM eletto con gli stessi sistemi (e metodi) del recente passato? Come si eviterà il mercato delle nomine, i patteggiamenti, gli avvilenti do ut des?

  Gli interventi del presidente Mattarella non sono mai voci dal sen fuggite. Ogni parola, ogni aggettivo, ogni sillaba, sono attentamente meditati, soppesati, come il farmacista quando prepara i suoi medicamenti. Come sempre, sarà un intervento di giuramento da ascoltare, ma soprattutto da leggere: conterà molto quello che verrà detto; ma ancor di più, probabilmente, quello che si riterrà di non dover dire. Si parla anche con i silenzi; e anche i silenzi fanno capire il tipo di agenda politica che si vuole perseguire, e come, nei prossimi mesi.

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