venerdì, Gennaio 28

Quirinale: la confusione regna sovrana Il 'Parlamento di impediti' tra qualche mese dovrà eleggere il futuro Presidente della Repubblica, … e non c’è nessun partito che possa dare, come dice Romano Prodi, 'le carte sul Colle'

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E’ un patriarca della politica italiana (e della sinistra), come Rino Formica, che conia la definizione, saggia e disincantata di ‘Parlamento di impediti‘. E’ questo Parlamento tra qualche mese dovrà eleggere il futuro inquilino del Quirinale, il Presidente della Repubblica. La ridda di nomi che in questi giorni viene fatta, dà appena un’idea della grande confusione che regna nei varipalazzidel potere, quelli istituzionali e quelli reali. Come da tradizione, spesso i nomi sono fatti per ‘bruciarli’, in attesa di estrarre il classico coniglio dal cappello. C’è una novità, questa volta: non si vedono ‘conigli’, c’è perfino carenza di ‘cappelli’.
Ilvo Diamanti, che da anni studia flussi, umori e situazioni politiche, che ormai non c’è più un partito dominante. Intanto è consolidato un assai più che ‘zoccolo’ duro di elettorato, che da anni non si prende neppure più il disturbo di annullare la scheda: diserta le urne tout court, decretando un inappellabile: ‘vi sfiducio tutti’; e un Parlamento che da anni non rispecchia più la realtà nel Paese è ormai completamente sbrindellato. Nessuno può dire quello che accadrà nel futuro, anche prossimo. Non c’è dubbio che per un mero (e umano) riflesso di sopravvivenza: almeno tre quarti degli attuali parlamentari sa che non rimetterà piede al Senato o alla Camera dei Deputati. A rigor di logica, le elezioni, dunque, si dovrebbero tenere nel 2023, naturale scadenza. Ma nessuno è disposto a metterci la mano sul fuoco. Accade che una piccola slavina si trasformi in una disastrosa valanga; e le ‘slavine’ non mancano.
E’ noto che in politica spesso si complicano le cose, per renderle più semplici. Al momento la prima parte del ‘programma’ è in piena realizzazione. Silvio Berlusconi, che esplicitamente coltiva il sogno di essere proclamato Presidente della Repubblica (a questo punto nessuno si sente di escluderlo, anche se è improbabile), fa sapere che Forza Italia resta in prima linea per «collaborare lealmente all’attività di questo governo». Significa mettere fuori gioco Mario Draghi, l’unico sul cui nome, a parole, nessuno solleva obiezioni (i fatti poi sono altra, e opposta cosa). Per Berlusconi, Draghi deve «rimanere in carica per tutto il tempo necessario, fino al 2023, fin quando saremo usciti dall’emergenza». Trova, in questo, un alleato in Luigi Di Maio, sempre più chiaramente il vero capo di quello che resta del Movimento 5 Stelle: «L’Italia non può permettersi di perdere Draghi».
L’emergenza sanitaria e quella economica, ‘la più grave del dopoguerra’, sono, sia per Berlusconi che per Di Maio, un’ottima ragione ‘alibi’ per giustificare la permanenza a palazzo Chigi di Draghi.

Ci sono poi le tensioni interne alla Lega. Il leader Matteo Salvini appare sempre più unpulcino bagnato‘. Ora gioca l’inedita carta deicongressi‘, nel tentativo di recuperare credibilità e consenso. Una nota informa che «la Lega accelera ed entro la prima settimana di dicembre sarà in grado di celebrare almeno 200 congressi cittadini in tutta Italia, dopo la paura imposta dal Covid e prima delle nuove restrizioni. L’assemblea programmatica nazionale, inizialmente prevista l’11 e 12 dicembre a Roma con il coinvolgimento di almeno 2 mila persone in presenza, sarà invece fissata nelle prime settimane del 2022». Non a caso, fissata quella data. Sarà, facile profezia, occasione per lanciare messaggi‘ e ‘segnaliad alleati di coalizione e avversari esterni (ma anche interni). Nulla a che vedere, comunque, con ‘la grande discussione’ evocata e auspicata all’ultimo Consiglio Federale leghista, dopo le robuste ‘osservazioni’ critiche e polemiche del vicesegretario Giancarlo Giorgetti, riguardo alla leadership del partito e la necessità di puntare, in Europa, non tanto sui sovranisti, piuttosto sui popolari. Insomma: Salvini di fatto continua a comportarsi come sela Lega sono io‘; quanto potrà durare, ammesso duri? Vero che nessuno sembra, al momento, poter insidiare la leadership di Salvini: certo non Giorgetti, che non ha il necessario carisma; tanto meno i presidenti delle regioni Veneto e Friuli-Venezia Giulia, Luca Zaia e Massimiliano Fedriga; ma malessere e nervosismo, sono palpabili ed evidenti. Oltretutto i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, a Bruxelles si stanno riposizionando, e tutto fa pensare che si collocheranno su postazioni più moderate. Un passo che presuppone l’esplicita candidatura di Meloni per Palazzo Chigi, se il centro-destra dovesse vincere le elezioni politiche? Il sospetto serpeggia all’interno della Lega.

C’è poi l’araba fenice delcentro‘: questo evocato spazio politico che si contendono in tanti: da Matteo Renzi a Carlo Calenda, con contorno di una quantità di altriminori‘: i seguaci di Giovanni Toti, di Franco Bentivogli, di Emma Bonino e Benedetto Della VedovaUna quantità di generali in concorrenza tra loro, che combattono guerre senza eserciti. Calenda e Renzi in particolare: al pari dei capponi manzoniani, mentre vengono avviati all’arrosto ‘elezioni’ da cui usciranno entrambi a pezzi, invece di ragionare sul come salvare il poco salvabile, si beccano sanguinosamente. “Ma chissenefrega della Leopolda!”, manda a dire Calenda che ha ostentatamente disertato la kermesse renziana. Renzi mostra stupore: «Mi sembra impossibile andare divisi alle prossime elezioni». Calenda rincara la dose: «Renzi faccia quel che gli pare, vada in Arabia Saudita, faccia il centro con Toti e Brugnaro. Non farò politica con lui perché quel modo di fare politica mi fa orrore». Renzi contro-replica: «C’è chi ironizza sulla Leopolda, dopo aver fatto carte false per parlare dal palco quando era una manifestazione di persone che avevano potere. Capita di incrociare persone così». Questo il pacato ‘centro’, che chiede fiducia all’elettore che non si riconosce nel centro-destra e nel centro-sinistra perché litigiosi e poco costruttivi…
Ipeonesnon sono da meno: un continuo farsi dispetti. «Ma che ci fate ancora con quello? Non capite che vi porta tutti a fondo?», è il ritornello-tormentone rivolto ai tentennanti parlamentari di Italia Viva dai seguaci di Calenda. ‘Quello’ (Renzi), replica con un’offensiva via social che non risparmia nulla. Insomma, un divorzio prima ancora che si sia consumato il matrimonio.

Questo il contesto in cui maturerà l’elezione del successore di Sergio Mattarella. Franchi tiratori a parte (e ce ne saranno tanti), non c’è nessun partito che possa dare, osserva Romano Prodi, ‘le carte sul Colle‘. Non ha forza parlamentare sufficiente il Partito Democratico, oltretutto neppure coeso attorno al segretario Enrico Letta; troppo piccola Forza Italia il suo leader sogna il Quirinale. Gioco forza tocca fare i conti con la Lega e il M5S. I risultati di queste contrattazioni, veti e contro-veti sono difficilmente prevedibili. Dal momento che tutti sono capaci nei pronostici ‘dopo’, pur nella consapevolezza della fluidità della situazione caotica, si azzarda un pronostico (che nella prossima nota, magari si rettificherà) Ferdinando Casini: democristiano, non inviso ai moderati di destra e sinistra; lunga esperienza parlamentare, già Presidente della Camera. Sulla carta i numeri li ha tutti. Sulla carta, beninteso.

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