mercoledì, Maggio 12

Quella mia intervista ad Andreatta.. field_506ffbaa4a8d4

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Adesso lo posso dire. Ora che Renzi nella sua offensiva distruttiva della sinistra rottama anche l’Ulivo, posso autodenunciarmi. Sono tra i colpevoli di quel crimine. Nel mio piccolo ho avuto un ruolo nell’avvio dell’alleanza tra ex democristiani di sinistra ed ex comunisti. Ho perfino contribuito a lanciare la candidatura di Romano Prodi a Presidente del Consiglio. Potrò mai essere perdonato?

15 anni fa se ne andava Beniamino Andreatta
Sono passati 15 anni. Era la sera del 15 dicembre 1999 quando, nel corso di una seduta parlamentare sulla Finanziaria, Beniamino Andreatta fu colpito da un infarto con ischemia celebrale ed entrò in coma profondo. Non si risvegliò più, anche se il suo cuore avrebbe smesso di battere sette anni dopo, il 26 marzo del 2007 nel reparto di rianimazione del Policlinico Sant’Orsola di Bologna.

L’intervista a “l’Unità” che lanciò Prodi e l’Ulivo
Lo ricordo non perché Andreatta sia stato un mio maestro, o perché abbia condiviso con lui percorsi personali o di amicizia, cultura e formazione politica. Lo ricordo perché quattro anni prima, nel 1995, gli feci un’intervista che allora fece scalpore. Uscì sulla prima pagina de ‘L’Unità‘, continuando e occupando poi tutta la seconda. Andreatta, che allora era capogruppo dei popolari alla Camera, annunciava l’alleanza tra il Ppi, erede progressista della Dc, e la sinistra ex Pci dei Democratici di sinistra. Qualche settimana dopo ci fu il lancio della candidatura di Prodi a Premier che avrebbe poi aperto la stagione dell’Ulivo.

 

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L’intervista ad Andreatta, per L’Unità, che lanciò l’Ulivo

 

E’ stato il “colpo” giornalistico più importante della mia carriera, sotto il profilo politico. E non fu facile realizzarlo. L’intervista la feci in due momenti diversi. La prima parte a margine di una iniziativa serale a Palazzo Pepoli: un dibattito sull’economia a cui partecipava anche l’allora presidente della camera di Commercio, Giorgio Guazzaloca, che Andreatta concluse. La seconda parte la feci il giorno dopo per telefono, con Andreatta che era a Roma nella sede dell’Arel, nell’ufficio che è oggi di Enrico Letta.

L’annuncio della candidatura del “professore”
L’11 gennaio 1995 l’intervista uscì con grande rilievo su “l’Unità”. Non fu un vero e proprio scoop, nel senso che l’intesa tra Ppi e Ds era nell’aria e politicamente era già stata decisa. Diversamente Andreatta non avrebbe accettato di fare quell’intervista proprio e solo a l’Unità. Ma ebbe ugualmente una grande eco. Gli sviluppi furono rapidi. Il 2 febbraio 1995, al termine di una riunione nel suo ufficio di Montecitorio con Giovanni Bianchi e Nicola Mancino, Andreatta annunciò la candidatura di Romano Prodi alla Presidenza del Consiglio. Pochi giorni dopo il “professore” sciolse la riserva e accettò.

Ulivo e Pd, dove sta la differenza
L’Ulivo, oggi tanto bistrattato da Renzi, rappresentava un incontro vero tra diverse culture e storie politiche che si alleavano sui contenuti di un progetto comune di cambiamento e di governo di un Paese uscito stremato dalla stagione del Pentapartito, del Craxismo e di Tangentopoli. Tutt’altra cosa, e ben più nobile, della “fusione fredda”, con matrimonio dal notaio e rigorosa separazione dei beni, che anni dopo avrebbe portato alla nascita del Pd.

A me il progetto dell’Ulivo piaceva. E mi piaceva anche Romanone Prodi con il suo faccione pacioso, la sua sobrietà ed “emilianità”. Mi sembravano – l’Ulivo e Prodi – gli unici soggetti capaci di amalgamare culture e sensibilità diverse senza vanificarne l’identità; i soli in grado di aggregare le tante anime del centrosinistra e di portarle a vincere.

Il “Laboratorio Bologna” dove nacque l’alleanza tra ex Dc ed ex Pci
L’incontro tra popolari e democratici di sinistra, e con esso l’Ulivo, era nato nel “pensatoio” del Mulino e nel “laboratorio” Bologna, allora vero centro della politica italiana. Un luogo dove si ritrovavano cattolici democratici come Pietro Scoppola e Beniamino Andreatta, socialisti riformisti come Gino Giugni e Federico Mancini, intellettuali vicini al Pci come Gianfranco Pasquino e laici anche piuttosto anticomunisti come Nicola Matteucci e Angelo Panebianco.

Un cenacolo che comprendeva l’Istituto Cattaneo, creato dagli stessi intellettuali della rivista Il Mulino, e le società di studi economici Prometea (fondata proprio da Beniamino Andreatta nel 1974) e Nomisma (fondata nel 1981 da un gruppo di economisti tra cui Prodi). Centri che sarebbero poi diventati fabbriche di classe dirigente: di affermati economisti come Franco Bernabè, Massimo Ponzellini, Patrizio Bianchi, e di futuri ministri come Nerio Nesi, Paolo De Castro, Giorgio Ruffolo, Alberto Clo, Giulio Santagata a Piero Gnudi. Prodismo e Ulivo sono nati in quel contesto.

La sconfitta di Occhetto e la vittoria a sorpresa di Berlusconi
E lì che nella prima metà degli anni Novanta maturò l’alleanza tra post-democristiani e post-comunisti. Il muro di Berlino era caduto da poco. Tangentopoli aveva devastato la Dc, il Psi e alcuni partiti minori come il Psdi e il Pli. Solo il Pci si era parzialmente salvato dalle inchieste del pool milanese di “Mani Pulite”. Achille Occhetto aveva fatto la “svolta della Bolognina” cambiando nome al partito. Col Partito democratico della sinistra (Pds) aveva aggregato altre forze progressiste e varato la sua “meravigliosa macchina da guerra”. Ma le elezioni politiche del 1994 le vinse, a sorpresa, Silvio Berlusconi, che era da poco “sceso in campo” sdoganando gli ex fascisti e ricompattando il fronte del centrodestra, che è da sempre maggioritario in Italia.

E Andreatta disse: “La prossima volta vincerà Pippo Baudo e sarà il nostro candidato”
Fu allora che Beniamino Andreatta si convinse ad accelerare i tempi del suo progetto di alleanza con la sinistra ex comunista. Negli anni Sessanta, in una storica conferenza all’Università americana di Bologna “Johns Hopkins” aveva già schierato il Mulino in favore del centrosinistra (poi i sociologi americani avrebbero trovato nella rivista i loro divulgatori italiani; cosa che permise agli intellettuali cattolici, liberali e socialisti di confrontarsi senza le barriere imposte dalle ideologie del tempo e di dialogare con i comunisti). Ma fu la sera della prima vittoria di Berlusconi che il professore trentino intravide profeticamente la mutazione genetica che stava maturando nella politica italiana. Tanto che disse ai figli: “Figlioli, la prossima volta le elezioni le vincerà Pippo Baudo e sarà il nostro candidato”. Si è sbagliato, ma non di molto. Quindici anni dopo il candidato vincente sarebbe stato un altro “bravo presentatore”.

 

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