domenica, Aprile 18

Quel matrimonio rinviato per ordine ricevuto … dal Pci “Il Partito viene prima di tutto”: questa era la prassi del Pci da tutti, volontariamente, accettata

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Il brano che segue è tratto dal libro ‘Il Cavaliere e la notte’ (Centro Studi Mediterranei) dell’On. Agostino Spataro, già Deputato, ex membro della Commissione Esteri della Camera e storico esponente del Pci, di cui oggi ricorre il centenario dalla fondazione.

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A una certa età, inevitabilmente, l’uomo diventa più riflessivo e s’interroga su fatti e cose apparentemente banali o dati per scontati. In questi giorni freddi dell’inverno ungherese, avvicinandosi la data, mi sono chiesto che cosa sia in realtà il compleanno. È un anno di vita in più o in meno? In più o in meno, rispetto a che cosa, a quale traguardo? Un anno rubato alla Signora che attende, inquieta, in fondo al viale o aggiunto alla vita fin qui vissuta? 

Le risposte non sono facili. Dipendono dal punto di vista personale, perfino dall’umore momentaneo. Nell’incertezza, sarebbe preferibile non festeggiare la ricorrenza. Obliarla, se possibile. Ma come si fa se tutti te la ricordano? Affettuosamente. Ora anche FB.

Quest’anno, addirittura, ho festeggiato due volte il compleanno. Una prima in casa, la sera del 21 gennaio, con Jolikè (alias Laky Ilona Gyongyvér ) la quale, per l’occasione, ha preparato un fritto d’infidi gamberi congelati provenienti dai lontani mari del Sud, esattamente dalla Nuova Zelanda. Il tutto innaffiato con un vivace frizzantino ungherese. Una seconda volta nel nostro ristorante preferito, la sera del 22, per dare soddisfazione alla famiglia, per occhio di popolo come si suol dire. In fondo, onorai le mie due date di nascita. Nacqui due volte, come spiegherò più avanti!

Con Joliké stiamo insieme da più di 45 anni. Un vero record, in tempi di divorzi facili. E dire che il nostro matrimonio non si celebrò sotto i migliori auspici. Chiarisco. Fissammo la data per il 26 luglio 1971, a Ecser, (Budapest) in Ungheria.

Il giorno non fu scelto a caso. Era, infatti, quello dell’assalto alla caserma Moncada (26 luglio 1953) da parte delle brigate castriste che, per quanto fallito, segnò l’inizio alla Rivoluzione cubana. Ma, quel matrimonio fu, inaspettatamente, rinviato per ordine ricevuto dal … Partito.

Cosa accadde? In quel fine luglio, il gruppo dirigente della federazione agrigentina del Pci era impegnato in una difficile discussione interna d’inquadramento, resasi necessaria a seguito delle disastrose (per noi) elezioni regionali di qualche mese prima.

Fu il compagno Emanuele Macaluso, a quel tempo segretario regionale e membro dell’UP (Ufficio politico), a chiedermi, in maniera piuttosto risoluta, di rinviare il matrimonio a dopo la conclusione del confronto sul riassetto dirigenziale cui ero personalmente interessato.

Opposi le mie ragioni, ma non ci fu verso. Evidentemente, non risultai convincente. D’altra parte, ero perfettamente al corrente che il “Partito viene prima di tutto”. Ero convinto di questo assunto, tanto da notificarlo alla mia futura sposa. Accettai a malincuore il rinvio, senza polemiche, senza risentimenti. Questa era la prassi del Pci da tutti, volontariamente, accettata. 

Per noi, il Partito era lo strumento principale della lotta per la libertà e l’emancipazione dei lavoratori e, in quanto tale, lo vedevamo come una sorta di “entità suprema”, operante per la giusta Causa, che ogni militante e dirigente doveva difendere e rafforzare.

Oggi, un fatto del genere risulterebbe incredibile. Ma vi assicuro che così andarono le cose. Lo possono testimoniare tanti compagni e amici che in quel 26 di luglio ci inviarono telegrammi (che conservo da qualche parte) augurandoci “mille di questi giorni”.

Un augurio un po’ amaro, beffardo. Soprattutto per la povera Elena che, dalla lontana Ungheria, non si capacitava del fatto che si potesse rinviare un matrimonio per ordine del Partito. Un fatto inaudito anche per loro che, pur vivendo in regime di “partito unico”, non riuscivano a comprendere la nostra rigidità disciplinare. La notizia era talmente incredibile che temette un mio ravvedimento, in extremis. 

In realtà, il matrimonio fu celebrato una settimana dopo, il 31 luglio del 1971 a Ecser, in provincia di Budapest, in modo molto sobrio e “allietato” da alcuni episodi stravaganti, perfino divertenti. 

Fra i quali ricordo il ritardo accumulato dai miei due testimoni di nozze, Angelo Capodicasa (futuro presidente della Regione Sicilia)  e Giovanni Sacco, i quali giunsero in Ungheria in “500”… otto giorni dopo la celebrazione del matrimonio.

Se avrò tempo e gana, pubblicherò altri particolari di questo mio pazzotico matrimonio ungherese. Nonostante tutto ciò, la nostra lunga unione si è cementata nel tempo. Con Elena, che col tempo iniziai a chiamare Joliké , abbiamo attraversato la vita, il nostro tempo. Abbiamo lottato, sofferto e gioito sorretti da un grande affetto, da una solida intesa che ci ha consentito di creare una bella famiglia, al di fuori di ogni legame di sangue, nello spirito della solidarietà umana che è il fondamento del nostro Ideale. Mai rinnegato.

45 anni! Non sono robetta. Invece di farci i complimenti, le persone si mostrano sorprese per la nostra lunga convivenza. Vogliono conoscerne il “segreto”.

Ricordo che una sera, passeggiando con Jolikè nella centralissima Deak ter di Budapest, ci fermò una ragazza che stava festeggiando con le amiche l’addio al nubilato. Anche lei ci domandò il “segreto” della nostra lunga unione. Le risposi: “La corda lunga”.

“Nem ertem”, la promessa sposa non capì ma non si arrese. Cercai di chiarire l’apodittico concetto con la metafora dell’asino di Vastianu. Pregai Joliké di tradurre.

Il segreto sta nel “legare” il coniuge con una corda piuttosto lunga affinché, se gli va, possa muoversi un po’ liberamente nei dintorni. Poiché, se la corda è troppo corta, potrà spazientirsi e scappare, come fece l’asino di Vastianu che il padrone legò corto per averlo vicino durante la notte. 

Dopo una giornata di duro lavoro, l’asino desiderava raggiungere un’asina che pasceva nel podere contiguo, ma ne era impedito dalla corda troppo corta. Spazientito, estirpò “u pizzucu” che l’incatenava e sparì nella vastità della campagna. E, così, Vastianu perse l’asino con tutta la corda…

Ma torniamo al compleanno. Vorrete, forse, sapere perché lo festeggiammo due volte, in così rapida successione. È presto detto. Per l’anagrafe, nacqui il 22 gennaio del 1948. Alcuni amici, per celia, sogliono anticipare di un secolo questa data. Anticipazione che accetto di buon grado poiché il 1848 segnò l’inizio della epopea risorgimentale in Sicilia e in Europa. Il famoso “48” della storia. 

In realtà, nacqui – come più volte mi assicurò mia madre – alle ore 22 del 21 gennaio del 1948. Mancavano solo due ore al nuovo giorno e mio padre pensò bene di “rivelarmi” per il 22, per “farti guadagnare un giorno in caso di guerra.” 

Mi spiego: mio padre, il quale – fra leva, richiamo al fronte e prigionia in un lager nazista – si era fatto sette anni di servizio militare volle spostare di un giorno la mia nascita nel timore che, fra 18-20 anni, qualche esaltato dittatore o un guerrafondaio democratico potesse dichiarare una nuova guerra. 

Guadagnare un giorno poteva significare guadagnare la vita. Sì, perché se la “chiamata alle armi” si fosse fermata al giorno precedente a quello di nascita si poteva evitare la temutissima “cartolina-precetto” e la “partenza” per il fronte.

Ovviamente, ci voleva anche un po’ di fortuna. Tuttavia, tanti si sono sottratti alle tragiche incombenze della guerra proprio per il fatto di esser nati il giorno dopo la scadenza del bando.

A questo punto avrei voluto aprire una parentesi graffa (ma sulla tastiera non trovo il tasto) per rilevare un inquietante mutamento d’approccio verso la guerra da parte delle nuove generazioni. Ai tempi dei due conflitti mondiali si aveva il terrore della cartolina-precetto e per evitarla taluni si auto-invalidavano. Oggi tanti giovani, per lo più inoccupati, fanno la fila, brigano per essere incorporati nelle forze armate professionali e inviati in rischiose missioni militari all’estero: dall’Afghanistan al Libano, dall’Iraq alla Somalia, ecc. 

Certamente, ci saranno ragioni culturali, etiche d’induzione alla guerra (che inizia con i bambini davanti i “wars games”), un’attrazione del lauto soldo, ma prima di tutto c’è una questione sociale irrisolta, un problema serio di occupazione e di mancanza di prospettiva professionale. 

Insomma, l’arruolamento retribuito come soluzione del problema del lavoro che non c’è. Poiché, credo che nessuno, tranne pochi esaltati, ami la guerra, il rischio della morte propria e delle tante procurate. 

Tale tendenza, per altro, fa risaltare di più il valore di quell’oculata, innocente precauzione di mio padre che, però, non mi avrebbe consentito di festeggiare il compleanno insieme con quello della nascita del Pci, il partito che ho amato e servito come un figlio devoto, che cadeva il 21 gennaio. Capirete che anch’io un po’ sto celiando. Anche perché mio padre, che era lontano dalla politica, non poteva apprezzare tale, singolare coincidenza celebrativa.

Poiché siamo in argomento, desidero fare un’altra precisazione: io non sono il secondo figlio di tre, come appare dalla configurazione attuale della mia famiglia, ma il quarto di cinque. 

Nel senso che i miei genitori (Pietro, ultimogenito di nonno Calogero, il “viaggiatore”, e Giovanna Cultrera, ultimogenita di nonno Agostino, rinomato poeta dialettale) ebbero in tutto cinque figli: due (Calogero e Francesco) nati prima dello scoppio della guerra e morti in tenerissima età. Il secondo, vista la morte del primo, fu “votato” a San Francesco di Paola (patrono del paese ma un po’ pigro nel fare miracoli). 

Tre nati successivamente ossia un altro Calogero, io e mia sorella Zina. A questi due fratelli morti neonati, probabilmente, devo la mia venuta al mondo poiché se fossero sopravvissuti, forse, i miei si sarebbero fermati… a tre. 

Per altro, aggiungo un particolare assurdo quanto disdicevole, che denota la logica disumana del fascismo, legato alla nascita e alla morte dei due fratellini. A quel tempo (si era nella seconda metà degli anni ’30), il regime fascista concedeva, per legge, un “premio” in denaro alle coppie che mettevano al mondo figli, soprattutto maschi, da destinare alla patria imperiale e alle future guerre programmate e/o minacciate.

Con i “premi” incassati per la nascita dei due bambini, i miei decisero di fabbricare una stanzetta sopra il fatiscente catoio in cui vivevano, per farne una stanza da letto e deposito stagionale per la “mancia” ossia la riserva di fave e granaglie per sfamare la famiglia durante l’inverno. 

Successe che qualcuno, fra i tanti leccaculo del locale fascio, segnalò alle autorità preposte la morte dei due bimbi provocando, di conseguenza, la revoca dei premi che erano stati incassati e investiti. I funzionari furono irremovibili e mio padre fu costretto a restituire, a rate, l’importo percepito.

Di solito, quando si parla di nascite, di lieti eventi ci si sofferma prevalentemente sulla madre, meno sul padre che pure svolge un ruolo insostituibile nel concepimento e nella crescita della prole.

Pertanto, desidero dedicare due parole al mio che era un operaio, un bracciante taciturno e laborioso. Per me era un uomo molto speciale, giacché durante il ventennio, fu uno dei pochissimi abitanti del paese a non iscriversi al fascio.

Non perché fosse un antifascista convinto, militante, ma per un sentimento intimo d’orgoglio e d’anticonformismo. E pensare che aveva un fratello “milite” il quale, potenza del privilegio, all’entrata in guerra dell’Italia restò in paese a presidiare la sicurezza dei suoi amici gerarchi, mentre mio padre, che fascista non era, fu richiamato a combattere una guerra folle dichiarata da Mussolini, su ordine di Hitler.

Come accennato, stette quattro anni alla malora: due di guerra nei Balcani e due di campo di concentramento in Germania, dove fu deportato per essersi rifiutato, dopo l’armistizio, di combattere negli eserciti nazifascisti. 

Nel lager i prigionieri erano utilizzati per lavori durissimi in condizioni umilianti, di vera schiavitù. Tanto da essere meglio noti come “gli schiavi di Hitler”.

Solo raramente, mio padre parlava di questa sua drammatica esperienza che gli valse, soltanto, una medaglia d’onore assegnatagli (alla memoria) dal Presidente della Repubblica.

Come scrivo in altra parte, mio padre fu uno degli ultimi “sbandati” a ritornare in paese. Quando fu sicuro d’esser uscito dall’incubo della guerra volle fare un figlio. Per ricominciare… 

Così, nacqui io, figlio del dopoguerra, di quella stagione segnata di speranze e turbolenze che vide l’Italia e l’Europa ritornare, lentamente, alla vita, alla libertà, alla democrazia.

Gli uomini rientrati dai fronti o dalle prigioni, per prima cosa, fecero figli, anche se non disponevano di un lavoro remunerativo e di cibo sufficiente per sfamarli. Procreare era un segno di vitalità, di affermazione di una volontà di rinascita, d’altruismo. 

Nel triennio 1948-50, nascemmo una caterva di bambini con dentro i cromosomi del rifiuto, del terrore della guerra e la voglia di progredire oltre i limiti storici dell’atavica, feudale condizione umana e politica. 

Vidi la luce in quella stanzetta fredda (del premio revocato), al primo piano di via Salita Panzera, attaccata alla grande madre Roccia e al recipiente del Voltano. Povera madre mia. Per lei sarà stato un travaglio davvero doloroso, complicato visto che pesavo 5,6 kg. 

Entrambi, madre e figlio, ce la cavammo bene grazie anche alla perizia della levatrice, signora Maria Cimino. Mesi dopo, nel 1949, nacquero, con l’ausilio della stessa ostetrica, i citati Giovanni Sacco e Angelo Capodicasa.

Il caso volle che nel comune percorso politico incontrassimo Dino Tuttolomondo, figlio della nostra levatrice e segretario provinciale del Pci, con il quale, a un certo punto, ci scontrammo, non per fatto personale ma esclusivamente per il bene del Partito.

A cavallo fra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, questi quattro “giancascisi” ci ritrovammo impegnati nella direzione della Federazione provinciale del Pci di Agrigento, talvolta muovendo da punti di vista differenti, in una difficile battaglia politica, anche interna, per bloccare la decadenza del Partito e riportarlo (come poi avvenne) a più alti livelli di consistenza elettorale e di protagonismo politico.

Un confronto doloroso ma necessario, del quale più mi preoccupava lo stato d’animo di quella gentile signora quando avrà saputo del contrasto insorto fra suo figlio e i tre baldi giovanotti che lei aveva aiutato a vedere la luce della vita. 

Termino, con una menzione al mio ‘fratello di latte’ alias Giuseppe Sacco (inteso ‘Peppi di Filippa’) che, per un lungo periodo, sarebbe divenuto compagno di giochi e di lotta politica.

Fratello di latte era chiamato quel neonato il quale, non potendo allattare al seno materno, era affidato alle cure di una puerpera che già allattava il suo. Zia Filippa pregò mia madre di badare al figlio. 

Così con Peppi ci ritrovammo ‘fratelli’ che, come due cuccioli affamati, succhiavano dalle medesime ‘fonti sacre’ della vita. Le mammelle intendo dire che gli antichi rispettavano per la loro sacralità. Adoravano Artemide di Efeso per le sue molte mammelle, simboli di bellezza e di fertilità. Purtroppo, oggi, capita di vederle mercificate da ignobili pubblicitari e da sfruttatori senza scrupoli che, forse, le considerano “la cosa più superflua e vuota, essenza vana…” come ebbe a scrivere Ramon de la Serna, celebre scrittore spagnolo. (Ramon Gomez de la Serna, autore di “Seni”, Edizioni Dell’Oglio, 1978)

Mia madre non era una balia. Accettò solo per pietà umana. Era una donna forte e generosa e, seppure vivesse in condizioni di povertà, allattò quel bimbo come se fosse stato il mio gemello.

Zia Filippa, che certo capiva la situazione, ogni tanto portava, col bambino, una “mbroglia di pani” e un po’ di brodo di gallina caldo nel portapranzo. Allora il “pranzo” non si consumava a tavola, ma si “portava”, anzi si trasportava, dentro ciotole e camelle (contenitori di alluminio), di casa in casa o per le vastità delle campagne. Con quelle poche sostanze, mia madre continuò ad allattare i due “ladroni”, come simpaticamente ci avevano ribattezzato.

Tempi duri quelli, ma anche di umana solidarietà fra poveri. Specie fra queste orgogliose madri del Sud che fecero (continuano a fare) enormi sacrifici per allevare e far crescere i figli che avrebbero visto partire per il Nord che, sovente, si è mostrato ingrato. 

Comunque sia, un progresso c’è stato: mentre prima i giovani partivano per la guerra e molti non tornavano più, oggi partono per studiare, per lavorare e d’estate ritornano al paese. Solo d’estate. Il problema, il nostro grande problema, è quello di vedere cosa fare sul serio per farli restare nel Sud, vicino alle loro madri.

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