mercoledì, Settembre 22

'Quelli che osano': l’Islanda in aiuto delle Repubbliche Baltiche

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A Jon Baldvin Hannibalsson abbiamo chiesto se sia veramente compito di un politico sostenere un altro Paese diverso dal suo in un momento di difficoltà. “E’ chiaro che ci sono limiti a quello che un politico può fare”, dice in esclusiva a L’Indro, “ma in questo caso c’erano già buoni contatti tra l’Islanda e il gruppo dei Paesi nordici che erano iniziati sin dal 1988: ma purtroppo i Paesi baltici all’epoca erano talmente poveri da non avere neppure i soldi per il viaggio e quando ci chiesero di incontrarci abbiamo dovuto inviar loro il danaro per il viaggio. Il primo a contattarmi fu Endel Lippmaa, un fisico nucleare estone, quello che nel film dice: ‘Come facciamo a lasciare l’Unione Sovietica se non ne siamo mai entrati a far parte legalmente?’. Anche un rappresentante della Lituania ci contattò ma nessuno dalla Lettonia. All’inizio ci furono contatti personali per parlare della situazione nell’Unione Sovietica e in Russia e ci trovavamo d’accordo che i leader occidentali erano letteralmente ipnotizzati da Gorbachev, la chiamavamo ‘gorbomania’. All’epoca l’opinione pubblica tedesca avrebbe volentieri votato Gorbachev come presidente della Germania, se avesse potuto. In America accadeva la stessa cosa, come emerse da un sondaggio dell’epoca. Poi ci fu la conferenza del CSCE (Conferenza sulla Sicurezza e Cooperazione in Europa) a Copenaghen il 6 giugno 1990. Nella sala furono fatti sedere anche i rappresentanti delle tre repubbliche baltiche. Ma quando il rappresentante russo, un generale pieno di medaglie, si alzò per protestare dicendo ‘se questa gente non viene subito messa alla porta io me ne vado’, il collega danese che aveva organizzato l’incontro, Uffe Elleman Jensen, cedette e i tre furono fatti uscire. Essendo io il rappresentante di un piccolo Paese parlai abbastanza presto (i Paesi più importanti parlavano dopo) e protestai con forza per questo trattamento dicendo che non era accettabile mettere alla porta dei politici eletti democraticamente dai loro parlamenti senza aver dato loro la parola. Io fui l’unico a protestare e questo fu l’inizio del contatto diretto tra me e questi Paesi”.

E da quel momento tutti seppero dove rivolgersi? “Fu proprio così. Il momento cruciale avvenne nel gennaio 1991. Già l’8 gennaio il gruppo di politici intorno a Gorbachev, i dirigenti del ministero degli interni di quel periodo tra cui c’era uno di nazionalità lettone, decisero di intervenire per mandar via il governo lituano con la scusa di proteggere le minoranze russe presenti nel paese. I carri armati cominciarono ad avviarsi e io ricevo questa telefonata nel cuore della notte e decisi di partire subito”.

Ma per andare in territorio sovietico come era allora la Lituania c’era bisogno di un visto! “Allora per non allarmare l’ambasciata sovietica in Islanda chiesi il visto all’ambasciata sovietica ad Helsinki. E riuscii ad arrivare in tempo record a Vilnius”, dice Hannibalsson. E l’appoggio da altri Paesi europei? Nessun altro si mosse, a parte l’Islanda? Nessuno ascoltò il suo appello? “Ascoltarono, ma solo per cortesia. La loro risposta era sempre questa: se appoggiamo questi Paesi a lasciare l’Unione Sovietica, Gorbachev non sopravviverà e magari qualcuno peggio di lui prenderà il suo posto. Per esempio parlando con il ministro degli esteri portoghese o con quello italiano Gianni De Michelis, socialista come me, non trovai nessun appoggio. I Paesi più piccoli dicevano ‘non è affar nostro’ mentre quelli più grandi dicevano ‘lasciamo che se la cavino da soli’. La Germania dal canto suo aveva consegnato miliardi al tesoro russo per sistemare la questione della Repubblica Democratica tedesca (DDR) e non era certo disposta a perdere tutto quel denaro. E così le repubbliche baltiche vennero lasciate ad affrontare da sole la storia. Con l’Islanda al loro fianco”.

 

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