lunedì, Maggio 10

Quella nuova Chiesa Ortodossa ucraina che preoccupa Mosca Da Istanbul il via libera per la nuova Chiesa ortodossa ucraina. E si aprono nuovi problemi

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La religione non è mai solo religione e la politica non è mai solo politica. Se questo è vero nella maggior parte dei casi, è ancora più vero nel mondo russo-ortodosso. La commistione fra Chiesa e Stato è molto forte in quell’area del globo. Qualsiasi accadimento in un ambito ha ripercussioni nell’altro e viceversa. Non deve quindi stupire che le tensioni, sfociate in aperta violenza, fra Russia e Ucraina abbiano provocato (e, in questo caso, riacceso) dissidi interni all’Ortodossia. L’invasione russa della Crimea, avvenuta nel 2014, e il supporto di Mosca ai separatisti del Donbass hanno ridotto ai minimi termini le relazioni fra i due Stati un tempo parte dell’Unione Sovietica. Tutti i legami che univano e uniscono Russia e Ucraina vengono così messi in discussione: se il rapporto politico-diplomatico si può già considerare deteriorato e al limite dell’insanabile, quello religioso si avvia a proseguire lungo la medesima strada.

La Chiesa Ortodossa ucraina fa ufficialmente riferimento a quella russa, guidata dal patriarca Kirill. Quest’ultimo è fra i più accesi sostenitori del Presidente russo Vladimir Putin, che ha trovato, nella religione, uno degli strumenti propagandistici più efficaci e una delle giustificazioni per le sue condotte geopolitiche. Se Kirill è il ‘Patriarca di tutte le Russie’, Putin vuole far rivivere alla Russia i suoi fasti imperialistici, sul modello zarista. La religione ortodossa, così come la lingua e la cultura russa, sono i tre elementi identitari su cui punta il Presidente russo per rafforzare e corroborare la propria egemonia in alcune zone dell’est Europa, in quella parte del mondo russo che sta al di fuori dei confini nazionali propriamente detti e intesi. Bielorussia e Ucraina sono quindi fra le aree più interessate dalle mire espansionistiche (da intendere non principalmente e unicamente in senso strettamente territoriale) di Mosca. Basti pensare che, a giustificazione dell’annessione della Crimea da parte russa, sono state date non meglio spiegate ragioni di difesa delle popolazioni di lingua e cultura russa. In particolare, l’Ucraina ha un’importanza fondamentale nella storia russa: Kiev è stata sede della Rus’, l’embrione dell’attuale stato russo.

L’Ucraina, tuttavia, vive da secoli scissa fra le due anime slavofile e occidentaliste e, da un punto di vista religioso, la dipendenza della Chiesa ucraina a quella russa non è unanimemente riconosciuta. Nel mondo ortodosso ucraino vivono tre anime: la Chiesa Ortodossa Ucraina legata al patriarcato di Mosca (il 23% degli ortodossi ucraini), quella legata al patriarcato di Kiev (il 38,1%) e la cosiddetta Chiesa Autocefala Ortodossa d’Ucraina (il 2,7%). Il 33% restante si dichiara semplicemente ortodosso. Le ultime due costituiscono il fronte avverso alla Russia e sono il polo attorno al quale si stanno regolando i conti fra la Chiesa moscovita e quella costantinopolitana.

Infatti, a fronte di una Chiesa Ortodossa russa che avoca a sé il ruolo di rappresentante del mondo ortodosso, permane la presenza del Patriarcato Ecumenico Ortodosso di Costantinopoli, storicamente centro della Cristianità d’Oriente da quando, nel 1054, i destini della Chiesa romana e quella costantinopolitana si sono divisi per sempre: era lo scisma d’Oriente. L’odierna Istanbul, considerata la Seconda Roma sin dai tempi dell’imperatore Costantino, è rimasta poi guida del mondo ortodosso, finché, il crollo dell’Impero Romano d’Oriente e l’arrivo dell’islamico Impero Ottomano ha ridotto di molto il raggio d’azione del Patriarca di Costantinopoli. Era il 1453. Da quel momento, c’è chi iniziò a vedere Mosca come guida dell’Ortodossia, benché il ruolo di primus inter pares continuò a spettare al Patriarca di Costantinopoli.

Bartolomeo, il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, a seguito delle richieste da parte dell’Ortodossia ucraina, che non ha mai del tutto accettato la sottomissione a Mosca, con una dichiarazione dell’11 ottobre ha conferito a quella ucraina la possibilità di configurarsi come Chiesa autocefala, ossia autonoma. Mosca è ovviamente andata su tutte le furie: riconoscere a quella ucraina la legittimità di essere indipendente da Mosca significa riconoscere una certa alterità (religiosa, ma anche nazionale) della popolazione ucraina rispetto a quella russa. In ultima analisi, vuol dire minare alla base l’assunto propagandistico, di sapore zarista, che presentava Putin come una sorta di ‘imperatore di tutte le Russie’.

Come si è già detto, Stato e Chiesa sono andati (e vanno) a braccetto su più di una questione. Putin, per il supporto ottenuto nel corso dei suoi quasi vent’anni di Presidenza, ha fatto ampie concessioni alla Chiesa russa, ottenendo in cambio il decisivo supporto. La religione è diventata strumento di soft power, sia esso politico, diplomatico, ma anche economico. Il patrimonio immobiliare, artistico e finanziario della Chiesa ortodossa russa travalica i confini nazionali: sottoposti al diretto controllo del patriarcato moscovita vi sono proprietà presenti in gran parte dei territori un tempo facenti parte del vastissimo Impero Russo, poi passato sotto il controllo dell’Unione Sovietica. Ovviamente, fra questi, figura anche l’Ucraina, il più prezioso dei gioielli sulla corona dello zar. Un’autocefalia della Chiesa ortodossa ucraina comporterebbe un grosso problema per Putin: una gran parte del patrimonio oggi appartenente alla Chiesa ortodossa dipendente da Mosca rischia di andare persa.

Alcuni fra i monasteri e le chiese appartengono allo Stato ucraino, ma la questione non è di così facile risoluzione. Si prenda il caso dei monasteri di Kiev-Pechersk e Pochayiv. Sono fra gli edifici più importanti dell’Ortodossia. L’ex Presidente Viktor Yanukovich, russofilo, ha concesso le proprietà in affitto cinquantennale alla Chiesa moscovita, ma il patto può essere rivisto dai successivi Governi. Che cosa accadrebbe se questo accordo venisse cambiato in favore della Chiesa di Kiev? E che cosa succederebbe nelle altre diverse realtà? Perché, se è vero che il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, nella sua dichiarazione ha lanciato un appello affinché si evitassero violenze, appropriazioni del vasto patrimonio delle Chiese e atti di ritorsione, è anche inevitabile che, come in ogni separazione, una delle due parti rimarrà delusa. Secondo la legge ucraina, la proprietà degli immobili ecclesiastici appartiene alle singole parrocchie, che hanno il diritto di scegliere autonomamente la propria strada. All’interno della singola parrocchia, la parte sconfitta considererà come un oltraggio il passaggio della Chiesa all’una o all’altra parte.

È evidente che si apre un momento delicato all’interno del mondo ortodosso. La Chiesa ortodossa russa ha rotto i rapporti con Costantinopoli, dichiarando Bartolomeo come scismatico. Gli ucraini, dal canto loro, devono organizzare la nuova Chiesa autocefala e, le due Chiese ortodosse non moscovite (quella facente riferimento a Kiev e la cosiddetta Chiesa Autocefala) sono già in concorrenza: se Filarete, patriarca di Kiev, ha dichiarato che la guida della nuova entità spetta a lui, dalla Chiesa Autocefala fanno sapere che non sono intenzionati a farsi semplicemente inglobare dai primi. E così, appena nata, la nuova Chiesa ortodossa ucraina rischia già di dividersi.

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