lunedì, Agosto 2

Quirinale, Governo, PD: triangolo perfetto La paziente tela di Enrico Letta, l'agitazione inutile di Matteo Salvini, l'operazione di restyling di Beppe Grillo

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Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella osserva, suggerisce cautela e prudenza, la buona sintonia con il Presidente del Consiglio Mario Draghi aiuta: l’obiettivo è vincere la difficile sfida del Covid, e riuscire a vaccinare la maggioranza della popolazione entro l’estate; ma non solo: una quantità di riforme, elettorale, della pubblica amministrazione, fisco, giustizia, per dirne di alcune, vanno incardinate ora. Ormai il semestre bianco è alle porte. Nei sei mesi precedenti l’elezione del nuovo presidente della Repubblica, non si possono sciogliere le Camere. Non si può più agitare, dunque, lo spauracchio di elezioni anticipate; i partiti che oggi sono impegnati in un esecutivo di ‘salvezza nazionale’ e di fatto si mettono sull’attenti al passaggio di Draghi, si sentiranno più ‘liberi’ e ognuno cercherà di portare acqua al suo mulino. Molto più di quanto già non facciano già.

Chi si agita più di tutti è il leader della Lega, Matteo Salvini. Continua a comportarsi come se il tempo si fosse fermato, come se le lancette dell’orologio politico fossero ancora sull’ora del governo Lega-Movimento 5 Stelle e lui, dalla (poco) frequentata postazione del Ministero dell’Interno dettava l’agenda del governo Conte uno: un giorno come leader di maggioranza, l’altro da leader dell’opposizione. Così ogni giorno Salvini s’ingegna a farnotiziae attribuirsi, da mosca cocchiera, meriti che non gli appartengono. Draghi, forte del sostegno quirinalizio, all’interno del Governo ha costituito una sua ‘cittadella’, ed è quel ‘cerchio magico’ che assume le decisioni rilevanti. Per esempio: per quel che riguarda il Covid, supportato dai consigli e dalle raccomandazioni di un rinnovato Comitato dei tecnici, ha varato un calendario di ‘aperture’ e ‘chiusure’, zone colorate a seconda di precisi parametri, e un piano di vaccinazioni che comincia a rivelarsi efficiente. Nelle ultime ore Salvini cerca di darsi un tono: ulula che dopo le festività pasquali occorre finirla con le chiusure e le zone rosse; minaccia sfracelli e ‘aventini’, intende così vellicare i maldipancia di tanti piccoli e medi operatori del commercio e del turismo in crisi. Draghi gli replica con pacata fermezza che non saranno i suoi ultimatum a determinare le varie fasi delle politiche anti pandemia: «Si decide sulla base dei contagi». Salvini a parole insiste, ma cerca una mediazione: «Al lavoro con Draghi, per riaprire dopo Pasqua». Si assiste così alla sagra della banalità: la proposta salviniana viene così declinata: «Giusto riaprire, se la situazione è sotto controllo».
Comportarsi da capitan Fracassa come durante i governi Conte Uno e Conte Due non paga; e non tanto perché sempre più quell’ala della Lega che fa capo a Giancarlo Giorgetti e Massimo Garavaglia, sia pure sottotraccia manifestano insofferenza e dissenso. Il fatto vero è che tutto quel ceto popolare e produttivo del Nord che costituisce il serbatoio elettorale della Lega chiede ed esige stabilità, e non vuole più esserevittimadi turbolenze di marcaPapeete‘. Qui è la questione che Salvini non sembra cogliere: anche quel Nord vuole poter tirare il fiato.

Basta mattane sembra essere anche la parola d’ordine del Movimento 5 Stelle e di Beppe Grillo in particolare: impegnato, a quanto sembra, in una delicata e non indolore operazione di restyling. Eccolo dunque impegnato a cementare per quanto possibile il rapporto con Draghi; eccolo concentrato nell’operazione di investitura di Giuseppe Conte quale capo politico della sua creatura; eccolo fronteggiare in prima persona Davide Casaleggio e la sua Rousseau.
Un’ardua operazione di equilibrismo: Grillo si vuole liberare dellescorieche intralciano il suo obiettivo: quello di situare il movimento in un’area ben definita, e nel quadro di un’alleanza con il Partito Democratico che vada al di là delle mere contingenze. Così si spiegano le recenti mosse come il diktat che sta agitando i vertici del Movimento: quello del vincolo dei due mandati. Le prime vittime, se il ‘comandamento’ Grillo dovesse diventar esecutivo, sono eccellenti: il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, il presidente della Camera Roberto Fico; e un buon numero di ministri e parlamentari: almeno una sessantina di big. Indiscrezioni fatte filtrare dal M5S riferiscono che Conte deciderà a metà della settimana se presentare sabato prossimo il nuovo partito. Nel frattempo Grillo è impegnato in frenetici colloqui con i maggiorenti. Di Maio, per esempio, per quello che può valere, è stato rassicurato: continuerà ad avere un ruolo di primo piano, nel Movimento, e nel caso alla guida di una grande città…

Resta il Partito Democratico. Il neo-segretario Enrico Letta continua paziente e meticoloso a tessere la sua tela. La proposta di azzerare i vertici ai gruppi parlamentari di Senato e Camera è riuscita nel suo doppio intento: due donne in qualche modo ‘riparano’ la maldestra gestione del predecessore Nicola Zingaretti, che non ha portato al Governo nessun Ministro di sesso femminile. Al tempo stesso si è liberato di due esponenti in odore di ‘renzismo’. Poco conta che Andrea Marcucci al Senato sia stato sostituito con Simona Malpezzi, anche lei di “Area”, il gruppo orfano di Matteo Renzi. Conta che Marcucci (che in passato in più occasioni ha operato senza tener conto dei ‘desiderata’ della segreteria Zingaretti), sia stato rimosso. Letta, pugno di ferro in guanto di velluto, ha dimostrato quelsangue ghiaccioche lo accomuna a Mattarella e Draghi. Anche alla Camera verranno superate le ‘bizze’ di Marianna Madia e al posto di Graziano Del Rio verrà eletta Debora Serracchiani.
IlmiteLetta è sempre più impegnato nelmarcarele differenze con le due forze di centro-destra che sostengono Draghi. Sa bene che né ius soli né voto ai sedicenni appartengono a questa legislatura; sono tuttavia argomenti che agita per marcare le ‘differenze’, Salvini e Silvio Berlusconi, con le loro prese di distanza di fatto lo agevolano in questo suo fare.
A livello nazionale,
Letta punta a un centrosinistra largo che dialoghi con il M5S. C’è la questione comune di Roma: il M5S sostiene Virginia Raggi, il PD cerca un candidato. Si è fatto il nome dell’ex Ministro del Tesoro Roberto Gualtieri, ma in campo ci sarebbe pure l’ipotesi Nicola Zingaretti, anche se lui continua a negare.
Resta poi, sullo sfondo, il tema della ‘legge elettorale’. Le visioni sono diverse: Letta vuole un maggioritario, il M5S il proporzionale.
Dunque:
asso privilegiato con Conte; nuovi rapporti all’interno del PD; dialogo in quel campo largo che comprende oltre i Verdi, Leu, Articolo 1, anche movimenti come le Sardine e realtà che operano nelle varie realtà. E per quanto riguarda Matteo Renzi e la sua Italia Viva? «Ci sarà tempo per incontrare tutti», risponde con un mezzo sorriso Letta. Non si è ancora cicatrizzata la ferita, inferta nel 2014, quando Renzi lo ‘accoltellò’ alle spalle con il famoso «Enrico stai sereno!».
Del resto Renzi non è che sia di grande aiuto nell’operazione di riconciliazione. Prima le pubbliche attestazioni in favore del regime arabo-saudita di
Moḥammad bin Salmān Āl Saʿūd; poi la gaffe di mostrarsi nei paddock del Gran Premio di Formula 1 in Bahrain. I social hanno sommerso Renzi di critiche e proteste: «Noi in zona rossa, lui a divertirsi». L’ufficio stampa di Italia Viva replica: «Ha sempre rispettato le regole. Il viaggio e il soggiorno non costano un centesimo al contribuente».
Vale l’ovidiano: «Causa patrocinio non bona peior erit», «una causa cattiva, peggiora se la si difende». Letta i ‘classici’ li conosce bene.

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