domenica, Maggio 22

Quirinale: anche in politica, ‘ci vuole orecchio’ Situazione da dilettanti allo sbaraglio ha costretto Mattarella a ritornare sui suoi programmi che erano 'altri'. Ora la resa dei conti nei partiti

0

Si può cominciare, ora che in questi due giorni si sono consumati nella letterale vivisezione di ogni sillaba, silenzio, gesto di questo o quell’altro leader, dal testo del Presidente della Repubblica. E’ noto che Sergio Mattarella, dodicesimo presidente bis, non lo si apprezza per le sue doti di oratore: è anzi, monocorde, con rispetto parlando, ‘piatto’. I suoi testi vanno letti, come lui sono di ‘sangue ghiaccio’. Nel breve messaggio quando gli è stato comunicato che i Grandi Elettori, nella stragrande maggioranza, si erano trovati d’accordo nell’essere in totale disaccordo; e che solo la riconferma del presidente uscente consentiva loro di uscire dallo stallo in cui si erano infilati, ha educatamente e sobriamente ringraziato. Ha fatto in modo che si sapesse che i suoi programmi erano ‘altri’; e tornava sui suoi passi perché «i giorni difficili trascorsi per l’elezione alla Presidenza della Repubblica nel corso della grave emergenza che stiamo tuttora attraversando -sul versante sanitario, su quello economico, su quello sociale- richiamano al senso di responsabilità e al rispetto delle decisioni del Parlamento». In buona sintesi: qualcuno ha pensato che fosse suonato una sorta di ‘liberi tutti’? Grave errore. La ricreazione, dice Mattarella, è finita. La situazione «impone di non sottrarsi ai doveri cui si è chiamati -e, naturalmente, devono prevalere su altre considerazioni e su prospettive personali differenti- con l’impegno di interpretare le attese e le speranze dei nostri concittadini». Traduzione: non aspettatevi alcuna indulgenza dai due presidenti, quello della Repubblica e quello del Consiglio.

Che Mattarella trascorra tutti i sette anni del suo secondo mandato al Quirinale, non è dato sapere. Ma certamente fino alla fine della legislatura sì; lui al colle e Mario Draghi a palazzo Chigi; gestiranno le elezioni, i referendum che otterranno il via da parte della Corte Costituzionale, presidente della quale è quel Giuliano Amato, di cui è riconosciuta unanimemente la sapienza giuridica coniugata all’abilità politica. Un terzetto che si può avvalere del sostegno di alleati che hanno dimostrato di sapersi muovere con una certa abilità: il Segretario del Partito Democratico Enrico Letta e il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio (e tuttavia: Letta che appare tra i vincitori o i non sconfitti, deve fare i conti con le ‘correnti’ interne decise a farsi valere; e Di Maio deve fare i conti con un partito/movimento ormai privo di appeal). Un manipolo che con gli altri attoridella scena (s)partitocratica, gioca come il gatto con il topo.
Per il resto, si può riassumere la situazione con una sorta di ‘titoli’.

Il centro-destra, così come lo si è conosciuto, è morto. Non che si sia mai sentito troppo bene, da mesi si potevano cogliere sinistri scricchiolii che ‘avvertivano’ come il crollo fosse imminente. Ora le macerie: Giorgia Meloni e i Fratelli d’Italia possono solo rivendicare una coerenza di comportamenti, ma sono politicamente irrilevanti; e i poteri ‘reali’ non sanno che farsene di ‘immagini’. I loro valori non sono nei principi. Se Meloni se ne esce con «Il centro-destra è da rifondare, e da oggi ci lavoro io», si capisce bene come si sia ben oltre la frutta. Matteo Salvini ha le sue brave gatte da pelare, all’interno di una Lega smarrita, divisa com’è tra i ‘governisti’, e i ‘puri’ che sembrano ancora ottenebrati dai mojito ingurgitati al Papeete.
Sul fronte opposto, quello del Movimento 5 Stelle, ormai ‘contiani edimaianise le danno di (poca) santa ragione; gli esponenti delle due fazioni sparano a tiro alzo zero: lo chiamano ‘chiarimento’, avrà per colonna sonora le note del celebre ‘degüello’.
Il ‘lodo’ Draghi soddisfa l’Unione Europea, gli Stati Uniti, i mercati esteri, le Borse, tutti; ma è la capitolazione di questi partiti e di questo modo di far politica. Per una volta hanno ragione gli osservatori e gli analisti esteri che parlano di ‘fragorosa sconfitta dei partiti’ e di ‘trionfo’ dell’immobilismo; ‘leggono’ la rielezione di Mattarella come l’unica soluzione possibile ottenuta tuttavia nel peggiore dei modi.

Probabilmente è un’omissione voluta, perché non suoni come un’interferenza. Ma tra leemergenzece n’è una, ineludibile per ‘lor signori’: la nuova legge elettorale da approntare prima dello scioglimento delle Camere. Il peggior Parlamento chiamato a scrivere le nuove regole del gioco. Tutto da ridere. I partiti ‘piccoli’ (Italia viva di Matteo Renzi, l’Azione di Carlo Calenda, Più Europa di Emma Bonino) che vorranno in qualche modo sopravvivere; gli ‘altri’ più grandi, che li vorranno annichilire, ma non al prezzo di avvantaggiare i blocchi maggiori avversari… Dunque non proporzionale puro, non maggioritario secco, conservare alle oligarchie dei partiti il potere di ‘nominare’ gli eletti…

Non sarà facile uscire da questa situazione da ‘Dilettanti allo sbaraglio’. Questa vicenda qualcosa dovrebbe insegnare: non è vero che uno vale uno. Lo si sapeva anche prima, ora di più. La politica allaPapeetenon paga. E’ tempo di sobrietà, non di mojito. Non è vero che le coalizioni si fanno sommando uno più uno più uno. Perché le ‘unità’ che ne vengono fuori sono farlocche, quello che occorre è una faticosa, paziente unione sugli obiettivi e i valori. In definitiva, anche in politica, vale quella vecchia canzone di Enzo Jannacci: Anche in politica, come in tutto, «ci vuole orecchio! / Chi ha perso il ritmo si deve ritirare / non c’è più posto per chi sa far da solo..».
In queste ore più d’uno rileva che si assiste al fallimento di una classe politica inetta. Vero. Si abbia tuttavia cura di aggiungere che quegli inetti, o incapaci, o peggio non sono piovuti dal cielo, sono stati votati; o perlomeno c’è una buona fetta di elettorato che non andando a votare ha lasciato che altri li votasse. Oggi si raccoglie il seminato di ieri.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->