sabato, Ottobre 23

Quello strano meeting a Bruxelles field_506ffb1d3dbe2

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Tra il 01 e il 02 febbraio 2014 a Bruxelles si è svolto un meeting dei partiti ruandesi di opposizione convocato da Faustin Twagiramungu, ex Primo Ministro dal 1994 al 1995 nel primo governo post genocidio del Fronte Patriottico Ruandese.

Il meeting ha avuto marcate caratteristiche eversive ed etniche. La maggior parte dei pariti che hanno partecipato sono orientati verso il Hutu Power, l’ideologia di supremazia razziale che portò al Genocidio nel 1994. L’intento del meeting era di creare un fronte unico dei partiti hutu per attuare un cambiamento di regime in Rwanda.

Faustin Twagiramungu, hutu nato nel 1945 nella provincia di Gyangugu (confini con il Sud Kivu, Congo), nel agosto 1992 divenne presidente del partito Movimento Democratico Repubblicano (MDR) un partito hutu che si oppose al governo di Juvenal Habyariamana riuscendo ad imporre come Primo Ministro nel 1994 Agathe Uwilingiyimana, brutalmente assassinata durante i primi giorni dell’Olocausto Ruandese.

Twagiramungu fu nominato Primo Ministro nel primo governo post genocidio e dimissionò il 28 agosto 1995 a causa di profondi dissidi con il Fronte Patriottico Ruandese. Esiliatosi in Belgio, e divenuto il direttore del sito di informazione Twagiramungu.net. per 19 anni ha tentato di unire l’opposizione hutu in esilio. Nel 2003 ritornò in Rwanda per presentarsi alle elezioni presidenziali, lasciando precipitosamente il paese subito dopo i risultati elettorali e l’accusa di pesanti frodi elettorali  da lui lanciata contro il governo ruandese.

«E’ giunto il momento che il Governo Ruandese apra un dialogo con l’opposizione capace di assicurare una soluzione per i problemi politici in atto nel Rwanda. Se il Governo non sarà pronto a dialogare, saremo costretti a utilizzare altri mezzi», dichiara Twagiramungy al settimanale The East African.

Quali sarebbero gli “altri mezzi”?

La risposta si trova nell’alleanza che il partito Rwanda Dream Initative – RDI (L’Iniziativa del Sogno Ruandese) guidato da Faustin Twagiramungu ha siglato nel luglio 2013 con il gruppo terroristico Forze Democratiche per la Liberazione del Rwanda (FDLR) operante in Congo e Tanzania.

Il FDLR non nasconde le sue intenzioni di rovesciare il Governo di Kigali con la forza e re-instaurare il regime razziale nazista caduto durante il Genocidio del 1994 grazie della lotta per la liberazione del Paese condotta dal Fronte Patriottico Ruandese guidato da Paul Kagame, attuale Presidente del Rwanda. Un tentativo di invasione dal Congo e dalla Tanzania è stato già attutato nel settembre 2013 e fallito grazie alle informazioni tempestivamente ricevute dai servizi segreti americani e ugandesi.

Il meeting di Bruxelles è stato preceduto da una misteriosa visita di Faustin Twagiramungu in Tanzania, avvenuta il 19 gennaio 2014. L’ex Primo Ministro fu ospitato dal Governo tanzaniano in una località segreta e posto sotto protezione. L’obiettivo della sua visita era di convincere il Presidente Kikwete a far pressioni sulla Conferenza Internazionale per la Regione dei Grandi Laghi affinché i leader regionali obbligassero il Presidente Kagame ad iniziare delle trattative di pace con il gruppo terroristico FDLR e la creazione di un governo di unità nazionale, uniche condizioni che potrebbero far desistere il FDLR dal invadere il Rwanda. La visita e l’incontro con il Presidente Kikwete sono state smentite dal Governo Tanzaniano.

Il meeting di Bruxelles sembra delineare la strategia del fronte Hutu Power: la richiesta di aprire una dialogo con l’opposizione politica ed armata al fine di creare un governo di unità nazionale,  oppure l’invasione del Rwanda da parte delle forze FDLR. Al Governo di Kigali la scelta.

La stessa posizione fu presa nel novembre 1994 dal Governo Ruandese in esilio, rifugiatosi sotto protezione Francese a Goma, Nord Kivu, Zaire (ora Repubblica Democratica del Congo). Dopo aver attuato il primo genocidio della storia moderna in Africa causando la morte di un milione di cittadini ruandesi, il governatore ruandese in Esilio, sconfitto militarmente, chiese a Paul Kagame di formare un governo di unità nazionale sotto minaccia di una invasione dallo Zaire.

A distanza di 20 anni la tattica adottata non è cambiata in quanto la maggior parte dei leader dell’opposizione ruandese Europea è formata dai genocidari del Governo di Habyariamana, molti di essi ora liberi cittadini francesi o belgi.

La richiesta di aprire un dialogo è in linea con quella rivolta nel maggio 2013 dal Presidente Tanzaniano Kikwete, rifiutata dal Governo Ruandese sulla base che ogni dialogo con i responsabili del genocidio è un atto anti costituzionale.

Il rifiuto di Kigali provocò la più atroce espulsione di immigrati degli ultimi anni con oltre 50.000 ruandesi arrestati dalla polizia tanzaniana nel luglio 2013 e brutalmente deportati oltre la frontiera con il Rwanda. Tutte le loro proprietà saccheggiate e rubate. Famiglie miste tanzaniane ruandesi separate drammaticamente e senza mezzi di sussistenza. Tutto sotto lo sguardo indifferente della Comunità Internazionale.  

La metà delle vittime dei cosiddetti “stranieri ruandesi” erano in realtà discendenti dei profughi ruandesi  rifugiatosi in Tanzania dopo il primo massacro etnico contro i tutsi nel 1957, tutti naturalizzati cittadini tanzaniani.

La deportazione di massa incrinò definitivamente i rapporti tra i due Paesi membri della East African Community creando due fronti contrapposti all’interno della Comunità Economica dell’Africa Orientale: Burundi e Tanzania da una parte e Kenya, Rwanda, Uganda dall’altra. Una divisione che rischia di compromettere l’armoniosa unione economica politica e monetaria tracciata sul modello di quella europea.

Le milizie del FDLR si stanno raggruppando in varie località del Nord Kivu e Sud Kivu vicine alla frontiera con il Rwanda e, in parte minore, in località di frontiera in Tanzania.

Un dato certo è l’esistenza di manovre politiche e militari del fronte Hutu Power supportate da Francia e Belgio. Meno certo è lo spessore che hanno realmente queste manovre.

Al meeting di Bruxelles, finanziato da Francia e Belgio secondo fonti attendibili, vi è stata una timida presenza dei delegati dei due principali partiti hutu di opposizione: il Rwanda National Congress (RCN), fondato dal ex capo dei servizi segreti Patrick Karegeya, assassinato da un commando delle forze speciali ruandesi il 01 gennaio 2014 presso un albergo di Johannesburg, Sud Africa e la Unione delle Forze Democratiche (UFD), di cui il leader: Victoire Ingabire fu imprigionata nel 2010 in Rwanda e condannata a 15 anni di reclusione con le accuse di propagare ideologie genocidarie e supportare tentativi eversivi contro il Governo Ruandese.

L’Unione delle Forze Democratiche fu fondato da Ingabire nel aprile 2006. Trattasi di un piattaforma di alcuni partiti hutu in esilio tra i quali il più importante è il Rally per il Ritorno dei Rifugiati e la Democrazia in Rwanda (FDR) un partito fondato nel aprile 1995 nella località di Mugunga, Zaire, da ex membri del governo genocidario in esilio.

Il FDR collaborò attivamente con le forze genocidarie nei campi profughi del Congo con la complicità dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), propagando tra i rifugiati l’odio etnico, arruolando giovani nelle milizie genocidarie e raccogliendo fondi da varie ONG internazionali, immediatamente dirottati per l’acquisto di armi.

L’Unione delle Forze Democratiche è considerato uno stratagemma ideato da Victoire Ingabire per offrire un volto più moderato al FDR di cui lei è Presidente.

La timida presenza del RNC e UFD al meeting di Bruxelles sottolinea che l’iniziativa promossa da Faustin Twagiramungu non trova un consenso tra le forze politiche Hutu Power in esilio, essendo piuttosto visto come  un tentativo per assumere la leadership del movimento razziale nazista ruandese.

I due principali partiti di opposizione hutu soffrono di gravi crisi interne. Dopo l’assassinio di Karegeya il RNC ha subito una grave crisi politica interna conclusasi con le dimissioni di due membri fondatori, il Dottor Paulin Murayi e sua moglie Winnie Kabuga, che hanno formato un proprio partito.

Anche l’Unione delle Forze Democratiche non naviga in buone acque. Il partito è sconvolto da una lotta interna tra Nkiko Nsengimana  e Boniface Twangirimana, i due leader più importanti dopo Victoire Ingabire.

I partiti hutu in Europa, formati da ex generali e politici del Presidente Juvenal Habyariamana, che si pongono come alternativa democratica all’attuale Governo di Kigali, in realtà non trovano appoggio tra la popolazione in Rwanda grazie alle attente politiche attuate per superare gli antichi odi etnici.

Questi partiti riscuotono consensi solo presso la diaspora hutu in Europa e sono finanziati direttamente dai governi Francese e Belga. Per evitare problemi giudiziari e imbarazzi ai finanziatori tutti questi partiti sono registrati come Associazioni Culturali, lasciando la protezione dei noti ricercati di genocidio alla Francia, primo finanziatore della Corte Penale Internazionale. La Costituzione Europea proibisce la creazione di partiti o associazioni che inneggiano al genocidio e al odio etnico.

Nel contesto democratico e politico del Rwanda questi partiti sono totalmente privi di importanza. La debolezza dei partiti d’opposizione all’interno del Paese offre la migliore garanzia per una vittoria elettorale del Fronte Patriottico Ruandese nel 2017.

«Attualmente, nessun partito di opposizione interno o esterno al Paese rappresenta un serio pericolo per il FPR in previsione delle elezioni del 2017 sia che il Presidente Paul Kagame deciderà di abbandonare la Presidenza o che si ricandidi attraverso la modifica della Costituzione», spiega ‘The East African.

A supportare l’affermazione del autorevole settimanale dell’Africa Orientale è nientemeno che Frank Habineza leader del Democratic Green Party of Rwanda: «Non sarà assolutamente facile per ogni partito di sconfiggere il Fronte Patriottico Ruandese». Habineza, al contrario di altri leader dell’opposizione, si concentra sul consolidamento del suo neo nato partito e non sull’accusa al governo di aver instaurato una dittatura della minoranza Tutsi, accusa di cui non è facile osservare riscontri nella realtà sociale e politica in Rwanda.

Il cambiamento di regime, agognato dai nostalgici Hutu Power, è possibile solo attraverso la soluzione militare. I partiti Hutu in Europa non potranno giocare nessun ruolo nemmeno in una ipotetica vittoria del FDLR. L’eventuale nuovo governo sarà formato dai generali del gruppo terroristico. Per i leader politici hutu in esilio saranno riservati qualche posto secondario.

Seppur fermamente smentite dalla Missione di Pace ONU in Congo, MONUSCO, le cifre dei effettivi FDLR parlano di 14.000 uomini, duemila di essi concentrati oltre le frontiere tanzaniane e la maggioranza nelle due provincie del Kivu, in Congo.

Nonostante gli ottimi armamenti ricevuti dal Governo di Kinshasa e l’addestramento di istruttori militari francesi presenti al est del Congo dal 2013, la maggior parte delle forze di invasione FDLR é composta da reclute anche congolesi che non sono certamente motivate da una ideologia genocidaria. Per la maggioranza di queste reclute l’ideologia Hutu Power non è altro che un comodo mezzo per sopravvivere e per poter saccheggiare impuniti la popolazione civile detenendo un’arma e la protezione del Governo Congolese saldata dagli affari comuni nel traffico illegale di minerali. Il nucleo forte del FDLR é composto da circa 5.000 uomini che attuarono il genocidio del 1994 con una etá compresa tra i 40 e i 50 anni.

Una invasione del Rwanda farebbe scattare in automatico il patto di cooperazione militare siglato tra Kenya, Rwanda e Uganda che prevede l’intervento immediato degli eserciti in caso di aggressione di uno dei Paesi firmatari.

I genocidari Ruandesi trovano l’appoggio di potenze europee e africane a distanza di venti anni dalla caduta del loro regime, rappresentando ancora un serio pericolo per la democrazia e lo sviluppo del Rwanda. Le FDLR ricevano armi, munizioni, soldi, la possibilità di gestire importanti miniere e l’impunità garantita anche dalla MONUSCO grazie al appoggio di Francia, Belgio, Congo e Tanzania.

La strategia Francese di accerchiamento del Rwanda e indebolimento della East Africa Community per riportare la Regione dei Grandi Laghi sotto il proprio controllo, inizia ad evidenziare problematiche inaspettate.

Il contesto democratico e politico del Rwanda, minacciato dalle forze  genocidarie operative all’est del Congo si inserisce in un delicatissimo contesto regionale. Il Presidente Yoweri Museveni è stato costretto a ricandidarsi alle Presidenziali del 2016 poiché il suo progetto di successione familiare non é ancora maturo. Il Sud Sudan é sconvolto dalla guerra civile che si prospetta di lunga durata. Il Burundi rischia la ripresa della guerra civile terminata nel 2003, il Congo una progressiva e silenziosa balcanizzazione del territorio.

La soluzione rimane politica e inter regionale.Il veleno del genocidio e dell’odio etnico non è un problema ruandese né burundese e colpisce la maggior parte dei Paesi dei Grandi Laghi. Questo cancro si basa sullo storico complesso di inferiorità delle popolazioni Bantu e sulla sindrome Israeliana delle popolazioni tutsi che le spingono a politiche estere aggressive. Entrambi gli atteggiamenti psicologici sono stati artificialmente creati dai colonialismi Inglese, Francese e Belga e dal genocidio del 1994.

Una soluzione militare creerebbe una instabilità regionale di lunga durata. Difficilmente l’esercito ruandese si accontenterebbe di respingere un eventuale invasione delle FDRL ma invaderebbe a sua volta il Congo per distruggere definitivamente questo gruppo terroristico, scatenando una guerra regionale con forti connotati etnici dagli esiti incerti.

La Comunità Internazionale dispone ancora di tempo per apporre la sua influenza positiva per evitare il disastro che un conflitto regionale porterà. Purtroppo i segnali attuali non sono dei più incoraggianti.

Le posizioni di Belgio, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti si stanno radicalizzando rafforzando i rispettivi campi, francofono e anglofono con un forte rischio di ripresa della guerra fredda tra potenze occidentali per il controllo delle risorse naturali della regione.

La promessa della MONUSCO di attaccare le FDLR una volta raggruppatesi per impedire una invasione è tutt’ora relegata alla ormai famosa quanto discutibile arte della propaganda del responsabile dei Caschi Blu in Congo, Martin Kobler. A data odierna non si registrano offensive MONUSCO contro le FDLR che si stanno organizzando indisturbate.

L’ultimo segnale estremamente negativo proviene dal Tribunale Internazionale per i Crimini in Rwanda con sede ad Arusha, Tanzania e finanziato dalle Nazioni Unite.

Il 11 febbraio scorso il Generale Augustin Ndindiliyimana e il Maggiore Francois-Xanvier Nzuwonemeye sono stati assolti dai crimini commessi durante il genocidio per mancanza di prove. Il Generale Ndindiliyimana coordinò il genocidio prima a Kigali poi all’est del paese, nominato in vari rapporti del Generale Roméo Dallaire, allora comandante della missone ONU in Rwanda: UNAMIR

Il Maggiore Nzuwonemeye assassinò personalmente il Primo Ministro Agathe Uwilingiyiamana e guidò il battaglione che massacrò i dieci soldati del contingente Belga dei Caschi Blu durante il primo mese del genocidio a Kigali.

Un terzo imputato: il Comandante degli Squadroni dello Sterminio: Innocent Sagahutu, ha visto diminuire la sua condanna da 20 a 15 anni di reclusione. Addirittura la sorte del  ex Capo delle Forze Armate e membro della Coalizione per la Difesa della Repubblica (CDR) l’apparato politico che diresse le operazione di sterminio nel 1994: Augustin Bizimungu potrebbe risultare delle sorprese.

L’assoluzione di due alti ufficiali hutu rappresenta un insulto alla giustizia e alla memoria dei sopravvissuti e, contemporaneamente un incoraggiamento alla ideologia Hutu Power e alla FDLR. Entrambi i criminali probabilmente raggiungeranno il comando del gruppo terroristico in Congo per riprendere il potere e il prestigio perduti.

«Questo é negare la giustizia. Questi uomini hanno pianificato il genocidio della nostra popolazione e ora sono liberi», commenta amaramente  Jean-Pierre Dusingizemungu, Presidente dell’associazione dei sopravvissuti all’Olocausto Africano, Ibuka.

 

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