martedì, Settembre 28

Quel fatidico 11 settembre field_506ffb1d3dbe2

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11-settembre-2001

Ore 14:45 dell’11 settembre 2001. Sono in via della Pigna, appena uscita dall’Opera Romana Pellegrinaggi.
Circa un’ora prima mi ero recata per incontrarvi Mons. Liberio Andreatta, amministratore delegato dell’organismo. Il quotidiano ‘Italia Oggi’ mi ha incaricato d’intervistarlo per lo speciale Turismo; un’altra versione, più ampia, sarà riportata sul sito che dirigo, facente capo al Monte dei Paschi di Siena, www.i_am.it.
Per ‘Italia Oggi’ devo ancora avere le indicazioni per il numero di righe da scrivere.
Telefono al caposervizio di riferimento, Giorgio Bertoni. Risponde con una voce stranissima, come d’oltretomba. Gli chiedo come mai, se si sente per caso male. E’ così che mi racconta del primo aereo che è andato a perforare una delle Twin Towers.
Mi sembra che mi stia descrivendo un brutto film di fantascienza. Mio malgrado, alzo la voce; il terrore mi aggranfia la gola. Mentre parliamo, ecco che la scena si ripete. Giorgio segue tutto dal televisore di redazione. Io, ferma e stordita in mezzo alla strada, lo ascolto come nella radiocronaca dell’Apocalisse.
Questo è stato il ‘mio’ 11 settembre. Mi è rimasto inchiodato in mente, come l’avessi vissuto tre ore fa.

 

Forse banalmente, abbiamo voluto chiedere a 11 persone, celebri e non, un loro ricordo di quella terribile giornata, che ha cambiato il corso della storia del mondo.

 

 

 

 

Claudio Angelini
giornalista ‘RAI’ – Sede di New York

Quel mattino dell’11 settembre 2001 stavo sorseggiando il caffè a casa, quando la ‘CNN’, su cui ero sintonizzato, mandò in onda le immagini di uno spaventoso incendio in una delle torri gemelle del World Trade Center.
Erano immagini in diretta, riprese da telecamere che si trovavano a bordo di elicotteri. La ‘CNN’ non era in grado di spiegare quale fosse la ragione dell’incendio, ma era evidente che si trattava di un evento di proporzioni apocalittiche.
Telefonai in Redazione a Roma e chiesi la linea per dare notizia di quello che stava succedendo. Dall’altro capo del filo ci fu un rapido conciliabolo e mi fu detto che per il momento non sembrava opportuno cambiare il palinsesto per un’edizione straordinaria del Telegiornale.
Mi arrabbiai, spiegai che quelle immagini erano tali da giustificare una lunga ‘diretta’, ma la Redazione fu irremovibile.
Allora, finii di bere il mio caffè e mi diressi a piedi verso l’Ufficio di corrispondenza di New York. Ero appena arrivato nella mia stanza quando il telefonino squillò. Il ‘Tg2’ mi chiedeva un collegamento sull’incendio alle Torri gemelle. “Finalmente!” dissi, ed entrai nello studio.
Sentivo che ero di fronte a un fatto spaventosamente importante, ma ero preoccupato anche perché non avevo alcuna notizia certa: non sapevo quale fosse la causa dell’incendio e non ero in grado di dire quante fossero le vittime.
Insomma, ero costretto a cominciare una lunga telecronaca al buio. Poco dopo che avevo cominciato il collegamento entrò nello studio Susan, una delle producer più brave della Redazione, e mi portò  un’infinità di agenzie che, più che aiutarmi, rischiarono di confondermi ulteriormente le idee. 
Nel frattempo le fiamme esplodevano anche nella seconda torre. Poi giunse la notizia che un attentato era stato compiuto contro il Pentagono e che un aereo era stato dirottato in Pennsylvania.
Tutto durante un collegamento che poi durò tre mesi, giorno e notte. Ero esausto, ma quasi non ce la facevo a lasciare il microfono, ero prigioniero di un incubo che sembrava non finire più.
Finché mi dissero che ero stanco e che dovevo prendermi qualche giorno di riposo. Presi l’aereo e tornai per una settimana a Roma. Non appena salii sull’apparecchio dell’Alitalia scoppiai a piangere.
Stavo uscendo dallo stato di trance in cui mi ero trovato per tanti giorni. Ero stato il primo giornalista italiano a dare la notizia dell’evento più tragico del nuovo millennio, l’umiliazione della democrazia.

 

 

Giulio Anselmi
Presidente dell’Agenzia di Stampa ‘ANSA

Alle 15:00 circa dell’11 settembre 2001 ero in taxi, in trasferimento da via Gregoriana a via Po, dove all’epoca si trovava la sede de ‘L’Espresso’ che dirigevo.
All’altezza di piazza Barberini, imboccando via Veneto, ho colto una strana atmosfera diffusa: la gente per strada pareva presa da una inspiegabile frenesia, parlava convulsa al cellulare, si fermava a interloquire con sconosciuti. Non riuscivo a capire cosa potesse essere accaduto, ma spirava un che d’insolito.
Giunto in Redazione, le televisioni accese erano tutte invase dalle immagini che arrivavano da New York, rimandando quei fotogrammi replicati all’infinito dell’impatto degli aerei sulle Torri Gemelle.
Immediatamente abbiamo deciso di uscire in edizione straordinaria, organizzandoci come se dovessimo mandare in edicola un quotidiano piuttosto che un settimanale. Sono state ore di lavoro forsennato, indimenticabili. Credo che a ‘L’Espresso’ ciò non solo non era mai avvenuto, ma non si è più ripetuto.
Col senno di poi, dico che ancora non avevamo la percezione esatta della portata dell’evento, che si è chiarita solo dopo qualche giorno, mentre, invece, noi abbiamo mandato in tipografia il giornale con le notizie a nostra disposizione in sole 6-7 ore. Non lo sapevamo, in quel momento, ma ci trovavamo di fronte a un evento che ha cambiato la storia del mondo occidentale, aprendo tante questioni finora irrisolte, anzi persino ampliatesi.

 

 

Aldo Cazzullo
Giornalista – ‘Corriere della Sera

Entrai alla Redazione romana de ‘La Stampa’ di via Barberini, e vidi tutti i televisori accesi sulla ‘CNN’: era già stata centrata la prima torre; poi arrivò il secondo aereo.
Già allora si capiva bene che il confronto tra Occidente e Islam sarebbe stato il grande tema del secolo che si apriva: l’11 settembre chiarì che sarebbe stato un confronto drammatico.
Non fui tra gli inviati che partirono per Londra, prima tappa sulla via di New York. Proposi allora al Direttore, Marcello Sorgi, di raccontare le reazioni del mondo islamico, a partire dall’Egitto.
E quando sentii l’imam che predicava ad al-Azhar -la più grande moschea del Cairo considerata tempio della cultura musulmana- maledire gli americani, i britannici, gli ebrei, ebbi la conferma che il confronto sarebbe stato lungo, e che sarebbe stato molto difficile prevederne l’esito.

 

 

Riccardo Chiaberge
giornalista e scrittore

Dopo pranzo, mi ero assopito e avevo tolto la suoneria al cellulare.
Quando ho riaperto gli occhi, saranno state le 15:30, lo trovo ingolfato di chiamate e di messaggi.

Figli, parenti, amici, Colleghi sbigottiti che chiedevano, a me, cosa stesse succedendo. Ho acceso la tv e non credevo ai miei occhi.
Il cuore dell’impero mondiale, il monumento simbolo della globalizzazione, si stava sgretolando sotto i colpi di un nemico senza volto. Il primo pensiero è stato per mio figlio minore, Stefano: soltanto un mese prima era stato lì sotto, ai piedi delle due Torri, a piroettare con lo skateboard.
Una piccola sfasatura dell’orologio della storia lo aveva risparmiato, e ora la sua voce, al telefono, era sconvolta: “Cos’è, papà, la terza guerra mondiale?”.
Poi la corsa al giornale (‘Il Sole 24 ore’), dove tutti parevano sovrastati dall’enormità dell’evento.
Perfino vecchi professionisti scafati, inviati di lungo corso, non riuscivano a capacitarsi, a trovare una chiave.
Alla disperata caccia di un commentatore, chiamai lo storico Piero Melograni, che allora collaborava con ‘Il Sole 24 ore’. Cadde dalle nuvole, poi si mise al lavoro.
Scrisse qualcosa che si potrebbe riassumere più o meno nello slogan ‘no pasaràn’: chiunque siano, sono dei perdenti; la modernità, la civiltà occidentale, la democrazia liberale trionferanno.
Tredici anni e alcune guerre dopo, stiamo ancora aspettando, con sempre meno speranze, che la profezia si avveri.
E ogni tanto verrebbe da pensare che i perdenti siamo noi.

 

 

Francesco De Palo
Giornalista freelance per ‘Il Fatto Quotidiano’, ‘Il Giornale’, ‘Formiche

 Sconcerto, ansia e voglia di condividere quel terrore con chi, magari, pensava ad altro.
L’11 settembre del 2001 ero in Puglia, svolgevo il servizio civile presso l’oratorio di una parrocchia in un quartiere difficile della mia Bari.
E contemporaneamente ero alla mia prima esperienza nella Redazione di un quotidiano, ‘Puglia’, diretto dal maestro Mario Gismondi, già inviato ‘Rai’ e direttore del ‘Corriere dello Sport’.
Lasciai la partita di calcetto che stavo arbitrando per incollarmi ad un vecchio televisore che rimandava i fotogrammi dei due aerei sulle torri.
L’aria, già umida per il caldo e per quel sole cocente che, a settembre, fatica meravigliosamente a spegnersi da quelle parti, si fece tutt’un tratto irrespirabile.
Da un lato gli adulti che tentavano di metabolizzare le conseguenze mondiali di quelle immagini. Dall’altro ciò che restava della squadra rossa che avevo abbandonato nel campo di calcetto. All’inizio non capivano, si guardavano e mi guardavano. Poi, non appena il mio cellulare iniziò a squillare all’impazzata, quasi tutti tornarono in campo. Avevano trovato un altro arbitro, mentre io tentavo di sgattaiolare via per andare al giornale.
Restò a fissarmi solo un bambino, forse impressionato dalle urla frenetiche nel telefonino e dal sudore che mi colava, copioso, dalla fronte.
Gli altri scelsero di rifugiarsi in quel fazzoletto di terra che, grazie ad un pallone, concedeva loro una pausa dalle quotidiane difficoltà, allucinanti, delle singole vite.
Ma il coraggio di quel coraggioso biondino che, invece, preferì la tv e la diretta fiume della ‘Rai’ non lo scorderò.

 

 

Alessandro Di Liegro
giornalista, collaboratore de’ ‘Il Messaggero

Ho immaginato di essere uno dei passeggeri del volo American Airlines 11 e dai finestrini guardare il profilo di New York fin troppo vicino.
Ho immaginato di essere il pilota del volo United Airlines 175 mentre, con i propri occhi, vedeva avvicinarsi la Torre Sud.
Ho immaginato di essere fra i membri dell’equipaggio dello United Airlines 93, a lottare contro i terroristi e sperare di avere il sopravvento, prima della virata finale.
Ho immaginato di essere fra i dirottatori, svegliarmi l’11 settembre a Newark e pensare “Oggi vado a morire”.
Ho immaginato di essere intrappolato al 102° piano della Torre Nord, fra le fiamme e il calore che mi circondano da tre lati, il vuoto dall’altro e dover decidere che fare.
Ho immaginato di cadere nel vuoto da 300 metri d’altezza. Avrei chiuso gli occhi, almeno così non avrei saputo fino all’ultimo il momento della mia morte.
Ho immaginato di ricevere una telefonata alle 8.30 del mattino in cui un mio caro mi salutava per l’ultima volta.
Ho immaginato di trovarmi al World Trade Center, una volta finito tutto, fra la cenere, le macerie, la polvere e i resti di 2750 persone.
Avevo 19 anni. Frequentavo il secondo anno di Scienze della Comunicazione. Ero seduto sul divano di casa. Guardando la televisione, a 6.000 km di distanza, come se fosse un lungo e iperrealistico film apocalittico.

 

 

Alberto Forchielli
Presidente ‘Osservatorio Asia

L’11 settembre ero a Torino per scommettere sulla Cina. Dopo decenni di lavoro all’estero, cercavo di capire se un’azienda nazionale -e l’intero Sistema Paese- potevano trarre vantaggio dall’emersione della Cina come ‘fabbrica del mondo’. C’era del profitto societario nei bassi costi cinesi? Era possibile trovare per l’Italia un partner affidabile nel rispetto delle regole internazionali. Come mi sarei trovato in una città austera e ancora Fiat-centrica? Mentre ragionavo con speranza sulle mie convinzioni, mi colse la notizia dell’attacco alle Torri Gemelle. Non ho ceduto neanche per un attimo -e non ho cambiato idea- alle teorie del complotto. Credo che i punti interrogativi che ancora esistono siano dovuti a riservatezza e sicurezza, se non a speculazioni fantasiose. Per me l’analisi era semplice nella sua tragicità: erano stati colpiti i simboli dell’Occidente per demolirne i valori.
Ho provato, immediatamente dopo la rabbia, un commovente sentimento filo-americano. Gli Stati Uniti sono per me casa e famiglia. Ancora oggi vivo a Boston, da studente ho preso un Master a Harvard, i miei 2 figli sono nati negli Stati Uniti. Sono la mia seconda patria, uno scrigno che va difeso. Per questa ho pensato a un’immediata risposta devastante, la più potente possibile contro un nemico senza onore ma senza territorio. Pochi mesi dopo, nel Dicembre 2001, la Cina era ammessa nel WTO. Speravo che il barbaro attacco dei terroristi potesse essere compensato da una globalizzazione pacifica e ispirata dagli stessi valori. Sul crimine di Settembre non ho cambiato; sull’adesione di Dicembre crescono i dubbi, così forti che talvolta diventano certezze, purtroppo di segno contrario.

 

 

Mario Fratti
drammaturgo – New York

Alle 08:45 di quel giorno ero a casa, a scrivere. Avevo da poco fatto colazione, quando è squillato il telefono. Un amico con voce agitata, mi ha detto di accendere il televisore; quando ho riattaccato, l’apparecchio ha risquillato. Un altro amico mi ha ripetuto lo stesso invito, anche lui assai agitato.
Ho acceso la tv quando la ‘CNN’ ha rimandato l’immagine dell’impatto del secondo aereo. Sulla terrazza di casa mia, tra il Central Park e Broadway, arrivava una nebbia di polvere bianca, che entrava nei polmoni, soffocava. Una sensazione mai sentita prima.
All’epoca in cui collaboravo con il Governatore Mario Cuomo i nostri uffici avevano sede proprio alle Twin Towers, situate piuttosto lontano rispetto alla mia abitazione; eppure, come per una tragica eruzione vulcanica, quella polvere rappresentava l’equivalente dei lapilli!
Successivamente ho saputo che nel crollo delle Torri Gemelle era morta anche una mia alunna alla Columbia University, la sorella di Maria Crifasi.
Ricordiamo sempre quella data con immenso dolore, perché è la dimostrazione che la nostra profonda avversione alle guerre, a tutte le guerre, è giusta!

 

 

George Lambrinopulos
Già funzionario ONU e giornalista

Erano le tre meno qualcosa di pomeriggio; io ero in una stanza con altri funzionari delle Nazioni Unite, eravamo in riunione, quando la mia segretaria entra nella nostra stanza e, con uno sguardo spaventato, si rivolge a noi tutti, dicendoci: “Venite di là, è successo un incidente spaventoso…
Noi siamo subito entrati nella sua stanza e davanti alla tv accesa abbiamo visto alla ‘CNN’  le immagini del primo aereo che aveva attaccato le Torri Gemelle. Io e gli altri colleghi abbiamo pensato in primis in un incidente, ma all’improvviso, quando è arrivato il secondo aereo, nessuno più ha creduto al caso…
Gelidi per la rabbia e per i pensieri negativi, chiedendoci il perché di quel gesto e chi potessero esserne i responsabili, ma anche cosa poteva succedere nel futuro, abbiamo interrotto la riunione e io mi sono recato subito all’Associazione della Stampa Estera in Italia per preparare il mio pezzo delle reazione della politica italiana sull’accaduto,
Ovvio che io ricordi benissimo quei momenti cruciali, anche se sono passati tanti anni; quel giorno è vero che il fatto era accaduto in America, ma ero preso da una tristezza e preoccupazione molto forte…la strada che separava il mio ufficio Onu dalla stampa estera pur essendo piuttosto breve era diventata d’improvviso lunghissima, perché i miei pensieri erano lì, negli USA e, camminando ripassavo nella mente quel film dell’orrore che non usciva dalla mia testa.
Cosi ho vissuto i primi momenti di quel maledetto giorno che ha cambiato in negativo il corso degli eventi del mondo.

 

 

Sandra Petrignani
Giornalista e scrittrice

Ero nella redazione di ‘Panorama’ dove ancora lavoravo. Ero nella stanza del caporedattore a fianco alla nostra (Redazione cultura). La Tv era accesa. Vediamo increduli il primo aereo centrare la Torre. Smarrimento. “È un film! È uno scherzo” ci diciamo. Capiamo che è vero, che stiamo assistendo a una tragedia. Corro a chiamare i Colleghi di là. Ora siamo in 4 a guardare. Arriva il secondo aereo e ci manca il respiro come fossimo direttamente minacciati.
Intanto la stanzetta si è riempita all’inverosimile. Mi viene da piangere. Di fronte all’evidenza che è realtà, non fiction, stiamo tutti in un silenzio spettrale. Abbiamo la sensazione di un cambiamento epocale, che il mondo non sarà più come prima.
Ma, come ormai sappiamo molto bene, l’umanità non impara dai suoi errori e il mondo resta lo scenario di violenze inaudite che non finisce mai di sorprendere per la fantasia che ha nell’orrore.

 

 

Giovanni Ramunno
All’epoca Tenente Colonnello dell’Esercito
Oggi in un ruolo chiave internazionale

La mattina dell’11 settembre mi trovavo alla stazione di Ravenna per lavoro e tutto mi sarei aspettato tranne un sms di un Collega il cui testo vagamente diceva …”hai visto cosa è successo a New York?
Tutto mi aspettavo tranne che vedere quella colonna di fumo nero sopra sulle torri gemelle. La curiosità mi porto in un bar dove ho potuto verificare sullo schermo lo sgomento che il mio collega mi avrebbe voluto trasmettere; quelle immagini la mia mente non riusciva a razionalizzare: non capivo.
Certo il terrorismo nostrano degli anni di piombo e le esperienze in zona di guerra non mi erano mancate e non mi ritenevo un osservatore alle prime armi. Tuttavia, ritenevo ancora che la realtà politica non si manifestasse nel simbolismo bensì semplicemente in rapporti di forza, nei casi estremi di bruta forza fisica.
Le gesta dello studente Gavrilo Princip, membro della Mlada Bosna, le abbiamo studiate sui libri di scuola e le immagini del corpo riverso di Aldo Moro, i corpi dei poliziotti trucidati a Dalmine o le stragi che i media puntualmente ci hanno proposto nel settembre nero le avevo viste di persona, ma adesso si colpiva un simbolo, l’America, ritenuto intoccabile.
Mi sbagliavo perché alle sue radici, la politica è essenzialmente simbolica, La realtà politica deve essere sempre costruita a partire da simboli, e questi simboli non solo veicolano contenuti cognitivi, ma suscitano anche risposte emotive come quella che ho sperimentato di persona.
In altre parole, oltre a definire il profilo del mondo politico, i simboli determinano anche la nostra valutazione dei vari elementi che compongono tale mondo. Le unità fondamentali della vita politica – nazioni, gruppi etnici, partiti – sono tutti prodotti simbolici. L’elemento centrale della politica mondiale – l’idea che il mondo sia nettamente diviso in una serie di Stati mutuamente esclusivi, e che ogni individuo possa essere considerato come appartenente a questo o a quello Stato – è parte integrante di questa costruzione simbolica della realtà.
Il terrorismo deve essere personificato per poter acquistare visibilità, simbolizzato per poter essere amato, immaginato prima di poter essere concepito – esse sono conosciute solo attraverso la loro costruzione simbolica, che riduce un mondo di esperienze incredibilmente complesso in un numero relativamente esiguo di categorie comprensibili, affinché il mondo politico possa essere anche solo concepito.
Capisco ora, dopo quella lezione, le azioni post moderne dell’ISIS in Iraq.

 

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