sabato, Maggio 8

Quel guaio di nome Burkina Faso: la jihad glocalizzata di contadini, pastori e banditi Il Paese è diventato il principale teatro di attività per gruppi jihadisti nel Sahel; ma il jihadismo qui è un fenomeno endogeno e atipico, dove i combattenti più che alla religione pensano a terre, miniere e rivendicazioni personali

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Ieri a Nouakchott, in Mauritania, si è tenuta laprima Assemblea generale dell’Alleanza Sahel, il gruppo (Sahel Alliance) istituito nel 2017 per sostenere gli sforzi di cinque Nazioni del Sahel (Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania) che cercano di combattere gruppi jihadisti intenzionati astabilire uno Stato islamico nella regione. La Francia, che ha presieduto l’incontro, ha insistito sul sostegno internazionale alla missione per sconfiggere l’insurrezione islamista in rapida crescita nella regione africana del Sahel. Ilcomunicato ufficiale emesso al termine dei lavori sottolinea l’urgenza del sostegno internazionale a quella che si profila sempre più come una delle emergenze globali.
Nel solo mese di gennaio di questo 2020, secondo dati circolati ieri a margine dell’Assemblea, ci sono già stati 77 attacchi e 502 morti, molti dei quali in Burkina Faso, Mali e Nigeria settentrionale.

Il Burkina Faso è al centro delle attenzioni perché la minaccia jihadista è aggravata da una forte crisi interna che parte dal Paese più profondo, le aree rurali, divenute una bomba a orologeria. E proprio la incancrenita crisi delle aree rurali ha alimentato e sta continuamente alimentando le fila dei jihadisti.

Secondo gli analisti che seguono la regione da dentro, il Burkina Faso è diventato il principale teatro di attività per gruppi jihadisti nel Sahel.
Le autorità del Paese continuano a credere che ciò sia il risultato di manipolazioni da parte della vecchia classe dirigente, quella che faceva capo al Presidente spodestato nel 2014 Blaise Compaoré. Il ruolo di quest’ultimo, se esiste, non costituisce un importante fattore che motiva il crescere dei gruppi jihadisti, i quali, piuttosto, hanno trovato nella poliedrica crisi del mondo rurale del Burkina Faso un terreno fertile per il loro reclutamento -vittime dell’insicurezza rurale (contadini e pastori) e banditi-, e favorevole alla loro espansione.

A lungo risparmiato, il Burkina Faso ha visto l’attività jihadista espandersi rapidamente dall’ottobre 2015. La progressione e la moltiplicazione dei centri insurrezionali alimenta la sensazione di un accerchiamento della capitale.

Tre gruppi jihadisti operano nel Burkina Faso dal 2015-2016: il gruppo locale Ansar ul Islam, e due gruppi che sono comparsi originariamente in Mali, l’État islamique en Afrique de l’Ouest(EIAO) -Stato islamico in Africa occidentale- e il Groupe de soutien à l’islam et aux musulmans(GSIM).

Movimento autonomo Burkinabe quando è stato creato, alla fine del 2016, Ansar ul Islam si è poi fuso con GSIM, un gruppo legato ad al-Qaʿida fī l-Maghrib al-islami (AQMI o AQIM) e situato principalmente nel Mali centrale e settentrionale. Ansar ul Islam è attivo nella Provincia di Soum e nella parte occidentale della regione centro-nord (Provincia di Bam e ovest della Provincia di Sanmatenga). Nel 2017, la scomparsa del suo leader, Malam Dicko, lo ha indebolito; il movimento è poi passato sotto la guida di suo fratello, Jafar Dicko, sfidato da una frangia del movimento per il suo comportamento ritenuto troppo autoritario. Nell’ottobre 2019, le informazioni trasmesse sui social network hanno annunciato la sua morte, ma diverse fonti localilo negano ancora oggi. Il gruppo sembra essere diventato una delle unità integrate nelle brigate operanti nel Mali centrale. Gli attacchi di Ansar ul Islam sono ora rivendicati dal GSIM.

Il GSIM, oltre ad aver integrato i combattenti di Ansar ul Islam attivi nel Soum, è presente anche nelle aree occidentali del Paese dal 2016 e all’Est, che nel 2018 è diventato il secondo teatro delle operazioni jihadiste in Burkina. Il gruppo, che ha rivendicato la responsabilità di numerosi attacchi in quest’ultima regione, ha dato l’impressione di essereparticolarmente attivo.

EIAO copre un’area più ampia del Burkina Faso rispetto a GSIM. Sorto nella Provincia di Oudalan(nel nord del Paese), ha gradualmente esteso la sua presenza, prima alla parte orientale della Provincia di Soum e a due province nella regione centro-settentrionale, Namentenga e Sanmatenga orientale, poi in svariate altre aree a macchia di leopardo, e ha inoltre una serie cellule dormienti.

Come nel resto del Sahel, anche in Burkina, GSIM e EIAO stanno cooperando sul terreno per formare un fronte comune contro la Francia,impegnata con alcuni suoi alleati a sostenere l’Esercito del Burkina senza successo. In alcune aree in cui coesistono i due gruppi, le relazioni sono strette e il coordinamento operativo frequente, per quanto, comunque, esistano divergenze tra le due organizzazioni, in particolare nel rapporto con civili e le minoranze religiose. La cooperazione operativa è anche accompagnata da rivalità, che hanno prodotto defezioni dei combattenti di un gruppo a beneficio dell’altro.

I due gruppi jihadisti, sebbene costituiti principalmente da combattenti locali, rimangono strettamente legati al Mali.

L’aspetto che fa del jihadismo in Burkina un fenomeno endogeno è l’agenda delle loro priorità.
L’agenda religiosa è marginale per la maggior parte dei combattenti e dei capi delle unità jihadiste, principalmente burkinabè e guidati da obiettivi locali.
Per svilupparsi in Burkina Faso,
i gruppi jihadisti hanno approfittato delle debolezze dello Stato e hanno usato le tensioni che attraversano il mondo rurale.
Un piccolo numero di dirigenti ideologici locali ha un ruolo centrale: le prediche dei predicatori della zona danno il via all’impianto jihadista. Ma l
e unità di combattimento in Burkina sono formate e guidate da gente del posto, la maggior parte dei quali non ha subito l’addestramento religioso.

Per reclutare, i jihadisti sfruttano situazioni di ingiustizia, molto spesso legate a controversie fondiarie associate a questioni politiche e comunitarie.
Piuttosto che un profilo tipico del jihadista, ci sono situazioni favorevoli al reclutamento di singoli o interi gruppi: abitanti che hanno difficoltà a far valere i loro diritti di terra, cercatori d’oro il cui accesso alle miniere è indebolito, banditi che cercano il supporto dei più potenti terroristi.
I gruppi jihadisti hanno approfittato in particolare dell’insoddisfazione economica e socio-politica dei Fulani (per lo più pastori) per reclutare, dal 2016, all’interno della comunità, e in particolare tra gli espropriati. Ma i jihadisti reclutano gli insoddisfatti per eccellenza, indipendentemente dal gruppo etnico di appartenenza; Il fatto che si ritenga che il maggior numero di reclutamenti sia avvenuto tra i Fulani riflette la predisposizione alla jihad rispetto alla particolare esposizione degli allevatori e dei proprietari terrieri Fulani a situazioni di ingiustizia e alla loro più debole integrazione nelle istituzioni statali, a partire dalla scuola pubblica .
Nell’area a oriente, i sermoni jihadisti si sono adattati per mirare alle diverse comunità (principalmente gourmantché e Fulani) private dell’accesso alla terra, alle falde acquifere o alle risorse d’oro, alle piste pastorali o alle aree di caccia e pesca.

I jihadisti reclutano anche da gruppi esperti nella gestione delle armi. In Burkina Faso, che non ha avuto alcuna ribellione, questa categoria comprende ex soldati o disertori e soprattutto uomini della strada. Attualmente si sta osservando un processo di jihadizzazione del banditismo, afferma Crisis Group, che è particolarmente importante in Burkina, ma che si trova a vari livelli in tutto il Sahel.
Mentre alcuni banditi si uniscono alla jihad per convinzione, molti lo fanno per opportunismo o per vendicarsi dello Stato, e interessano i jihadisti per il loro know-how. Diversi banditi di Bogandé -una roccaforte del brigantaggio- sono stati identificati tra i combattenti jihadisti.
Una cooperazione, quella tra banditi e jihadisti, chenon è ‘normale’ tra queste due categorie di attori, che non condividono né la stessa agenda né lo stesso senso di disciplina, ma che è funzionale agli uni e agli altri.

Nel 2016, i jihadisti maliani hanno esteso le loro attività al territorio burkinabe per testare il sistema militare francese e trovare nuove aree di ritiro. Da allora hanno rivisto al rialzo le loro ambizioni: il Burkina Faso è diventato una terra di jihad, in cui l’obiettivo è combattere e scacciare lo Stato dai territori, per il momento rurali, per stabilire la Sharia (legge islamica). Questa ambizione non è necessariamente quella della maggior parte dei combattenti e simpatizzanti, guidati, piuttosto, da motivazioni (rivendicazioni) localistiche, se non addirittura personali.

I leader jihadisti del Burkina Faso cercano di articolare questi interessi locali con l’agenda globale che li guida la creazione di uno Stato islamico in cui la legge della Sharia è l’unica fonte di legge. Ci troviamo difronte alla glocalizzazione del terrorismo jihadista.
I sermoni jihadisti combinano la promozione dei precetti religiosi e la denuncia delle ingiustizie locali. I leader religiosi di un determinato gruppo mantengono il legame tra i leader e le cellule locali e assicurano che questi rispettino le regole del gruppo (applicazione della Sharia, atteggiamento nei confronti dei civili, in particolare). Tuttavia, sanno essere meno rigorosi nell’accogliere coloro che si uniscono al movimento per ragioni più prosaiche.

L’autonomia di cui godono le unità jihadiste nel Burkina Faso consente ai combattenti di soddisfare i loro interessi locali, persino personali. Combattono quando ritengono opportuno, fintanto che ciò non contraddice direttamente gli orientamenti globali della jihad, e rimangono a disposizione dei leader, installati soprattutto in Mali, per partecipare alle operazioni su larga scala. Questa autonomia sembra più ampia all’interno dell’EIAO rispetto al GSIM. I disegni personali (vendetta, avidità) dei capi delle unità EIAO a volte motivano gli attacchi, anche se fanno pure parte dell’espansione territoriale incoraggiata dai leader jihadisti.

Questa autonomia può minare gli obiettivi di alcuni gruppi jihadisti quando alimenta la violenza locale tra le comunità. Da un lato, lasciando che i loro combattenti fossero coinvolti in questi conflitti, i jihadisti, in particolare l’EIAO, rispondono alle aspirazioni di parte della loro base -in questo caso essenzialmente Fulani- ansiosi di proteggere e / o vendicare la loro comunità. D’altro canto, sostenendo un gruppo locale, i jihadisti alimentano la divisione tribale e mettono a repentaglio il loro piano per unificare la comunità dei credenti.
All’interno di questi movimenti esistono divergenze sulla strategia da seguire. Finora il GSIM è stato più riluttante di EIAO a sfruttare le tensioni della comunità.

L’espansione jihadista in Burkina potrebbe continuare e creare nuove fonti di violenza nel Paese, aprendo persino un corridoio di accesso ai Paesi costieri dell’Africa occidentale. I fattori che hanno facilitato la penetrazione jihadista sono comuni alla maggior parte delle regioni del Paese: l’esistenza di tensioni sulla terra, la concorrenza per gli spazi minerari, il banditismo rurale o la crescente stigmatizzazione di comunità presumibilmente vicine ai jihadisti, come il pastori Fulani.
I gruppi armati sono attualmente molto mobili e possono, per motivi strategici, ritirarsi in aree meno soggette a pressioni militari. Le tensioni sulla terra e tra le comunità nella parte occidentale del Paese sono particolarmente preoccupanti ed è evidente la volontà jihadista di estendersi oltre la parte settentrionale del Paese.

Lungi dall’essere riassunto come una jihad globale guidata da un’agenda religiosa, dunque, il jihadismo in Burkina è soprattutto composto da ribelli burkinabè la cui inclinazione nella violenza è spiegata da fattori locali. In questo contesto, dunque, una risposta essenzialmente militare non affronta le cause del problema.

Finora le autorità del Burkinabè non sono state in grado di limitare la diffusione dei gruppi jihadisti, nonostante alcuni notevoli successi registrati dalla fine del 2019. Mentre le risposte fornite sono principalmente militari, le forze armate sono mal preparate per una minaccia asimmetrica senza precedenti. Fino ad agosto 2014, il Governo di Blaise Compaoré sembrava protetto dalle relazioni che aveva con i gruppi jihadisti, le cui capacità erano allora molto più limitate. Gli sconvolgimenti subiti dalle forze armate durante la transizione 2014-2015 limitano la loro capacità di adattamento e dunque la loro efficacia.
La jihad glocalizzata del Burkina Faso al momento sembra dunque in crescita, quasi indisturbata.

 

 

[La prima parte del servizio -‘Quel guaio di nome Burkina Faso’- pubblicato in tre parti, è uscita il 25 febbraio 2020: ‘Quel guaio di nome Burkina Faso: crisi di governance nelle aree rurali]

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