lunedì, Settembre 20

Quelle fabbriche stile Merkel Industrie italiane verso la 'germanizzazione'. Parla l'economista Filippo Peschiera

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Riavvolgiamo il nastro della memoria e guardiamo alla Cronaca che si è fatta Storia. In Italia si spara. Siamo nel cuore degli Anni di Piombo. Il Paese è appena entrato nella delicatissima fase di un nuovo capitalismo post – industriale. Le Brigate Rosse hanno innalzato il livello dello scontro inaugurando l’orribile campagna delle ‘invalidazioni’. A Genova, dove è attiva la colonna più dura e impenetrabile dell’organizzazione terroristica, fra il giugno del ‘77 e il giugno dell’81 vengono messi a segno 15 ferimenti. Dopo i magistrati, le Brigate Rosse individuano nuovi soggetti da colpire: personalità organiche alla Democrazia Cristiana e al mondo del lavoro, impegnate nei processi di ristrutturazione e riforma. Il motto brigatista è, ancora una volta, ‘colpiscine uno per educarne cento’. Di regola, il militante del commando incaricato di far fuoco, si avvicina alla vittima e gli spara, puntando l’arma verso il basso, in direzione delle gambe. Il tutto senza proferire parola, senza stabilire un contatto diretto con l’obiettivo dell’attentato. I nemici devono essere visti come semplici bersagli in quanto simboli di una parte della società che si vuole annientare. Ma a Genova, in un caso, questo schema brutale viene disatteso.

I fatti: le Brigate Rosse decidono di colpire Filippo Peschiera, uno degli esponenti di primo piano della Dc: direttore della Scuola di Formazione Superiore, membro del comitato provinciale dello scudocrociato, docente di Diritto Sindacale e del Lavoro alla Statale di Milano e all’Università di Genova; per molti, l’uomo-cerniera fra la nuova Dc e Confindustria, l’economista che lavorava nel profondo delle relazioni sociali per adeguarle ad una società complessa. Il nucleo brigatista irrompe nella sede della Scuola di Formazione Superiore, immobilizza le cinque persone presenti e le rinchiude in uno stanzino. Al collo del Professor Peschiera viene appeso un cartello sul quale, sotto la scritta Brigate Rosse, si legge ‘servo dello Stato Imperialista delle Multinazionali’. Durante le fasi concitate dell’attentato, uno dei componenti del commando, contravvenendo alla ‘disciplina’ e alla prassi consolidata dell’organizzazione, che imponeva la spersonalizzazione del nemico, attacca discorso con Peschiera. Un rarissimo caso di dialogo tra vittima e feritore. Quando i brigatisti gli appendono al collo il cartello per fotografarlo, il Professore chiede che cosa vi sia scritto; ottenuta la risposta, Peschiera ribatte, spiegando che secondo le concezioni brigatiste può essere anche considerato un servo, ma che per la lotta armata non ci sono sbocchi possibili. E’ a quel punto che il terrorista Livio Baistrocchi (tuttora latitante) si volta e spara cinque colpi. Peschiera viene raggiunto da due proiettili alla gamba sinistra e da un terzo alla destra, altre due pallottole lo sfiorano. E’ il 18 gennaio 1978. Due mesi dopo, a Roma, si darà avvio all’‘Operazione Fritz’, il rapimento di Aldo Moro, i 55 giorni che sconvolgeranno l’Italia.

Quel filo rosso era partito non a caso da Genova e non a caso da quel rapporto, in via di costruzione, tra fabbriche, grandi aziende, trasformazioni e nuovi modelli gestionali.
Il terrorismo aveva cercato di spezzare quel dialogo quando Genova era in qualche modo un avamposto delle riforme giuslavoristiche. Proprio a Genova, Peschiera coordinava la Scuola di Formazione Superiore da lui fondata, un ‘pensatoiodove si approfondivano gli studi sulle relazioni industriali. Si rispondeva ai tempi, affrontando la disciplina del lavoro nell’impresa, che a partire dallo Stato unitario si era espressa nei diversi modelli: conflittuale, partecipativo e collaborativo. Studi che anticiparono questioni oggi cruciali: dal coinvolgimento dei dipendenti nelle strategie d’impresa, alla concertazione o al rapporto tra sviluppo economico e stato sociale.

Non a caso le Br scelsero Peschiera e lui fu l’unico a dialogare con i suoi attentatori. Poi quel filo rosso, dopo essersi interrotto, si è riannodato con gli omicidi di Ezio Tarantelli, Massimo D’Antona e Marco Biagi. Se l’Italia paga oggi un prezzo altissimo, in termini di ritardi strutturali, arretratezze e feroci contrapposizioni, la causa è anche da ricercarsi nella paralisi che si è determinata all’ombra di quelle tragedie. Per queste ragioni, la comprensione del presente, può realizzarsi compiutamente attraverso la rilettura di quei lontani e nefasti antefatti.

Da allora ad oggi Filippo Peschiera ha sofferto per quelle cicatrici profonde, ma questo non gli ha impedito di guardare avanti, e di allevare, in 40 anni di insegnamento, almeno due generazioni di giuslavoristi.
Nucleo fondamentale dei suoi studi, la teoria del contratto di collaborazione tra imprenditori e lavoratori, pilastro del modelloRenano’, adottato, con peculiarità differenti, in Germania, Austria, Paesi Bassi, e, come vedremo, anche in alcune grandi realtà industriali del Nord Italia. Senza dimenticare il caso esemplare del Giappone dove la partecipazione dei dipendenti alla gestione dell’impresa (considerata unità sociale oltre che produttiva) è così forte, che per un giapponese, essere licenziato, è come essere espulso da una seconda famiglia.

Il cuore del metodo, chiamato anche ‘dualistico’ o ‘tedesco’, è una vera e propria cogestione aziendale che vede associate nelle decisioni tutte le parti in causa: introdotto nel 1976 dal Cancelliere Helmut Schmidt, il modello stabilì l’inclusione dei sindacati nei consigli di amministrazione delle aziende, assieme ad azionisti, imprenditori e quadri. In Germania prevede obbligatoriamente che tutte le imprese, organizzate sotto forma di società di capitali, ed altre, che impieghino un numero di dipendenti superiore ad una certa soglia, siano soggette allo statuto compartecipativo. L’idea portante è che lo stesso concetto di libertà è vuoto se non è connesso a quello della responsabilità.

Sulla base di questa impostazione il dialogo sociale diventa talmente fondamentale, che senza di esso, le imprese non potrebbero funzionare. In questa forma di cooperazione, di capitale e lavoro a base associativa, le parti non sono più l’una di fronte all’altra, divise dal filo spinato della contrapposizione, ma l’una accanto all’altra. E’ l’affermazione dell’economia sociale di mercato, della democrazia economica basata sulla partecipazione: applicazioni che hanno consentito, e tuttora consentono, alla Germania di mantenere il suo ruolo egemone, mentre i Paesi mediterranei del sud Europa sono ancora impegnati a fronteggiare, con enorme fatica e sacrifici, gli effetti devastanti della recessione, la cui origine risale, ormai, al 2008.

La lezione principale offerta dal modello tedesco è testimoniata dai risultati: essere riusciti a far rivivere un Paese schiacciato dalla guerra e aver riunificato con successo due territori e due economie: un Paese liberale ed una realtà (la Ddr) schiacciata da quasi 40 anni di totalitarismo comunista.
Occorre ricordare che la Germania, all’inizio del nuovo millennio, e dopo la riunificazione del 1989, aveva un livello di crescita modesto, una spesa pubblica fuori controllo, una disoccupazione di proporzioni enormi. Gerhard Schröder, Cancelliere dal 1998 al 2005, per risanare il Paese e restituirgli la capacità di competere, non esitò a modificare la natura ed il carattere dello stato sociale, introducendo una riforma del mercato del lavoro, con cui l’economia tedesca ha ritrovato lo slancio e la sua vitalità produttiva. Un’azione di Governo innovativa e riformatrice, proseguita da Angela Merkel, che ha permesso di vincere le sfide della globalizzazione.
La Germania ha fornito le maggiori somme nei piani di salvataggio per la Grecia e la zona euro e, nello stesso tempo, ha raggiunto l’equilibrio tra efficienza ed equità, rafforzando la protezione sociale e ottenendo i migliori risultati in termini di occupazione e di partecipazione al mercato del lavoro. Prestazioni che sono le prove dell’idillio e del ‘miracolo’ tedesco.

Nel saggio di Filippo Peschiera ‘Rapporti Speciali Italia Germania: Verso il modello renano‘ vengono evidenziati, con rigore storico, i valori di questo sistema: «La cogestione favorisce le imprese e i lavoratori con salari che sono i più alti del mondo, mentre le imprese, evitando ogni conflitto, realizzano un autofinanziamento tra i più alti d’Europa. Nel modello renano i sindacati sono forti, rappresentativi e responsabili; il tasso di sindacalizzazione è uno dei più alti del mondo; la loro potenza finanziaria è proporzionale alla loro rappresentatività, le quote di adesione individuale sono elevate (il 2% del salario prelevato dalla busta paga); ciò consente di disporre di mezzi invidiati dai sindacati di tutto il mondo. Le loro casse permettono, quando c’è bisogno, di versare agli operai in sciopero il 60% del salario, uno strumento di dissuasione molto efficace nei confronti del padronato; i negoziati hanno cadenza regolare ogni tre, quattro anni e durante l’accordo non c’è contrapposizione. Una strategia che ha salvato la Germania dalla crisi».

Nella prefazione dello studio, Paolo Savona, ex Ministro dell’Industria nel Governo Ciampi, si domanda quali siano le ragioni per cui il modello collaborativo non abbia trovato presa in Italia e se possa affermarsi in futuro: «E’ sintomatico che quasi ogni sintomo di collaborazione venga da noi comunemente bollato comeinciucio’. Come mai, invece, abbia trovato radici in Germania, dotata di una cultura notoriamente più incline alla superiorità antropologica che sfocia nell’imposizione talvolta violenta delle proprie concezioni, non è facile da stabilire. In Italia, l’avanzamento delle condizioni di vita dei lavoratori, (l’autunno caldo, il salario ‘variabile indipendente’ o la bocciatura della scala mobile), è stato ottenuto, quasi sempre, attraverso il conflitto, un approccio, che aldilà dei risultati immediati, non ha consentito di mettere a fuoco i vantaggi dell’alternativa collaborativa. Tutto ciò ha spinto le élite culturali e politiche a cavalcare il potere acquisito dai sindacati stabilendo un reciproco sostegno».

La contrapposizione, il muro contro muro, la resistenza al dialogo; fattori, che sebbene abbiano condizionato in negativo le relazioni sociali nel nostro paese, sono stati attenuati dal meccanismo della concertazione.

 

Professor Peschiera qual è il suo giudizio ?
I sindacati hanno sostanzialmente accantonato, ma non messo in soffitta, l’approccio conflittuale tra capitale e lavoro e, invece del metodo collaborativo, si è fatto strada quello della concertazione che consiste nel chiedere molto sapendo di poter ricevere poco. La concertazione – avverte Peschiera – depotenzia il ruolo delle mobilitazioni di piazza, principale strumento del conflitto, con effetti positivi sulla pace sociale, ma senza poter offrire quei miglioramenti di benessere che sarebbero garantiti dall’accettazione piena del metodo collaborativo in stile renano, il quale si basa sul meccanismo di ottenere, sotto forma di partecipazione agli utili, ciò che si può ottenere in forma di salario, purché i lavoratori rispettino le regole del capitalismo globale.

 

L’economista Paolo Savona rilancia: «E’ convincente la tesi di educare i sindacati a partecipare alle sorti delle imprese, traendone beneficio, senza passare dai riti della concertazione. Ma anch’essi devono diventare un corpo scelto di potenziali manager, devono trasformare profondamente la loro professionalità».

 

Del resto la Cancelliera tedesca Angela Merkel, condividendo il giudizio espresso dalla Commissione Europea e pur riconoscendo all’Italia e alla Francia un certo impegno sul versante delle riforme, continua a sostenere che quanto presentato fino ad oggi dai due Paesi, non è sufficiente. Italia sotto esame, Italia rimandata.

Eppure qualcosa si muove. Mentre il Censis offre l’impietosa fotografia di una società italiana che umilia i giovani, stremata da sei anni di crisi, con gli investimenti delle imprese che hanno raggiunto il livello più basso degli ultimi 13 anni, nelle relazioni industriali inizia a far breccia una rivoluzione che rischia di prendere di sorpresa quasi tutti: non solo i sindacati o Confindustria, ma persino il Governo di Matteo Renzi che sull’innovazione ha impostato la sua politica. Artefici del processo di ‘germanizzazione’ i pochi, ma grandi investitori internazionali presenti, oggi, nel nostro paese.

In un saggio di prossima pubblicazione, Filippo Peschiera analizza l’applicazione del modello tedesco in alcune realtà industriali del nord Italia. Nella nostra ricerca abbiamo individuato la Ducati, passata tramite Audi, sotto il controllo di Volkswagen, la Lte di Ferrara, controllata dalla giapponese Toyota, gli americani di Philip Morris a Bologna, Luxottica e anche un gruppo globale di proprietà italiana come l’Officina G.D del Gruppo Coesia di Isabella Seragnoli.
Questi gruppi stanno proponendo ai lavoratori più investimenti e nuove assunzioni in cambio di deroghe più o meno importanti dai contratti nazionali.

Capofila di quella packaging valley emiliana che continua a macinare profitti esportando, è Coesia, il Gruppo di aziende guidato da Isabella Seragnoli, noto nel mondo per gli imballaggi e per le sue prodigiose macchine automatiche (le ultime sfornate sono capaci di impacchettare 20mila sigarette al minuto). Negli anni più feroci della crisi, dal 2008 ad oggi, Coesia è passato da 711 milioni a 1,4 miliardi di euro di fatturato. 5.800 dipendenti, 92 unità operative (55 delle quali sono impianti produttivi) dislocate in 31 paesi. Non siamo a Stoccarda o a Dusseldorf, ma a Bologna. In pieno stile tedesco, il Gruppo ha creato il Mast, una struttura unica in Italia che funge da ponte di collegamento tra il quartier generale dell’azienda e la città; al suo interno un centro polifunzionale all’avanguardia, che comprende anche un nido per i figli dei dipendenti (aperto anche ai bimbi del quartiere), un auditorium e spazi espositivi per la fotografia industriale. Non manca neppure l’intensa attività filantropica nel settore no profit, sfociata recentemente nel finanziamento di un Hospice per malati terminali. Responsabilità, valorizzazione dei talenti, politiche retributive, premi e riconoscimenti adeguati ai risultati raggiunti, sono i valori e i principi che Coesia ha adottato in un Codice Etico basato sulla centralità delle persone.

A pochi chilometri, nello stabilimento Ducati di Borgo Panigale, alla periferia di Bologna, si producono alcune delle moto più ricercate e tecnologiche al mondo dal design inconfondibile. Nel 2013, l’azienda ha chiuso con un profitto operativo sopra al 10% del fatturato e con un primato, a dispetto della crisi e della feroce concorrenza dei colossi nipponici Honda e Yamaha, di 10 milioni di veicoli venduti in oltre 60 paesi. Dimensioni globali e una struttura societaria (la proprietà, ripetiamo, è di Volkswagen) assolutamente inedita per il nostro paese. Nel consiglio di amministrazione, con sede a Wolfsburg in Germania, siede anche il sindacato, sulla base di una serie di accordi e contropartite: responsabilità e coinvolgimento nella gestione, in cambio di investimenti; rinuncia a spostare la produzione in Asia o in Europa dell’Est (in Germania sarebbe concepibile che la Mercedes o la Volkswagen trasferissero la sede sociale in un’altra parte del mondo ?); contratti negoziati a livello dei singoli siti produttivi, con il pieno utilizzo delle fabbriche su sette giorni, all’occorrenza 24 ore su 24, con la garanzia di una formazione di alto livello e premi di produttività in busta paga.

La novità è che ora Audi-Volkswagen cerca di esportare questa formula anche a Bologna. La ricetta è modulata sul modello tedesco: nuove regole sulle pause, abbattimento degli sprechi di tempo, disponibilità da parte degli operai migliori, a coprire turni di notte e festivi. Impegno e qualità, resa e disciplina. E in cambio ? Investimenti per 250 milioni in cinque anni, nuove assunzioni, premi da 2000 o 2500 euro annui per chi si è distinto nell’efficienza e nei risultati, più un premio di produttività basato sulla valutazione individuale di ciascuno dei mille dipendenti.

L’esempio di Ducati pone una nuova sfida per tutti. Già ora i negoziati dei contratti in azienda sono diffusi in più di un terzo delle imprese del centro-nord e in meno dell’1 per cento delle imprese del Sud.

Ma non è tutto.
A Bologna è già sbarcato quel modello duale tedesco di alternanza scuola-lavoro, tante volte auspicato da più parti, per avvicinare bisogni delle imprese e mondo dell’istruzione. Con un finanziamento di circa 3milioni di euro, Ducati e Lamborghini (altro marchio italiano controllato da Volkswagen) hanno avviato una ‘Scuola dei mestieri’ che consentirà ai ragazzi di due Istituti tecnici bolognesi, il Belluzzi Fioravanti e l’Aldini Valeriani, di svolgere gli ultimi due anni di studio, parte in fabbrica e parte nelle aule. Sei mesi di studio e sei mesi di lavoro, teoria nella scuola, ed esperienza pratica in azienda. Esattamente come avviene in Germania. Per il ‘made in Italy‘ si tratta di una vera e propria assicurazione sul futuro. I 48 ragazzi coinvolti nel progetto, che si dividono tra la scuola e i laboratori di Ducati e Lamborghini, diventeranno tecnici, esperti di meccatronica e riparazioni per il settore auto e moto, grazie a borse di studio-lavoro da 600 euro netti al mese.

Imparare, guadagnando: si tratta dell’aspetto vincente del modello formativo tedesco, poiché da un lato permette di inserire efficacemente i giovani nel mondo del lavoro sin dal termine della scuola dell’obbligo e, dall’altro, consente alle aziende di investire in futuri collaboratori. Il progetto, assecondato dalla Fiom e dagli altri sindacati, è diventato operativo nel mese di ottobre; prevede, nella prima fase, lezioni nelle scuole; poi, da febbraio 2015, si affiancheranno le ore in fabbrica, sotto la guida di istruttori e tutor aziendali. Il bando non prevede automaticamente, alla fine del biennio, l’assunzione del giovane, ma è chiaro che le due aziende hanno tutto l’interesse a formare il proprio possibile personale futuro.

Ci sarà un motivo se la disoccupazione giovanile in Italia è al 45% e in Germania al 7%. Nel suo saggio Filippo Peschiera evidenzia come il modello tedesco scuola – lavoro abbia sfornato un’elite di supermanager: i cinque ai vertici della Deutsche Bank, della Deutsche Bahn e della Bayer, sono arrivati ai posti di comando partendo proprio dalla formazione duale tedesca.

 

Professor Peschiera, si sono mai verificate in Italia condizioni favorevoli all’applicazione del modello tedesco?
Si, le società di Mutuo Soccorso ispirate da Giuseppe Mazzini, sono il primo esempio di solidarismo in Italia. Il modello collaborativo si ripropone tuttavia per un fatto che almeno per il nostro Paese è unico: la comparsa della dottrina sociale della Chiesa. Nella Rerum Novarum di Leone XIII, si richiama ad un’adeguata retribuzione che dovrebbe permettere al lavoratore di risparmiare e di diventare proprietario perché “cresca il più possibile il numero di proprietari”. Poco dopo a Vicenza, al Congresso dei cattolici del 1891, il presidente della Sezione economica Giorgio Gusmini sostiene il superamento del sistema salariale attraverso l’introduzione del principio di partecipazione agli utili che diventerà cardine del programma del Partito Popolare. Più avanti, nell’immediato secondo dopoguerra, la città laboratorio del modello collaborativo sarà Genova.

Per quali ragioni ?
Grazie all’esperienza di due società del settore marittimo – portuale: la Messina e la Marcevaggi fautrici della codeterminazione nella gestione aziendale. Ma il processo, sostenuto anche dal Cardinale Giuseppe Siri, si esaurì a causa del conflitto in fabbrica proclamato dal sindacato di ispirazione comunista. Con il decollo del modello Renano, l’Italia, forse, avrebbe preceduto la Germania verso una buona economia e una grande giustizia sociale.

 

Ci si chiede: il varo del modello dualistico nel nostro Paese poteva forse rappresentare una buona occasione per dare finalmente piena attuazione a tale principio? In Italia il coinvolgimento dei lavoratori alla gestione delle aziende è stato recepito dal legislatore, senza però alcun accenno alla possibilità di attuare forme di compartecipazione equiparabili alla cogestione di matrice tedesca. L’articolo 46 della nostra Costituzione, recita: «Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge, alla gestione delle aziende». Tuttavia, così non è stato: la partecipazione economica dei lavoratori è stata vista con sospetto sin dagli albori della Repubblica. Il diffuso scetticismo e soprattutto la tradizionale, quasi unanime ostilità del mondo politico e sindacale, hanno bloccato per decenni l’opportunità offerta dalla Costituzione. In altri termini, nel nostro Paese le relazioni industriali si sono sviluppate nel solco conflittuale della lotta di classe, mentre ogni forma di collaborazione tra le parti sociali è stata di fatto ignorata, pregiudicando così un reale avanzamento culturale ed economico, condizione essenziale per reagire alla crisi.

Peraltro, il fronte dell’imprenditoria di Confindustria ha sempre intravisto nel modello collaborativo tedesco un espediente per scaricare sui datori di lavoro i costi della pace sociale, dell’aumento dei salari e della produttività. Un’ostilità che ha trovato una sponda nella posizione dei sindacati più radicali, come la Cgil, i quali hanno da sempre avversato forme di contaminazione fra capitale e lavoro. Che spazio poteva avere la collaborazione dei lavoratori alle scelte aziendali, in una strategia che contemplava l’uscita dal capitalismo tramite una dura lotta di classe? Certo, negli anni Settanta emersero correnti più moderate, sia Bruno Trentin che Luciano Lama, flirtarono esplicitamente con gli orientamenti delle socialdemocrazie continentali (concertazione e cogestione, appunto). Ma l’esigenza di conservare unità interna e di non avere nemici a sinistra mantennero la Cgil su posizioni molto distanti da quelle tedesche. Esaurita la breve stagione della moderazione durante i governi di unità nazionale (1976-1978), gli anni Ottanta segnarono il ritorno di una strategia di antagonismo conflittuale da parte della Cgil e di netta rottura con la Uil e la Cisl. Intorno agli anni Novanta, in sede di concertazione con vari Governi, è stata proprio la Cisl (durante la segreteria di Franco Marini) a portare alla ribalta, per la prima volta, anche in Italia, i temi della democrazia economica e della partecipazione finanziaria dei lavoratori. Tuttavia, nonostante le spinte innovative, la monolitica idea di fondo – ‘è meglio che i rischi d’impresa restino in capo agli imprenditori’- alla fine ha sempre prevalso.

 

Oggi, però, il clima sta mutando. “La crisi delle ideologie e del concetto di classe configura la fine di un mito nel quale sono cresciuti tutti i ‘mostri’ del Novecento”, spiega Filippo Peschiera. “Tramonta il modello conflittuale nell’impresa e soprattutto prende quota il modello collaborativo. Per i sindacati è l’occasione di recuperare un ruolo di co-protagonisti nelle scelte di cambiamento, non solo in quelle che difendono a oltranza lo status quo. Fortunatamente si stanno profilando alcune condizioni, che se compiutamente assecondate, potrebbero anche favorire l’azionariato dei dipendenti che consente di rendere compatibile la flessibilità con la sicurezza e di sopportare meglio le variazioni della remunerazione e dell’impiego”.

 

Una conferma arriva dall’annunciata parziale privatizzazione di Poste Italiane, mediante un piano che prevede la cessione di una quota di azioni ai dipendenti, che entreranno così nel capitale aziendale dando vita ad una nuova esperienza di ‘democrazia economica’ e di compartecipazione alle strategie del Gruppo. La proposta segue, peraltro, una risoluzione del Parlamento europeo che invita i governi a favorire la partecipazione dei lavoratori agli utili d’impresa. Queste, dunque, le prime prove di cogestione, azionariato dei dipendenti e alternanza scuola – lavoro: forse il segno che le nostre relazioni industriali sono diventate più mature. Willkommen in Italien!

 

 

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