domenica, Settembre 26

Quel che resta della Libia

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«La nostra preoccupazione nasce dalle notizie riguardanti il coinvolgimento delle Forze speciali, un’Unità dell’Esercito Nazionale Libico, e in particolare del suo comandante, Mahmoud al-Werfalli, nelle torture inflitte a detenuti e nell’esecuzione sommaria di almeno 10 uomini fatti prigionieri»: parole appena pronunciate da Liz Throssell, portavoce dell’UNHCHR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani), in relazione ai casi emersi a partire dallo scorso marzo su cui occorre far luce. La Rappresentante prosegue nella denuncia invitando l’Esercito Nazionale Libico posto sotto il comando del Generale Khalifa Haftar «a condurre indagini complete e imparziali su queste accuse» nonché «a sospendere dall’incarico Mahmoud al-Werfalli in attesa delle conclusioni dell’indagine».

All’impegno annunciato da parte dell’Autorità militare implicata di avviare un’inchiesta è seguito un nulla di fatto, oltre al silenzio sulle immagini contenute in 4 video, circolati sui network tra marzo e luglio, relativi ai crimini di guerra commessi sui detenuti.

Se la Libia è lontana da una ipotetica unità nazionale lo è, prima ancora, da una tutela dei diritti fondamentali della persona.

Dopo la ‘campagna’ di Minniti nel Fezzan e il suo incontro con i sindaci dell’area costiera, il rapporto bilaterale tra Italia e Libia si articola tra i legami di cooperazione internazionale (aiuti allo sviluppo, politica petrolifera) e il contrasto all’immigrazione illegale. La strategia italiana è stata annunciata come una «inversione di tendenza» dal Ministro degli Esteri Angelino Alfano, in occasione della presentazione dell’ «Agenda per l’Africa». Il documento contiene diverse priorità, come una serie di aiuti immediati alla Libia e ai Paesi di transito «disposti a rafforzare il controllo delle loro frontiere nel pieno rispetto dei diritti dei migranti e dei rifugiati», rispetto che dovrebbe garantire la presenza dell’UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) nelle aree interessate. Ai 50 milioni di euro destinati dall’Italia al Niger per il controllo del Fronte Sud Niger-Libia, si sono aggiunti 60 milioni da parte dei Paesi membri dell’UE a favore degli Stati africani di transito, oltre a nuovi finanziamenti destinati al Trust-fund europeo e all’istituzione (decretata lo scorso febbraio) di un ‘Fondo Africa‘ di 200 milioni di euro presso la Farnesina.  Una politica volta, negli intenti, ad affermare la «centralità del continente africano» e, contemporaneamente, a «rafforzare la frontiera esterna» dell’Europa, respingendo i «flussi irregolari» di persone che tentano di raggiungerla.

Gabriele Iacovino, Ricercatore e analista del Centro Studi Internazionali di Roma, ci ha offerto una lettura dettagliata dei diversi fenomeni correlati alla realtà libica, secondo una prospettiva capace di restituirli all’osservatore quali processi connessi a unospazio definito, a molteplici livelli, da logiche di potere.

 

Iacovino, come si sono evoluti i rapporti politici tra Italia e Libia dai tempi del Trattato di amicizia del 2008 e qual è il peso attuale dell’Italia all’interno dello scacchiere libico rispetto alla stabilizzazione del Paese? Si può realmente parlare di un rapporto ‘privilegiato’ rispetto ad altri Stati europei?

Tanto è cambiato rispetto ai tempi del Trattato di amicizia, anzitutto perché, rispetto al Paese di allora, la realtà libica si è totalmente trasformata. Non che Stati come Francia o Gran Bretagna non abbiano avuto rapporti speciali con la Libia; dire, però, che le relazioni di questi Paesi con Gheddafi fossero le stesse rispetto a quelle che aveva l’Italia sarebbe comunque una falsità storica. In particolare, ci nasconderemmo dietro un dito non ricordando che le operazioni militari contro il regime di Gheddafi sono state iniziate dalla Francia, che vedeva in Gheddafi non più un alleato, ma un ostacolo per i propri interessi. Questa divergenza di interessi si rispecchia anche oggi: la Libia contemporanea non è più un Paese unitario, ma consiste, principalmente, di tre ‘paesi’: la Tripolitania, il Fezzan e la Cirenaica. Gli interessi europei in Libia sono posizionati in distintamente in queste regioni. Se, infatti, l’Italia ha in Tripolitania un focus maggiore (con una ripresa dell’interscambio commerciale e la prospettiva di nuove opportunità per le imprese italiane), Regno Unito e Francia ce hanno interessi in Cirenaica. Il Fezzan è lasciato un po’ in disparte perché è una terra difficile da controllare, dove le risorse abbondano, ma persiste una maggiore difficoltà nel trovare interlocutori stabili. Di fatto in questo momento l’Italia è uno dei pochissimi Paesi (a parte la Tunisia) ad avere aperto, lo scorso 10 gennaio, un’ambasciata a Tripoli, dove non è presente neppure l’ONU. Il nostro è forse l’unico Paese europeo interessato a supportare il premier Serraj e il rafforzamento del suo governo (il c.d. «Governo di Accordo Nazionale»), quindi a sostenere il processo avviato dalle Nazioni Unite – con tutte le lacune verificatesi negli ultimi anni. Senza dubbio, gli interessi italiani sono a Tripoli.

Allude agli interessi nel settore energetico?

La stragrande maggioranza dei pozzi controllati dall’ENI si trova tra la Cirenaica e il Fezzan, quindi nella parte nord-orientale del Paese. Oltre alle importazioni di greggio (48% del totale) e di gas naturale (41,1%), esportiamo derivati del petrolio, macchinari e generi alimentari conservati (frutta e ortaggi), anche se il bilancio, crollato dal 2011 e in progressiva ripresa, ha subito una ricaduta (con un interscambio di 2,8 miliardi di euro nel 2016 rispetto ai 15 del 2012). Inoltre, le nostre aziende hanno interessi nel campo delle infrastrutture, a seguito della dichiarata volontà di proseguire nel progetto (avviato, sulla scorta del «Trattato di amicizia», nel lontano 2010) di un’autostrada costiera divisa in 4 lotti e lunga 1700 km.

Il consolidamento di questo rapporto bilaterale potrebbe portare a un’effettiva stabilizzazione, passando per un’intesa tra i vertici che lo governano?

La stabilizzazione dell’intero Paese non avverrà mai se non si trasforma il processo messo in piedi dall’ONU in un reale processo di inclusione di tutti gli attori libici.

Chi intende esattamente per ‘tutti gli attori libici’?

Ovviamente non parlo solo di Serraj e Haftar, che sono diventati i rappresentanti più ‘esposti’ delle due fazioni (quella di Tripoli e la fazione di Bengasi), ma del coinvolgimento di tutte le realtà locali in cui il Paese risulta frammentato. In tale processo, se vogliamo, solo l’Italia negli ultimi mesi si è fatta portatrice di questa soluzione, coinvolgendo Misurata, che è una realtà a sé stante, ma anche le realtà municipali del Fezzan, con l’obbiettivo di cercare un accordo condiviso allo scopo di arginare i flussi migratori ostruendo i canali utilizzati dalla criminalità organizzata del Nordafrica per tradurre i migranti sulle coste libiche e, da lì, farli imbarcare verso l’Italia. Tuttavia questa è, al momento, l’unica soluzione: creare un processo di transizione e di ricostruzione istituzionale capace di coinvolgere tutti gli attori, a più livelli, attribuendo la dovuta rilevanza alle sfere politiche locali. Non possiamo, allora, compartire il problema considerando la Tripolitania da una parte, la Cirenaica dall’altra, e lasciando perdere il Fezzan, di cui nessuno parla, che è una delle porte principali – se non la porta principale – di tutta l’instabilità libica. Del resto, tutte le problematiche in oggetto sono collegate, quindi gli interessi inerenti alla cooperazione internazionale, alla visibilità degli attori locali, allo scambio economico e al contenimento del fenomeno migratorio si trovano interconnessi nella complessità dossier libico.

Esiste, secondo Lei, la possibilità di coniugare un’azione di vertice, attraverso i rappresentanti politici delle tre Regioni libiche, con accordi diffusi tra le autorità locali interessate dal transito dei flussi migratori? Quali sono le istanze principali di questi soggetti?

Di fatto, se non si va ad agire sulle forze locali, difficilmente, dialogando soltanto con le forze di vertice si avranno dei risultati, perché i vertici, sul territorio, sono poco rappresentativi. È più nostra la necessità di avere interlocutori riconoscibili con i quali portare avanti un dialogo, ma poi se quegli interlocutori non ‘fanno presa’, non possiedono una reale rappresentatività a livello regionale e locale, questo dialogo otterrà pochi risultati. Inevitabilmente, sarà necessario coniugare un discorso che comprenda gli esponenti più in auge (come Haftar e Serraj, che sono rappresentativi di alcuni poteri locali a Tripoli e Bengasi), ma anche tutta una serie di   potentati locali e di autorità locali e tribali. Non dimentichiamo che la Libia, per consuetudine storica e strutturale sul piano dell’organizzazione sociale, è un Paese che ancora oggi si fonda principalmente sul potere tribale più che sul potere centrale. Su questa constatazione, una volta di più nella storia, dovrà fondarsi un dialogo multi-attoriale, a 360 gradi.

Ritiene che le modalità negoziali avviate dal Ministro Minniti nella zona costiera e nel Fezzan si muovano già in questa direzione?

Senza dubbio, ovviamente con un focus, che è quello di trovare una soluzione o una parte delle soluzioni a un problema che vede l’Italia impegnata in prima battuta: il controllo dei flussi di migranti.

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