mercoledì, Agosto 4

Quindici anni senza Gassman Caro Vittorio, una lettera per te

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Caro Vittorio,
mi sento autorizzato a scriverti questa lettera per un solo motivo, al quale forse accennerò più avanti. Ma lo faccio soprattutto perché il tempo passa, quindici anni fanno di un neonato un ragazzo, di un ragazzo un illuso, di un illuso un uomo, di un uomo un cinico senza più speranze o ideali.
Di questi quindici anni (ieri) passati dal giorno che ci hai salutato, mi piacerebbe raccontarti cose esaltanti, belle, cose che giustifichino pienamente l’orgoglio di appartenere alla razza umana.
Purtroppo non posso.
Certo, il fatto di essere io stesso passato nel settore dei cinici non mi aiuta a guardare al presente e al futuro con spensierata fiducia, lo so. Forse la depressione, bestia immonda che ti ha fatto compagnia per tanto tempo, invidiosa di una vita eccezionale, di un talento senza paragoni, vigorosa ed esuberante come il tuo fisico da atleta e smagliante come il sorriso feroce col quale incenerivi i rivali, si sta facendo sentire anche dalle mie parti.
Ma sinceramente, credimi, non c’è molto di buono che possa riferirti di questa parte iniziale del millennio. Il novecento è stato un secolo meraviglioso e terribile e la tua morte lo ha chiuso nel modo più degno.
Mi piace pensarti come l’irresistibile Giovan Battista Villari, detto il Caparra, fantasma guascone e iracondo, vagante senza pace nel formidabile film di Antonio Pietrangeli che avrebbe meritato più Oscar di tutti quelli consegnati a Hollywood dal duemila in poi.
Il Caparra di ‘Fantasmi a Roma’ non guardava in faccia a nessuno, da vero artista irregolare e geniale, capace di dipingere un affresco degno del Caravaggio in una sola notte e poi di castigare da par suo il critico ignorante e corrotto che non riconosce la sua mano.
Quanti Caparra servirebbero oggi, caro Vittorio, per smascherare e punire a dovere la pletora mediocre che ci sommerge come dannati, nella palude desolata e maleodorante che conosciamo?
Una terra senza speranza, dove perfino lo spaccone Bruno Cortona, antieroe del ‘Sorpasso‘, farebbe una bella figura, quanto meno per allegria, gioia di vivere e iniziativa. Ben piccoli i suoi peccati se paragonati alla filibusta oggi imperante.
Ecco, sentivo di dovere queste poche righe a Vittorio Gassman, il più grande tra i nostri attori contemporanei, per tutti i motivi che spero siano affiorati in modo appena adeguato.

Ma ho tralasciato di dire una cosa, forse inutile per i Lettori ma non certo per me. Ero nella sala d’attesa di una clinica romana, accompagnavo mia madre ad affrontare, con paziente rassegnazione,  quei trattamenti di routine che tutti sanno essere l’anticamera della fine. E ti ho visto, caro Vittorio. In una saletta d’attesa laterale, seduto da solo sulla solita panchetta bianca, in attesa di chissà cosa. Mi hai guardato fisso, e il tuo sguardo non lo dimenticherò mai per l’assurda combinazione di stupore, fierezza, disperazione e smarrimento che conteneva. Mi hai costretto ad abbassare gli occhi e a ritirarmi accennando forse un saluto, mentre avrei voluto dirti qualcosa di amichevole, magari solo un sorriso affettuoso.
Il giorno seguente i giornali gridavano al mondo intero la notizia della tua morte.

 

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