mercoledì, Giugno 16

Quei rispettabili scafisti della violenza field_506ffbaa4a8d4

0

Una settimana più complicata di altre. L’odio, sapientemente alimentato da uomini interiormente disadorni, assesta spallate potenti all’edificio della convivenza, da noi, negli Usa, nel mondo. La violenza, una volta partita, smarrisce persino le cause del suo innesco e si alimenta di inerzie mostruose, traendo energia da se stessa.

Bisogna agire sui maestri, per gli allievi esiste già il codice penale. Continuo a pensare che sia vitale definire nuove fattispecie di reato, mettendo in relazione espressioni temerarie e avventate con le conseguenze delle medesime. Vi sono crimini faticosi da definire, da perimetrare, in genere sono i peggiori, ma è necessario guardarli negli occhi, scrutarne l’anima.

L’istigazione all’odio non è un crimine astratto, il Ventesimo secolo ce lo aveva insegnato fin troppo bene, ma in quest’oggi che vede virtualità e realtà mostrare di potersi contaminare anche rovinosamente, bisogna riscrivere molte delle regole che ci siamo dati. Non possiamo più permettere che persone disturbate siedano nelle istituzioni, dobbiamo rifiutare che possano prendano la parola per guarire dalle proprie frustrazioni personali. Non ci interessa se sono rimasti scioccati da un fidanzato della figlia ‘nero e gay’, come accade a un politico di destra, recidivo. Confondere il personale col pubblico, vale per tutti, oltre a essere pericoloso, è indizio di situazioni interiori incompatibili con l’esercizio di uffici delicati.
Per essere chiari, se uno è travolto da problemi privati può risolverli facendosi aiutare da qualche specialista e non usando le istituzioni per seminare malattia e odio nella collettività, soprattutto se è la stessa collettività a pagargli lo stipendio.

Passiamo al setaccio la vita dei piloti dell’aviazione civile, per scoprire anche il più piccolo neo, ma poi permettiamo che siedano in Parlamento individui tecnicamente malati.

Il ‘barometro della normalità’, sosteneva Alfred Adler, è il sentimento sociale, la sua equilibrata presenta nei nostri slanci. I maestri dell’odio ne sono spesso del tutto privi, salvo che per i loro cagnolini (vedi Stalin, ma anche Hitler) e, non sempre, per i propri figli.

I reati di odio prendono corpo perché qualcuno sparge i semi precursori, in Italia sappiamo chi sono queste persone, bisogna attrezzarsi e perseguirle, smettendola di derubricare il loro comportamento a pura goliardia.

Il brutale omicidio di Fermo non è figlio del caso, si tratta di una precisa conseguenza logica, così come non fu frutto del caso la tempesta che si scatenò sugli ebrei negli anni Trenta e nemmeno lo furono altre tragedia che pesano sulla coscienza di ispiratori, esecutori e spettatori.

La parola rappresenta un’arma potente, ai giornalisti è chiesto, giustamente, di usarla con criterio. Vi sono testate che si sono guadagnate enormi meriti per le loro battaglie civili, rovinate economicamente da uno stillicidio di querele perse. Articoli e inchieste pagati a peso d’oro. La stampa, che lavora con le parole, deve essere responsabile delle proprie azioni, ma lo stesso si deve chiedere a chi ricopre un ruolo istituzionale, le cui espressioni sono rinforzate dall’autorevolezza derivante dal ruolo, non sempre dall’intelligenza.

L’istigazione all’intolleranza, all’odio, al razzismo, all’omofobia sono precursori di violenza vera, per nulla virtuale, atti di ignoranza e di barbarie che pescano nello stesso contenitore maleodorante. Noi non possiamo impedire che un uomo coltivi pensieri antisociali e primitivi, ma è nostro dovere rendergli difficile l’accesso alle istituzioni, usando le armi della legge, perché solo così avremo il diritto di multare un povero cristo che vende borse false.

L’intolleranza è camaleontica, ne esistono versioni eleganti, con la cravatta, che si compiacciono nel gioco perverso delle pause sul pentagramma, come quando non si prende posizione o si annega nei distinguo. Poi c’è quella d’assalto, che invoca la castrazione chimica per lo straniero, tacendo quando un branco di ragazzini italiani abusa di una coetanea o passando oltre per la sequela di femminicidi perpetrati da connazionali.
In questi atteggiamenti si coglie l’implicita pretesa che la provenienza o il colore della pelle rappresentino una premessa e un’aggravante, una condizione che giustifica qualsiasi tipo di effrazione. È questo il volto socializzato del razzismo odierno.

Neppure Olindo e Rosa spuntano come funghi nella notte, i loro stati d’animo sono stati ‘lavorati’ con sistematica scientificità da parte di individui scaltri e spregiudicati. La differenza la fa la capacità di tenuta dei singoli individui, quelli meno strutturati passano all’atto, uccidendo il ‘nemico’, segnalato ai loro istinti da malviventi con la cravatta o con la T-shirt.

Darsi un metodo scientifico e giuridico per reperire nessi tra espressioni suggestive, che armano le menti e le mani, ed eventi criminosi, concettualmente sintonici con le prime, è diventato urgente. La libertà di parola è sacra ma non può violare la dignità e nemmeno la sicurezza dei propri simili, quali che siano il colore della loro pelle, gli orientamenti religiosi e le preferenze sessuali.

Bisogna inattivare questi scafisti dell’odio, chiuderli nel recinto della loro ignoranza criminogena, fargli sentire la riprovazione della parte sana della collettività, ma soprattutto costringerli a provare le ganasce di norme giuridiche scritte con sapienza da uomini che vogliono arrivare prima. Prima che sia troppo tardi.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->